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  • venerdì 18 novembre 2016

In Turchia ai giornalisti va sempre peggio

Dal tentato golpe contro il presidente Erdoğan ne sono stati arrestati 120: a volte anche per vere minuzie, magari denunciati dai colleghi filo-governativi soprannominati "sicari"

Una manifestazione in difesa di Cumhuriyet a Istanbul, il 2 novembre 2016 (YASIN AKGUL/AFP/Getty Images)

Da mesi arrivano dalla Turchia notizie poco incoraggianti per la democrazia: dall’arresto di importanti leader di opposizione alla chiusura dei giornali critici con il potentissimo presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Al contempo sembra essere tramontata la possibilità che la Turchia possa entrare a breve nell’Unione Europea, un tema che per anni aveva caratterizzato il dibattito politico turco. Le cose sono cambiate radicalmente a luglio con il tentato e fallito colpo di stato contro il presidente Erdoğan, che ha accelerato un processo già in atto: portare il paese verso un sistema politico sempre più autoritario, che ha poco o nulla a che spartire con quel modello di democrazia di ispirazione islamica per il quale la Turchia era stata apprezzata nel corso degli anni Duemila. Non è facile capire la portata dei cambiamenti che si stanno verificando in Turchia, soprattutto per quanto riguarda le ingenti limitazioni alla libertà di espressione; ma ci si può provare, con qualche dato e qualche storia particolare.

Partiamo dal numero di giornalisti in prigione. Secondo i dati raccolti da alcune organizzazioni internazionali, tra cui il Committee to Protect Journalists, la Turchia è diventato il paese con il maggior numero di giornalisti in carcere, superando anche la Cina: i dati vanno presi comunque con una certa cautela, perché è molto difficile ottenere informazioni precise di questo tipo relative a regimi autoritari, come quello cinese. In Turchia nella maggior parte dei casi le accuse riguardano una qualche tipo di presunta affiliazione a un movimento terroristico: a volte le autorità giudiziarie turche parlano di vicinanza al PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), un’organizzazione che vuole la creazione di uno stato curdo indipendente e che è considerata illegale dal governo turco; altre volte parlano di appoggio a Hizmet (“servizio”), una rete di scuole, giornali e imprese creata dal religioso musulmano Fethullah Gülen, accusato tra le altre cose di essere dietro al colpo di stato di luglio.

Capita che le accuse contro giornalisti e blogger siano formulate sulla base di minuzie, come l’uso di alcuni termini invece che altri, ha raccontato il New York Times: per esempio “militante” al posto di “terrorista” per riferirsi a un membro del PKK. Le autorità possono considerare prova di simpatia per il terrorismo anche la mancata citazione del numero di persone uccise durante il tentato colpo di stato di luglio, che potrebbe essere letta come un modo per prendere le parti dei golpisti. Uno dei casi più emblematici è quello di Kadri Gürsel, un noto editorialista del giornale indipendente Cumhuriyet e del sito online al Monitor: tre giorni prima del tentato colpo di stato, Gürsel aveva scritto un articolo nel quale parlava dell’abitudine nota di Erdoğan di sequestrare i pacchetti di sigarette dalle mani dei suoi sostenitori, facendoli anche promettere di smettere di fumare. Gürsel invitava i suoi lettori a protestare contro i modi anti-democratici del presidente, per esempio accendendosi una sigaretta. Dopo il tentato golpe, Gürsel – insieme a diversi altri giornalisti – è stato accusato di avere mandato messaggi “subliminali” agli oppositori di Erdoğan ed è stato arrestato.

Una giornalista turca che ha voluto rimanere anonima ha raccontato al New York Times che si possono passare dei guai pubblicando una foto in cui Erdoğan è venuto male: «Riceviamo anche telefonate da ministri che ci dicono, “Perché hai pubblicato quella foto? Non mi piace come sono venuto”». Molti degli attacchi alla stampa indipendente o di opposizione arrivano dai giornalisti filo-Erdoğan, chiamati anche “sicari”, che spesso denunciano i colleghi alle autorità e spingono per il loro licenziamento e arresto. Uno dei più noti “sicari” si chiama Cem Küçük ed è un commentatore televisivo e un personaggio molto attivo sui social network. Il New York Times ha raccontato che quando ha provato a prendere un appuntamento con Küçük per un’intervista, i suoi colleghi hanno sostenuto che il modo più facile per contattarlo era passare dall’ufficio del presidente Erdoğan. Küçük ha poi negato di essere alle dipendenze di Erdoğan, ma non ha sentito il bisogno di scusarsi per avere fatto arrestare diversi giornalisti considerati “traditori” o sostenitori dei terroristi: «Se lo meritano», ha commentato.

Küçük non è il solo, comunque. Di recente è stata pubblicata su YouTube la registrazione di una conversazione telefonica tra il presidente Erdoğan ed Erdoğan Demirören, il direttore di Milliyet, il principale quotidiano pubblicato a Istanbul (mettere su YouTube estratti di intercettazioni imbarazzanti per il governo turco è una pratica che era già ampiamente usata in passato, come nel caso degli scandali tra il 2013 e il 2014). Nella registrazione – la cui autenticità non è stata smentita da nessuno – si sente Demirören scusarsi per avere pubblicato sul suo giornale alcuni minuti di una conversazione tra due leader curdi relativa a nuovi negoziati di pace con il governo turco. «Ti ha dato fastidio, capo?», chiede Demirören, che ottiene in risposta da Erdoğan diverse lamentele. A quel punto Demirören si scusa di nuovo e promette di scoprire chi ha pubblicato quei documenti sul suo giornale.

In Turchia dal tentato colpo di stato sono stati arrestati 120 giornalisti, un numero enorme. Secondo il Committee to Protect Journalists, il governo ha ordinato la chiusura di più di 100 tra quotidiani, magazine, società di distribuzione e dell’editoria, e ha censurato almeno 30 siti di news. Le forze di sicurezza turche hanno perquisito e poi chiuso le redazioni di due giornali e l’ufficio del primo ministro ha revocato l’autorizzazione ad esercitare l’attività giornalistica ad almeno 330 giornalisti. Can Dündar, ex direttore di Cumhuriyet e uno dei giornalisti più noti in Turchia, si è auto-esiliato in Europa. Era stato condannato a maggio a cinque anni di carcere per avere diffuso segreti di stato relativi a una storia poco chiara sul rifornimento turco di armi e munizioni ai ribelli in Siria. Avrebbe potuto fare appello contro la prima sentenza, ma ha fatto sapere che non ritornerà in Turchia: per come si sono messe le cose dopo il tentato colpo di stato, non si aspetta più di essere sottoposto a un giusto processo.

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