BELGIUM-EU-SUMMIT-DIPLOMACY

Ci stiamo perdendo la Polonia

Da quando ha un governo di estrema destra si è allontanata dal resto d'Europa, al punto da fare cose apparentemente senza senso

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Il primo ministro polacco Beata Szydlo, al centro, durante una conferenza stampa a Bruxelles, 10 marzo 2017 (STEPHANE DE SAKUTIN/AFP/Getty Images)

La scorsa settimana il Consiglio europeo – l’organo che riunisce tutti i capi di stato o di governo dell’Unione Europea – doveva eleggere il proprio presidente, una delle cariche più importanti e visibili fra quelle disponibili alle istituzioni europee. Da mesi esperti e giornalisti davano per scontata la rielezione di Donald Tusk, ex primo ministro polacco eletto presidente del Consiglio nel 2014 e tenuto in grande considerazione da quasi tutti i leader europei. Quasi tutti, appunto. Uno dei paesi dell’Unione si è opposto fino all’ultimo alla rielezione di Tusk – che invece è stata poi approvata senza troppi patemi – con dichiarazioni molto forti e la minaccia di sospendere parzialmente i rapporti con l’Unione stessa: proprio la Polonia, il paese di cui Tusk è stato capo di governo fino al 2014.

L’opposizione della Polonia, che è stata motivata in maniera molto generica dal suo governo e dal suo nuovo primo ministro Beata Szydło, ha stupito moltissimi osservatori soprattutto perché non aveva nessuna possibilità di successo: qualcuno l’ha addirittura definita “una missione suicida”. Nessuno degli altri paesi aveva deciso di appoggiare il candidato alternativo proposto dalla Polonia – un semi-sconosciuto europarlamentare polacco che non ha mai avuto nessun incarico di governo – e nemmeno i suoi tradizionali alleati, cioè i paesi dell’Europa Orientale; benché per una regola non scritta le decisioni di una certa importanza prese dal Consiglio vengano votate all’unanimità, è previsto un meccanismo che impedisca che uno o pochi paesi possano bloccare una decisione presa dalla maggioranza degli altri. L’opposizione della Polonia, insomma, non aveva alcuna speranza, ed è stata minimizzata e persino presa in giro dagli altri paesi europei, ma per molti è solo l’ultimo di una serie di esempi del progressivo isolamento che la Polonia sta vivendo all’interno dell’Unione.

La Polonia è entrata nell’Unione Europea nel 2004, dopo undici anni di negoziati. Fu il più popoloso dei dieci paesi che entrarono nell’Unione quell’anno, ma soprattutto il più importante dal punto di vista strategico: il suo ingresso la allontanava decisamente dall’influenza russa avvicinandola invece all’Europa, come da tempo auspicato nelle riunioni del cosiddetto “triangolo di Weimar” (una serie di summit informali che secondo Le Monde aveva il compito di «promuovere l’integrazione della Polonia nella famiglia europea, con l’aiuto di Francia e Germania»). La situazione è decisamente cambiata nel 2015, quando il partito di estrema destra Diritto e Giustizia (Pis) ha vinto le elezioni politiche.

In un anno e mezzo il nuovo governo è riuscito ad approvare una legge restrittiva sui mezzi di informazione, proporre un divieto quasi totale sulle interruzioni di gravidanza (poi ritirato dopo enormi proteste di piazza), e appoggiare una riforma della Corte Costituzionale considerata così sbilanciata che ha costretto la Commissione europea a intervenire minacciando in ultima istanza di togliere il diritto di voto ai politici polacchi in ambito europeo (minaccia che però circola da più di un anno, e che finora non si è ancora concretizzata). Più di recente la Polonia si è rifiutata di accettare la propria quota di richiedenti asilo nello schema approvato nel settembre 2015 dalla Commissione Europea, contestando la legittimità del sistema stesso di quote. Dietro all’intransigenza del nuovo governo polacco in molti hanno visto la mano di Jarosław Kaczyński, presidente di Diritto e Giustizia e ancora oggi la figura più rilevante di tutta la politica nazionale, nonostante non abbia alcun incarico di governo.

Kaczyński è un espertissimo politico polacco che dopo essere stato primo ministro fra il 2006 e il 2007, nel 2015 ha contribuito a far vincere le elezioni al suo partito promettendo di rimediare ai danni compiuti dalle élite liberali e corrotte che avevano trascurato i valori patriottici e cristiani della nazione (secondo lui, almeno). In questa linea di pensiero si inseriscono i vari provvedimenti restrittivi di questi mesi e più in generale la teoria complottista – promossa dal governo attuale – secondo cui il gravissimo incidente aereo che nel 2010 causò la morte di suo fratello, l’allora presidente polacco Lech Kaczyński, e di altri importanti politici polacchi, fu in realtà un attentato. Nel 2012 Jarosław Kaczyński prese la parola in Parlamento e disse, rivolgendosi all’allora primo ministro Donald Tusk: «Politicamente hai il 100 per cento delle responsabilità per la catastrofe». Secondo Jarosław, Tusk aveva complottato con i russi per evitare di indagare sulla morte di Lech: da allora non ha cambiato posizione, con la differenza che oggi ha un controllo quasi totale sul governo e la politica nazionale polacca.

Nelle scorse settimane diversi importanti politici polacchi hanno sostenuto che Tusk non potesse essere rieletto a presidente del Consiglio europeo perché durante il suo mandato non aveva aiutato sufficientemente la Polonia, e che più in generale era stato “sleale”. Witold Waszczykowski, ministero degli Esteri polacco, due mesi fa ha definito Tusk «un esempio di stupidità e malvagità». Dichiarazioni del genere hanno allontanato ancora di più la Polonia dal resto dei paesi europei, che hanno attribuito questa opposizione a dissidi di politica interna e in sostanza hanno ignorato la richiesta della Polonia, o l’hanno addirittura presa in giro: durante una recente conferenza stampa il primo ministro belga Charles Michel ha ipotizzato, sorridendo, che «la Polonia è riuscita nel suo intento di portare avanti un’ottima campagna a favore di Tusk».

La parola “isolamento” da allora è stata molto utilizzata per descrivere l’atteggiamento della Polonia sulla questione Tusk e più in generale negli ultimi mesi: è stata citata dallo stesso primo ministro Szydło, che rispondendo a una domanda dei giornalisti ha spiegato: «io non ho paura dell’isolamento».

Politico ha provato a spiegare l’opposizione a Tusk come una manovra di politica interna a lungo termine: mostrare Tusk come eccessivamente vicino agli ambienti europei – «un fantoccio manovrato da Angela Merkel», come scrive Politico – potrebbe essere un modo per delegittimarlo in vista delle elezioni presidenziali del 2020, dato che Diritto e Giustizia potrebbe non vincere le prossime elezioni politiche del 2019. Un’altra spiegazione che si dà Politico, al momento meno solida, prevede che Kaczyński e il suo partito stiano lentamente preparando il terreno a una futura uscita della Polonia dall’Unione Europea, considerando anche le numerose accuse e polemiche che spesso ha rivolto all’Unione Europea (qualche tempo fa ha definito le indicazioni fornite dalla Commissione Europea sulla riforma costituzionale “una barzelletta”).

Al momento, paradossalmente, l’Unione Europea non può fare moltissimo per impedire questo progressivo allontanamento: ogni decisione che prende potrebbe potenzialmente fare il gioco di Kaczyński e del suo partito. Minimizzando o ignorando le loro richieste, potrebbe esporsi alla critica di prendere poco a cuore gli interessi della Polonia; intervenendo in maniera più pesante – ad esempio insistendo con la minaccia di attivare l’articolo 7 del Trattato di Amsterdam, che revoca i diritti di voto ai politici di un certo paese in casi molto gravi – rischia di essere accusata di eccessiva ingerenza nella politica nazionale. Come ha scritto tempo fa Anne McElvoy, rispettata giornalista dell’Economist, «l’Unione Europea si vanta di essere un’organizzazione di stati in cui le norme democratiche fanno parte dei criteri per l’accesso: ma una volta che lo status di paese membro viene garantito, la sua macchinosa burocrazia rende complicato prendere provvedimenti contro un paese che accoglie alcuni aspetti di autocrazia».

Per Kaczyński e Diritto e Giustizia, comunque, non sarà così facile convincere i propri elettori ad allontanarsi sempre più dall’Unione Europea, e alla fine potrebbero pagare un prezzo politico per il loro euroscetticismo: secondo un recente sondaggio del quotidiano Dziennik Gazeta Prawna, solo il 13 per cento delle persone contattate crede che la Polonia dovrebbe uscire dall’UE, mentre il 55 per cento ritiene che l’Unione stia funzionando bene.

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