Un fiore per non dimenticarti

I dettagli e gli oggetti che ricorderemo di una persona amata quando se ne va, nel progetto della fotografa Celine Marchbank dedicato alla madre malata

tulip

I servizi fotografici dedicati a genitori, nonni e amici, anziani e malati, sono ormai un genere frequente: particolari di occhi e pelle, mani rugose, corpi cascanti, un’aria sofferente e delicata, dove si tocca già la nostalgia e la mancanza dei momenti a venire. Raccogliere gli ultimi mesi di vita di una persona che si ama è la reazione istintiva e forse più rassicurante di chi vive attraverso la macchina fotografica, e così ha fatto anche la fotografa britannica Celine Marchbank, dopo che nel settembre del 2009 venne diagnosticato a sua madre madre un cancro ai polmoni e al cervello.

«Ho capito che volevo o forse avevo bisogno di documentare il tempo che le era rimasto. Non volevo realizzare un ritratto grafico della sua morte, sarebbe stato impossibile e sbagliato concentrarsi solo su quell’aspetto: volevo fotografare piuttosto i nostri ultimi mesi insieme. Ho pensato alle cose che la rendono unica, i dettagli della sua casa che conoscevo così bene, le cose che se ne sarebbero andate con lei».

Tra queste ci sono i fiori di cui la madre riempiva la casa: «ho capito che erano un simbolo della situazione: rappresentavano la felicità, l’amore, la gentilezza e la generosità, ma anche la solitudine, la decadenza e, infine, la morte». Anche per questo il lavoro che ne è uscito è stato chiamato Tulip, il fiore preferito dalla madre. A cinque anni dalla sua morte, nel marzo 2016, è diventato un libro, con un tulipano nero in copertina, che è stato molto apprezzato da riviste ed esperti di fotografia, tra cui l’Observer – che l’ha scelto come libro fotografico del mese, il Guardian e il British Journal of Photography.

Marchbank ha raccontato che l’uscita del libro (che si può comprare qui) iniziò a lenire il dolore per la perdita della madre. Fotografare quegli ultimi mesi insieme era stato un modo per rimanere unite, affrontare la malattia e permettere alla madre – che si sentiva in colpa per essere malata – di ripagarla in qualche modo per le cure che riceveva. Le prime immagini mostrano soprattutto come il cancro e le terapie modificarono il corpo della madre, e diventano poi più scarne concentrandosi su qualche dettaglio – il braccio, la fronte – e sugli oggetti che la circondano. A un certo punto Marchbank si chiese perché avesse infilato la macchina fotografica «in tutta questa storia orrenda»: perché, capì, «mi ha permesso ogni giorno una manciata di secondi per registrare le cose che avrebbero continuato a contare così tanto per me, le piccole cose che poi sarebbero scomparse».

Verso la fine del libro il significato delle foto è racchiuso nelle didascalie, come l’immagine di un cielo piatto e grigio: «Mia madre è morta la scorsa notte. Guardo fuori dalla finestra della sua stanza e mi rendo conto che questo è il primo giorno della mia vita senza di lei». L’ultima fotografia del libro arriva qualche pagina dopo: è in bianco e nero, con la madre che tiene in braccio la figlia, mentre parla al telefono.

tulip TulipCeline Marchbank

Marchbank racconta che sua madre ebbe una vita fuori dalla norma: era figlia di un corrispondente del giornale britannico Mirror a Hollywood, e negli anni Cinquanta divenne grande frequentando quel mondo: andò a scuola a Beverly Hills con Farrah Fawcett, ebbe un cucciolo di cane in regalo da Elizabeth Taylor, si fece fotografare con Zsa Zsa Gabor. Si trasferì in Scozia con il suo primo marito, dove iniziò a frequentare gli esponenti della controcultura degli anni Sessanta: divenne amica di William Burroughs e per un po’ abitò nella stessa casa di Allen Ginsberg, aprì una galleria d’arte e una libreria nel luogo in cui John Lennon e Yoko Ono si incontrarono per la prima volta. «Non beveva, non era tipo da feste ma era al centro di quel mondo», spiega la figlia. Negli anni Ottanta si risposò e divenne capo chef di ristoranti importanti come L’Escargot; ebbe due figli e 18 mesi dopo la nascita di Marchbank si separò, crescendo i bambini da madre single e continuando a lavorare. «Ricordo che una volta mia mamma mi disse “Ho avuto una vita niente male no? Ho fatto tutto quello che volevo e non mi sono mai venduta”».

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