WISLAWA SZYMBORSKA

Le poesie di Wislawa Szymborska

Raccontò la vita ordinaria, le piccole-cose-quotidiane e il crollo delle ideologie, vinse il Nobel nel 1996 ed è morta ieri a 88 anni

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

La poetessa polacca Wislawa Szymborska è morta ieri nella sua casa di Cracovia, a 88 anni. Dalla fine degli anni Cinquanta le sue poesie vennero tradotte in quasi tutte le lingue europee (compreso il russo, grazie ad Anna Achmatova), ma nel 1996, quando ricevette il premio Nobel per la letteratura, in Italia era praticamente sconosciuta e presente solamente con “Gente sul ponte”, una piccola raccolta pubblicata da Vanni Scheiwiller.

A distanza di dieci anni dal Nobel, Szymborska divenne un’autrice di culto anche nel nostro Paese. Il suo traduttore Pietro Marchesani scrisse: “se dalla borsa della piccola ladra del film Cuore sacro di Ferzan Özpetek cade a terra un volumetto di poesie della scrittrice polacca, in Italia, e in altri Paesi, sue poesie o citazioni dei suoi versi compaiono in riviste femminili di grande tiratura, nella pubblicistica, nei necrologi, nei discorsi di politici, in opere narrative (come Stanza 411 di Simona Vinci) o nelle canzoni di Jovanotti (Buon sangue: ‘si nasce senza esperienza, si muore senza assuefazione’)”.

A differenza di molti poeti suoi connazionali, Wislawa Szymborska non conobbe l’esilio scegliendo di sopportare le difficoltà della vita e della creazione artistica nel socialismo reale (che in Polonia significava fare quotidianamente i conti con la censura). Fino al premio Nobel Szymborska si spostò dunque molto poco dal suo Paese, preferendo una vita ritirata e solitaria: «Di solito mi descrivono come una persona allegra (…) perché quando ho dei crolli, delle preoccupazioni, non frequento la gente per non mostrare un volto cupo. E sembra che abbia vissuto come una farfalla, come se la vita non avesse fatto altro che accarezzarmi sul capo».

Wislawa Szymborska nacque il 2 luglio del 1923 a Bnin, oggi parte di Korinik, vicino a Poznan. Frequentò il ginnasio dalle suore Orsoline e lavorò come impiegata alle ferrovie di Stato per evitare la deportazione. Iniziò a pubblicare le sue prime poesie nel 1945 sul quotidiano Dziennik Polski e in quell’anno si iscrisse a sociologia all’università Jagellonica, la più antica della Polonia. Abbandonò gli studi due anni dopo perché, disse, «nel 1947 la sociologia diventò mortalmente noiosa: si doveva spiegare tutto con il marxismo».

Nel 1952 aderì comunque all’ideologia comunista, entrò a far parte del Partito Operaio Unificato Polacco (PZPR) e pubblicò il suo primo volume di poesie: “Per questo viviamo”. Del 1954 è invece la raccolta “Domande poste a me stessa”. Di entrambi i libri («manifestazione di una poesia socialista impegnata e anche sintomi della seduzione ideologica di una persona in definitiva molto giovane e molto fervente»), l’autrice non autorizzò più la ristampa.

Se la rottura con il partito comunista avvenne formalmente solo nel 1966, già con la raccolta “Appello allo Yeti” (1957) la Szymborska dimostrò di essersi allontanata da quell’ideologia, raccontandone le macerie:

La storia che non si affanna
alle trombe mi accompagna.
Gerico viene chiamata
la città da me abitata.

Mi frana di dosso pezzo
a pezzo la cinta muraria.
Sto in piedi tutta nuda
sotto la divisa d’aria.

suonate, trombe, e come si confà,
suonate insieme a più non posso.
Ormai solo la pelle cadrà
e mi discolperanno le ossa.

(“La storia che non si affanna”, in “Appello allo Yeti”, 1957)

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  • ciao mamma

    A me, le poesie
    mi fanno tutte un po’,
    come dire,
    non proprio schifo, ma
    ho l’impressione che servano
    a chi si sente poco bene
    per dire guardami come sono bravo
    a capire le poesie,
    guarda come vivo intensamente
    le emozioni,
    guarda come sono fortunato
    che mi piacciono tanto
    i poeti famosi.

    • Puccini

      beata ignoranza:
      una volta,
      ci se ne sarebbe
      vergognati
      almeno un po’;
      adesso,
      ci se ne vanta.

      • ciao mamma

        La contentezza
        di darti dell’ignorante.
        La soddisfazione
        di darti del vanitoso.
        La perversione
        di un Vergognati!
        Senti anche tu,
        padre,
        l’applauso nella mia testa?

    • Orgo

      Ah l’uomo che se ne va sicuro,
      agli altri ed a se stesso amico.

      • ciao mamma

        Fuggite,
        sciocchi!