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In Turchia ha vinto Erdoğan, di poco

Al referendum sulla riforma costituzionale per aumentare i poteri del presidente ha vinto il Sì con il 51,4 per cento, ma i partiti di opposizione contestano il risultato

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan durante il discorso della vittoria al referendum del 16 aprile 2017, a Istanbul (BULENT KILIC/AFP/Getty Images)

Al referendum costituzionale turco del 16 aprile ha vinto il Sì con il 51,4 per cento dei voti: è una vittoria, anche se sottile, per il presidente Recep Tayyip Erdoğan, che ha proposto la riforma costituzionale per trasformare il paese in una repubblica presidenziale aumentando quindi i poteri del presidente. Secondo i critici e molti osservatori internazionali questa riforma completerà invece la trasformazione del paese in uno stato autoritario. Il Partito Popolare Repubblicano (CHP), di centrosinistra, e il Partito Democratico dei Popoli (HDP), il più importante partito filocurdo, contestano il risultato del referendum: il CHP sostiene che ci siano state irregolarità nel processo di voto e chiede che sia ricontato il 60 per cento delle schede. I sostenitori del No inoltre criticano la decisione del Consiglio Elettorale Supremo turco, l’organo che supervisiona le elezioni nel paese, di ritenere valide anche le schede senza il timbro di convalida del seggio, che secondo stime che circolano sui giornali turchi sono circa 1,5 milioni.

Ha votato l’85 per cento degli aventi diritto, più di 48 milioni di persone: lo scarto tra il Sì e il No è solo di 1 milione e 300mila voti secondo i dati dell’agenzia di stampa statale Anadolu. Nelle tre città più grandi della Turchia – la capitale Ankara, Istanbul e Smirne – ha vinto il No: ad Ankara e Istanbul (la città di cui Erdoğan è stato il sindaco negli anni Novanta) con circa il 51 per cento, a Smirne, tradizionale roccaforte elettorale del CHP, con più del 68 per cento.

Il presidente della Commissione Europea Jean Claude-Juncker, l’alta rappresentante per gli Esteri dell’Unione Europea Federica Mogherini e il commissario europeo per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento Johannes Hahn hanno scritto una lettera a Erdoğan in relazione alle possibili conseguenze del referendum sulla potenziale entrata della Turchia nell’UE. Nella lettera si chiede alla Turchia di cercare il maggior consenso possibile nella messa in pratica della riforma costituzionale visto il sottile margine con cui il Sì ha vinto al referendum. I rappresentanti europei dicono anche di essere in attesa di un rapporto degli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la libertà in Europa (OSCE) sulle supposte irregolarità avvenute durante la procedura di voto.

Contrariamente a quanto era stato previsto da alcuni osservatori, nonostante la riforma costituzionale non si terranno elezioni anticipate e fino alle prossime rimarrà in vigore la Costituzione così com’è ora. Erdoğan ha annunciato che uno dei prossimi temi di cui si discuterà in Turchia sarà la reintroduzione della pena di morte, che fu abolita nel 2004 come parte del processo per l’ingresso del paese nell’Unione Europea: anche in merito a questo argomento sarà organizzato un referendum.

La questione delle schede senza il timbro di convalida del seggio
Già durante le ultime ore delle procedure di voto molti giornalisti e sostenitori del No hanno criticato la decisione del Consiglio Elettorale Supremo di ritenere valide anche le schede senza il timbro di convalida del seggio. Per capire meglio cosa significa è utile sapere come si vota nei referendum turchi. All’arrivo nei seggi a ciascun elettore viene dato un timbro, una scheda e una busta: ogni scheda è divisa in due parti, una bianca per il Sì (“Evet”) e una marrone per il No (“Hayır”). Gli elettori devono andare nella cabina elettorale e usare il timbro – su cui è incisa la parola “TERCİH” che significa “scelta” – per esprimere la loro preferenza, poi mettere la scheda nella busta e successivamente depositarla in una scatola di plastica trasparente posta davanti agli scrutatori.

scheda turchiaUna scheda elettorale con cui un elettore ha votato Sì mostrata da uno scrutatore a Istanbul (OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

Il timbro di cui si parla in relazione alla contestazione però non è quello fatto dagli elettori, ma quello che in teoria dovrebbe trovarsi sul retro della scheda. Infatti le schede elettorali non sono valide se sul retro o sulla busta che le contiene non c’è il timbro di convalida del seggio; funziona così anche in Italia. O almeno era così fino alla decisione di ieri del Consiglio Elettorale Supremo che ha stabilito di considerare valide anche le schede senza il timbro del seggio a meno che non apparissero chiaramente contraffatte. Questa decisione è stata presa dopo che in molti hanno criticato il fatto che i funzionari del Consiglio non avessero fatto in tempo a convalidare tutte le schede.

La procedura con cui gli scrutatori convalidano le schede:

Secondo il CHP le schede senza il timbro di convalida che sono state contate come valide sarebbero 1,5 milioni, un numero maggiore dello scarto totale tra Sì e No. L’HDP ha parlato di 3 milioni di schede e ha detto che ricontarle potrebbe cambiare l’esito del voto. In una conferenza stampa il leader del CHP Kemal Kilicdaroglu ha messo in dubbio il potere del Consiglio Elettorale Supremo, chiedendo se avesse l’autorità per cambiare la legge elettorale. Un’altra ragione per cui i partiti di opposizione dicono che ci sono state irregolarità nello svolgimento del referendum è che il sito del Consiglio Elettorale Supremo è andato offline quando era stato scrutinato il 70 per cento dei voti: da quel punto in poi il sito di Anadolu ha continuato ad aggiornare i dati sullo spoglio fino alle 23.30 locali, quando il Consiglio Elettorale Supremo ha confermato la vittoria del Sì con un margine di più di 1,25 milioni di voti. In un comunicato il capo del Consiglio Elettorale Supremo Sadi Güven ha detto che però i risultati ufficiali saranno diffusi solo dopo che le obiezioni dei partiti di opposizione saranno stati presi in considerazione; i risultati definitivi dovrebbero esserci tra undici o dodici giorni.

Cosa contiene la riforma?
La riforma è costituita da 18 articoli che modificano profondamente il funzionamento del governo e del Parlamento, portando tra l’altro sotto controllo politico tutti i principali organi giudiziari e aumentando notevolmente i poteri del presidente della Repubblica.

  • Sarà abolita la carica del primo ministro. Il presidente della Repubblica sarà il capo dello stato e contemporaneamente capo del governo. Non sarà più una figura super partes come oggi, ma potrà mantenere la sua affiliazione partitica.
  • Avrà il potere di indire lo stato di emergenza e sciogliere il Parlamento (in quel caso si andrà a votare anche per scegliere un nuovo presidente).
  • Il Parlamento potrà sfiduciare il presidente, ma solo a patto di sciogliersi per tenere elezioni anticipate.
  • Il presidente potrà nominare un certo numero di vice-presidenti e avrà potere di nomina e revoca nei confronti dei ministri.
  • Potrà nominare parte dei membri dell’organo che disciplina giudici e magistrati e la maggioranza dei membri della Corte Costituzionale. Secondo Erdoğan il sistema giudiziario è molto influenzato da Fethullah Gülen, il religioso turco suo oppositore che vive in esilio negli Stati Uniti ed è stato accusato da Erdoğan del tentato colpo di stato dello scorso luglio.
  • Il parlamento non potrà sfiduciare i ministri, ma potrà mettere in stato di accusa il presidente con un voto da parte di tre quinti dei suoi membri.
  • Il numero di parlamentari sarà incrementato da 550 a 600.
  • Il mandato parlamentare sarà aumentato a da quattro a cinque anni.
  • Le elezioni presidenziali si svolgeranno insieme a quelle parlamentari.

La riforma non modifica né la durata massima del mandato presidenziale (cinque anni) né il numero di possibili mandati per un presidente (due), ma secondo alcuni potrebbe far ripartire il conteggio dei mandati di Erdoğan e potenzialmente permettergli di restare presidente fino al 2029. Infatti Erdoğan è stato eletto nel 2014 e le prossime elezioni saranno il 3 novembre 2019: secondo il sistema vigente l’attuale presidente potrà ricandidarsi e rimanere in carica fino al 2024 in caso di vittoria. Un’interpretazione possibile della riforma, però, farebbe ricominciare il conteggio dei suoi mandati, ed Erdoğan potrebbe quindi ricandidarsi anche nel 2024 e restare in carica altri cinque anni, fino al 2029. Erdoğan non ha chiarito se sarà questo il caso o meno.

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