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Ginocchia nude e giornalismo

Un capitolo del nuovo libro di Alessandro Gazoia aggiorna il tema dei "boxini morbosi" e dei loro sviluppi: attraverso la storia di Repubblica

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Alessandro Gazoia, esperto di comunicazione e media (il Post aveva raccontato i suoi “Come finisce il libro” e “Il web e l’arte della manutenzione della notizia“) ha scritto un nuovo lungo e dettagliato saggio sullo stato dell’informazione e sul suo rapporto con il potere politico e con l’innovazione tecnologica, pubblicato dall’editore mimimum fax. La sua analisi è dedicata al giornalismo italiano ma con estesi riferimenti al contesto internazionale e a testate di altri paesi che sono modello o influenza per quelle italiane: e comprende riferimenti storici (il libro si apre con il racconto di come fu “comunicato” il sequestro di Aldo Moro da parte dei quotidiani e da parte dei sequestratori), ed esami su concretissimi elementi o testate contemporanee, dal Fatto, allo Huffington Post, al Daily Mail, a Repubblica. Compresa una più sviluppata elaborazione – ne aveva scritto già qui – di alcuni approcci di Repubblica e degli sviluppi storici e recenti del suo progetto editoriale, in questo capitolo di cui pubblichiamo un’estesa parte.

«Ginocchia raggrinzite, anche le dive ci cascano»
Dieci anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle leggo ancora Repubblica.it, anzi apro il sito più volte al giorno, e spesso solo per controllare le novità della colonna di destra, quel nastro idealmente infinito che dal 2006 sforna notizie leggere e bizzarre a getto continuo. Cosa ci troverò oggi? Nicole Minetti comprerà una borsa in centro o un pareo in spiaggia? Quale predatore divorerà lo sventurato gnu? Chi scriverà il tweet più offensivo o stupido della mattinata, «scatenando le simpatiche risposte del popolo della rete»? Fabrizio Corona andrà a comprare le sigarette in canottiera e carisma? Il panda scenderà dallo scivolo o la Panda slitterà sulla neve? E Baby Rasta continuerà ad addormentarsi solo col reggae?

Il 7 settembre 2011 è un rettangolino con il titolo «Le ginocchia delle star – indovina di chi sono» ad attrarre la mia curiosità. Clicco e arrivo su un servizio di D, settimanale femminile di Repubblica attivo pure sul web, intitolato: «Ginocchia raggrinzite? Anche le dive ci cascano», costruito con un breve testo introduttivo e una galleria fotografica di undici coppie di foto. Mi viene proposto una sorta di quiz su un difetto fisico che fino a quel momento ignoravo serenamente: la prima immagine di ogni coppia mostra infatti le ginocchia anonime – ed esemplari in negativo – di una diva, la seconda ne svela il volto e la mezza figura, curatissimi.

Seppur a disagio clicco, e clicco ventidue volte, una foto dopo l’altra, senza fermarmi. Le prime due sono quelle che mi colpiscono di più: Elle «The Body» Macpherson inquadrata in piano americano è sempre bellissima, corpo mistico dell’Età dell’Edonismo, icona degli anni Ottanta che non finiranno mai, ma nell’immagine precedente le sue ginocchia non incantano di certo. A uno sguardo più attento (il mio, che clicca avanti e indietro, quindi ben più di ventidue volte in totale) noto dal vestito che i due scatti sono stati presi molto probabilmente nella stessa occasione.

Le ginocchia si oppongono al volto e al seno perché tradiscono l’età. Il contrasto non potrebbe essere più netto: sopra si glorifica la bellezza, l’apparenza, l’arte cosmetica e la chirurgia estetica; sotto, nelle zone basse dell’inconscio mediatico e della Schadenfreude, si condanna il corpo celebrandone il decadimento inarrestabile.

Il pubblico femminile è forzato dai media e dalla pubblicità a una competizione ferocissima con modelli irraggiungibili, irreali anche per la pervasiva e sistematica correzione al computer delle forme – un altro dei dispositivi sociali della digitalizzazione. Photoshoppare è da tempo un verbo di uso comune, ma la consapevolezza dell’artificio – digitale, cosmetico, chirurgico – non riduce la potenza dell’ideale proposto. I servizi su «quanto è ingrassata la famosa star» o su «la diva che si è rifatta proprio male» sono offerti come cinico invito allo scherno e periodico risarcimento: le ginocchia che cedono fanno parte di questo filone e comunicano un senso di crollo definitivo al quale, come perfezione del compiacimento e del contrappasso, si aggiunge il fatto che quelle grinze vengono soprattutto alle donne magre non più giovanissime, alle ricche e famose che credono di poter sconfiggere il tempo e rimanere belle.

Subito sotto il rettangolino delle ginocchia un altro attrae la mia attenzione, la «Madonna che piange», notizia ciclicamente aggiornata con semplice variazione della località: questa volta si glorifica Licata, in provincia di Agrigento, e si coinvolgono i ris dei carabinieri di Messina per indagare sul «mistero». Il cortocircuito semantico è immediato: la Madonna, donna e madre, guarda in alto e soffre per le ginocchia raggrinzite delle star, sue sventurate figlie, e sacro e profano, vero falso e falso vero hanno pari indegnità.

Il lettore consapevole – come spero di essere – si avvicina infatti alle tessere della colonna di destra con una disposizione d’animo fra il curioso e il divertito. Talvolta si lagna per il tempo perso (mentre clicca ancora su un’altra notizia); altre volte preferisce riflettere sul declino di una testata come Repubblica che all’avvio non trattava quasi lo sport e oggi ospita nel suo sito l’ennesima clip (appena vista) su insignificanti palleggi in allenamento tra calciatori. Ma la condanna del consumatore e dell’editore cede infine il passo alla provvida giustificazione critica: la colonna di destra è il catalogo universale della bêtise, lo stupidario del mondo che a forza di clic si riscatta oltre il significato letterale. Insomma proprio io, sofisticato fruitore di Repubblica.it e dei suoi «boxini morbosi», rinnovo il Bouvard e Pécuchet di Gustave Flaubert, il détournement dei situazionisti, la guerriglia semiologica di Umberto Eco, la decodifica oppositiva di Stuart Hall, l’ironia postmoderna. Non c’è neppure bisogno dell’indulgenza per un piccolo colpevole piacere, perché non sono parte dell’ingranaggio: io disincanto la vanità in formato francobollo della colonna di destra. Pagina vista dopo pagina vista critico, smonto, saboto l’informazione ridotta a intrattenimento. Guarda quel titolo genialmente idiota: le dive cascano per colpa delle ginocchia poco elastiche!

Ma anche l’interpretazione «sovversiva», come le ginocchia delle star, presto cede e crolla, almeno per me. Ritorno alla galleria fotografica inaugurata da Elle Macpherson e comprendo che il circuito sul web funziona a pieno regime, senza salti o deviazioni, alimentato anche dai miei clic compulsivi e scettici. La mia decodifica oppositiva è prevista e curata proprio come una qualsiasi altra nicchia di mercato, con le sue preferenze di forma e contenuto. Commentare ferocemente e con sarcasmo l’irrilevanza di quanto oggi trova la via della pubblicazione digitale non cambia in alcun modo il mondo dell’informazione; l’estasi surrealista di fronte alle rovine, l’illusione dello straniamento brechtiano e l’alibi debolissimo dell’ironia postmoderna non trasvalutano alcuna abiezione giornalistica. Queste pratiche che una volta erano di avanguardia rappresentano ormai casi d’uso attesi e persino benvenuti, comuni quanto un effetto programmato di Photoshop e un filtro di Instagram. Gli stessi produttori, coscienti di quelle tradizioni critiche, possono strizzarvi l’occhio e favorire anche tale ricezione per uno specifico segmento di pubblico. Non sto sostenendo che «ogni dissenso viene previsto e confermato dal Sistema» o immaginando un’intelligenza centrale di supremo controllo, ma vi è certamente una progressiva assimilazione, una scontata stanchezza di quelle strategie di ribaltamento, dopo molti decenni di meccanica applicazione e troppo saldi convincimenti. Ciò non impedisce altre forme di «resistenza informativa», anche a partire dalle passate gloriose esperienze, ma rifiuta la scorciatoia dell’ironia e del capovolgimento, e rimette seriamente in piedi quello che rideva a testa in giù credendo di fare la rivoluzione.

Con maggiore umiltà mi propongo allora di ricostruire il percorso delle ginocchia delle star. Da Google apprendo che Repubblica non è l’unico grande giornale a occuparsene, anche il sito del Corriere, il 6 settembre, ne parla, in un servizio che contiene un link a un’altra fonte, un pezzo dell’inglese Mail Online (Daily Mail) pubblicato lo stesso giorno. Confrontando questi due articoli scopro che il Corriere riscrive piuttosto fedelmente il Mail Online: l’articolo inglese viene utilizzato al pari di una notizia d’agenzia ricevuta in abbonamento e riproponibile in qualsiasi forma piaccia. Le testate tradizionali criticano spesso i siti informativi «nativi digitali» come l’Huffington Post per l’operazione parassitaria di aggregazione (o, come viene spesso definito, saccheggio) del lavoro giornalistico originale altrui (vedi capitolo 5), ma a questo rilievo occorre unire il fatto che le versioni online del Corriere, Repubblica e di altri grandi quotidiani italiani hanno mostrato non raramente una grande disinvoltura nell’ispirarsi a fonti straniere per i contenuti bassi e veloci.

Il Mail Online indica le ginocchia raggrinzite con uno specifico neologismo, kninkles, da knee, ginocchio, più wrinkle, ruga, inventando sia la parola sia – nel discorso pubblico – il suo oggetto: prima di quegli articoli le kninkles restavano sotto la soglia di percezione di molti lettori, mentre oggi io, supposto spettatore in controllo, non riesco a non guardare le ginocchia di ogni star che sfili davanti a fotografi (e, alla fine, controllo pure le mie).

Vi è una grossa differenza nella struttura dei pezzi del Mail Online e di D di Repubblica: il primo è contenuto in una singola lunga pagina e proposto in forma di quiz, in alto le ginocchia e sotto i volti; il secondo usa una galleria fotografica per aumentare il numero totale di pagine viste, ha un testo più breve e cambia le foto (di undici star, prese dalle quindici del giornale inglese). D ripete la scorrettezza del Corriere: il testo del servizio, 1500 battute, è composto in buona parte di traduzioni dall’articolo del Mail Online; e senza che sia citata in alcun modo la fonte. Infine riesce nella difficile impresa di superare l’originale per Schadenfreude:

Di solito siamo abituate a considerarle perfette, ma fa piacere scoprire che anche le divine del red carpet sono donne normali come noi. Ne è la prova questo focus su una delle zone più critiche del corpo femminile: le ginocchia. Con il passare degli anni la pelle perde elasticità e le continue diete possono peggiorare le cose. […] E ora giocate con noi: indovinate di chi sono queste ginocchia…

Questo giubilo per la pelle cascante e invecchiata non mi procura certo piacere, ma sono io, moralista imbarazzato dai miei stessi clic, a prendere il «quiz» davvero troppo sul serio e a vederci dentro una buona misura di crudeltà? D’altro canto, se fossi continuamente perseguitato da modelli irraggiungibili e proposti con una fortissima pressione sociale, la mia gentilezza verso le rotule delle star non verrebbe meno? Non sarei forse portato a giocare al riconoscimento e al massacro, e non vorrei leggere ancora più notizie come questa? E non ho già cliccato trenta volte, in ogni caso?

(…)

«La trama elicoidale del nostro presente»

In «Storia della colonna di destra. Un’analisi di Repubblica. it» (2010) Giorgio Vasta offre una lettura molto affascinante e densa del principale giornale digitale del nostro paese. Lo scrittore va oltre gli usuali rilievi critici sulla qualità dell’informazione e compie una sorta di carotaggio del sito, arrivando sino alle strutture simboliche profonde. Inizia didatticamente con la presentazione ripartita delle due colonne vertebrali di questo strano animale giornalistico:

La Repubblica.it è un animale con due colonne vertebrali.
 La prima, quella che scorre leggermente scoliotica sul lato sinistro dello schermo, si propone come logica, consequenziale e gerarchica. Il mondo e l’Italia prendono forma in una spina dorsale di eventi che procede dall’alto verso il basso in un preciso ordine di gravità e di urgenza. A destra, più regolare nella grafica – un’infilata a piombo di francobolli che ospitano un’immagine – ma priva all’apparenza di un’organizzazione gerarchica evidente, c’è la seconda colonna vertebrale: lo stupidario, la bizzarria, il fatto senza la notizia, lo svuotamento del contesto, il geroglifico ironico-delirante.

In questo momento introduttivo vediamo una distinzione netta tra la qualità e il sensazionalistico: il broadsheet e il tabloid vengono assunti come modelli ideali e opposti. La colonna di destra rappresenta il secondo nella versione estrema, ciò che non comunica con l’informazione e la logica, il puro svuotamento di quel contesto giornalistico che traduce la complessità del reale per il lettore e fornisce strumenti, interpretazioni e significati. L’ampia colonna di sinistra riproduce, invece, in digitale e in un’edizione continua, l’organizzazione del giornale di carta: media per la rete quel complesso artefatto culturale che è Repubblica.

Possiamo pensare all’intera home page, esclusa la colonna di destra, come alla trasposizione digitale della prima pagina. Sono tutti e due punti d’entrata privilegiati dell’informazione, anche se già nel 2010 era più frequente l’accesso su una «pagina digitale interna», direttamente a un articolo attraverso un collegamento ipertestuale, rispetto al comportamento poco diffuso di un lettore del cartaceo che ignori del tutto la prima e punti alla sezione economia o alla singola rubrica del giornalista. Compiendo un passo ulteriore, giungiamo poi a leggere nello sviluppo verticale della home page la trasposizione dell’intero giornale di carta, a propria volta tradizionalmente «anticipato» nella prima pagina.

L’organizzazione del quotidiano cartaceo – la struttura, l’ordine di gravità e l’urgenza – è legata alla storia e all’ideologia di una testata e più in generale dell’ambiente informativo di riferimento. Non vi sono dati semplici e immutabili, ma processi stratificati: un giornale italiano di metà Ottocento è uno strumento distantissimo dalla nostra idea di informazione, la stessa prima pagina non vi svolgeva la funzione di anticipo delle cose più notevoli. La nostra percezione della naturalezza dell’ordine e dell’urgenza sono un caso riuscito di invenzione della tradizione, e la fissità è un’illusione determinatissima, perché ogni tema occupa un posto in un sistema di valori giornalistici in evoluzione costante. E per venire al primo necessario esempio: proprio internet, ovvero la tecnologia e la cultura digitale, è stata a lungo trattata quasi solo come svago e curiosità, e non come argomento culturale ed economico di primaria importanza.

Anche il centro della nostra informazione muta nel tempo: la politica nazionale conserva il suo ruolo privilegiato da più di due secoli, da quando il giornalismo italiano venne scosso dalla stampa francese rivoluzionaria e dall’arrivo di Napoleone in Italia, ma nel corso degli anni il trattamento è cambiato moltissimo, e in tempi diversi, sui diversi media. Il cosiddetto pastone, l’articolo principale di cronaca politica dove si riportavano tutte le posizioni espresse dai principali esponenti dei partiti insieme a considerazioni e commenti del giornalista, è scomparso da decenni dalla carta stampata ma, anche per le formidabili pressioni di equa rappresentanza politica, continua a sopravvivere in diversi telegiornali, ammodernato e ricucinato nella forma del panino (nel pastone si mischiavano insieme gli ingredienti, nel panino si impilano a strati). Al contrario la stampa, in un ambiente di abbondanza informativa dove tutti i mezzi di comunicazione dispongono della stessa dichiarazione ufficiale del leader di partito (già ascoltata la sera prima nei tg), ha scelto di distinguersi, accentuando molto negli ultimi due decenni il racconto per retroscena e indiscrezioni, sempre esclusivi, ovvero imitati e praticati da quasi tutti i quotidiani.

La cronaca nera non è meno dipendente dall’evoluzione sociale e dal contesto storico: nel nostro paese fu quasi vietata in epoca fascista, per poi venire usata in modo abbondante e con toni urlati nei giornali del pomeriggio, più sensazionalistici, degli anni Cinquanta e Sessanta, imponendosi quindi sugli altri quotidiani. Negli anni Novanta iniziò ad andare a traino della tv che, con i tanti corrispettivi nazionali del caso Milly Dowler, riempiva facilmente lunghe dirette pomeridiane e preparava con poca spesa «inchieste» serali. Considerazioni simili a quelle per tecnologia, politica e cronaca nera si potrebbero fare per altre sezioni, dall’economia agli esteri, dallo sport ai viaggi. Nel tempo cambiano o mutano di peso i fenomeni, le sensibilità e gli interessi, i contesti di ricezione e i gruppi di pressione; inoltre i media non sono affatto un semplice «rispecchiamento», ma il loro sviluppo è condizionato da tradizioni, valori, processi interni. Questo si mostra, in un intrico vertiginoso, proprio nella teledipendenza del giornalismo, nel farsi dettare l’agenda dalla tv, nuova deleteria caratteristica dei quotidiani italiani condannata da molti critici (in testa Umberto Eco) appunto negli anni Novanta.

Passiamo alla storia di Repubblica: nel 1976 viene lanciato come quotidiano di interpretazione e commento ben lontano da una testata generalista (indicata con il termine omnibus). Il fondatore e direttore Eugenio Scalfari nel commento di presentazione scriveva:

Questo giornale è un poco diverso dagli altri: è un giornale d’informazione il quale, anziché ostentare una illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’avere fatto una scelta di campo. È fatto da uomini che appartengono al vasto arco della sinistra italiana.

Al suo avvio quella nuova testata non dava tutte le notizie: e più che darle per primo le interpretava, venendo per questo motivo malignamente rinominato «Ripubblica» dal dirigente comunista Giancarlo Pajetta, giornalista ed ex direttore dell’Unità; e in quel battesimo ingiurioso si avverte l’ansia per un quotidiano concorrente, vicino ma non allineato al PCI. Repubblica non aveva cronaca locale e non trattava quasi lo sport, anche perché, al contrario degli altri giornali, non usciva il lunedì, il giorno più denso di articoli sportivi. Era insomma un giornale che, in una precisa strategia di differenziazione, negava esplicitamente l’omnibus: non per tutti i luoghi, non su tutti i temi e non per tutti. Scalfari era stato abile direttore del settimanale di politica e costume L’Espresso e sicuramente aveva studiato un nuovo giornale di interpretazione molto schierato come Il Manifesto (lanciato in forma di quotidiano nel 1971), si era quindi proposto con Repubblica di fare un settimanale che però uscisse tutti i giorni, dove la scommessa era di guadagnare in profondità più di quello che si perdeva in ampiezza. Questa era naturalmente un’ipotesi su un nuovo tipo di lettore, critico e attivo, che per determinati argomenti cercava nel quotidiano un’alta qualità di trattazione mentre era indifferente o tollerante per l’assenza di altri temi. La riuscita campagna pubblicitaria di lancio insisteva su questo contrasto, con lo slogan memorabile e la perfetta epigrafe per il lettorato polarizzato e d’élite: «O credete a “loro” o credete a la Repubblica».

Quel giornale si rivolgeva a una nicchia elitaria, anzi all’interno di quella élite sceglieva la parte rivolta a sinistra. In un’intervista del 1977 Scalfari forniva pure un catalogo di questi lettori ideali, elenco per l’epoca provocatorio e persino incongruo, ma che segnalava già le alte aspirazioni di influenza politica e sociale della testata:

Finora si sono fatti dei giornali omnibus, buoni cioè per tutti i lettori. Noi, invece, vogliamo ritagliare dalla massa del pubblico una fetta precisa: la classe dirigente, prendendo come riferimento non il reddito ma i ruoli esercitati nella società. La classe-guida, per noi, sono gli studenti, i quadri sindacali, gli imprenditori, i funzionari, gli insegnanti, i politici locali e nazionali.

In una forma più onesta, diretta e «inclusiva» siamo ancora una volta ai millecinquecento lettori che contano di Forcella contrapposti ai trecentomila acquirenti del giornale: Scalfari, infatti, in questa prima fase di Repubblica media tra quei due numeri, allargando in senso progressista la composizione della classe dirigente, della gente che conta. Le ambizioni, editoriali e di indirizzo politico si verranno però a realizzare compiutamente solo quando Repubblica rinuncerà a buona parte dei suoi originari tratti distintivi rispetto al quotidiano generalista. Dal caso Moro in avanti, dalla sua «rifondazione» (secondo il giudizio dello stesso Scalfari), il giornale muta gradualmente ma nel profondo, correggendo molti punti e smorzando alcune punte della linea editoriale: diventa con grande successo un quotidiano «come gli altri, meglio degli altri», in competizione diretta e pure vittoriosa col Corriere, fortemente compromesso dallo scandalo P2 a inizio anni Ottanta.

Il giornale di Scalfari continua a presentarsi nel tempo come fedele al disegno iniziale di filtro dalle maglie strette ma prospera sulla tensione tra la negazione ideale e l’assimilazione pratica del giornale omnibus. La proposta unica che Repubblica, dagli anni Ottanta a oggi, fa al suo lettore non è, quindi, l’omnibus ma – per dirla con un altro slogan, anzi con una formula alla Pajetta – l’omnia munda mundis, il giornale per tutti e per tutti i temi, e nonostante questo capace di distinguersi per il punto di vista, di elevarsi per il taglio critico. Il quotidiano di Scalfari e di Ezio Mauro, suo successore dal 1996, si pone come il luogo informativo dove pure il basso si trasvaluta in rilevante fenomeno sociale o di costume, per un lettore che continua a valere come parte migliore del paese in ogni articolo.

Dal punto di vista formale, ma di una forma sostanziale, tra le innovazioni del giornale va segnalata la strutturazione per pagine, che si collega ancora una volta alla sua vocazione interpretativa. Dagli anni Novanta l’unità minima ideale di contenuto non è più l’articolo, ma la storia che si sviluppa su uno o più fogli, dove insieme al singolo pezzo trovano posto immagini, illustrazioni, grafici, tabelle, trafiletti di dettaglio, spesso con soluzioni di design molto pregevoli, mai trasposte e adattate dal cartaceo alla rete (paradossalmente Repubblica, prima dell’avvio sul web, realizzava ovvero mimava in maniera più originale ed elegante di quanto faccia ancora oggi il suo sito l’ipertestualità e la multimedialità).

Ogni numero di Repubblica contiene tradizioni storiche, ideologie giornalistiche, pratiche sociali, scelte tecniche e costrizioni economiche che vanno a formare, in una difficile sintesi, un prodotto informativo per il lettore. Il tutto viene percepito come naturale, logico e immediatamente comprensibile proprio perché nel corso del tempo il giornale ha creato, formato e modificato il suo lettore. Anche il sito partecipa a questa operazione, modellandosi però in misura non trascurabile sulla linea editoriale del Mail Online, quindi su una tradizione tabloid aggiornata all’infotainment ipertrofico, ininterrotto e globalizzato, a una linea lontana da quella proclamata in ideale da Repubblica all’inizio e pure distinta da quella realizzata sulle pagine del cartaceo ancora oggi.

Nella colonna di destra su Repubblica.it – riprendiamo ora «Storia della colonna di destra» – i contesti di senso e le sedimentazioni di significati cadono. Domina la bizzarria, ogni cosa ha pari libertà e licenza. Ma Giorgio Vasta, dopo aver spiegato la fondante divisione logica e assiologica delle due colonne, compie un passo ulteriore, rivelando la confusione storica e sostanziale tra di esse: «Queste due colonne vertebrali, che nella grafica della home page di Repubblica.it si allungano separate e parallele, a un livello sostanziale, al livello cioè della struttura simbolica e politica di questo sito, sono intrecciate, profondamente avvinte, elicoidali».

Partito dalla separazione tra qualità e sensazionalismo, broadsheet e tabloid, Vasta parrebbe ora lamentare come nel giornale generalista italiano l’alto e il basso siano continuamente mischiati. Questo giudizio non sembra distante dalla classica censura della «pretesa di qualità» dell’informazione italiana ovvero, nel caso di Repubblica, dal ritenerne ipocrita la ricerca di distinzione, l’ambizione all’approfondimento e la promessa di taglio critico. La denuncia contro l’infotainment di origine televisiva, contro il basso urlato e corrivo dei nostri giornali trova sempre molto spazio, in primo luogo tra gli stessi «addetti ai lavori». Tale condanna diventa inoltre sempre più paradossale perché il grande mercato al quale si verrebbe a cedere non esiste più, e il supposto compiacere i gusti del largo e rozzo pubblico televisivo non porta neppure un solido risultato economico. I giornalisti uniscono quindi alla percezione della mancanza di qualità il chiaro riconoscimento della mancanza di indipendenza dal potere economico e politico, per l’ambiente informativo in generale e per la singola testata.

Questa contraddittoria negativa consapevolezza – di un giornale non abbastanza «ben fatto», non abbastanza popolare e non abbastanza indipendente – produce infine autoindulgenza, o meglio una forma peculiare di autoindulgenza che opera attraverso un accorto dosaggio della blanda autodenigrazione professionale e talvolta personale. In questo senso è esemplare il commento di Christian Rocca, direttore del mensile IL del Sole 24 Ore, al lancio dell’edizione italiana del giornale digitale Huffington Post:

Il grande successo dell’Huffington Post originale si deve all’introduzione nel panorama informativo americano della commistione tra alto e basso, della contaminazione tra politica e gossip, dell’abbattimento del sacro muro di divisione tra fatti e opinioni. Da noi tutto questo c’è già, mescolato, frullato, digerito. Lo fanno quasi tutti i grandi giornali, da ben prima che nascessero i blog. Tranne qualche rara eccezione, non c’è differenza tra quotidiani di qualità e tabloid, a differenza di quanto accade nel Regno Unito o negli Stati Uniti. Noi abbiamo un solo tipo di giornale. Un giornale con la pretesa di essere di qualità malgrado i titoli gridati, il pathos scandalistico e i rumors da portineria. Un giornale conquistato dalla tabloidizzazione, con poca autorevolezza, di scarsa affidabilità. Siamo il Paese di Satyricon, non del Pulitzer.

(…)

Nei siti web dei grandi giornali, quasi tutti ad accesso gratuito, come la televisione commerciale, la tensione tra alto e basso è diventata fortissima circa dalla metà degli anni Zero: si è scelto di abbassare clamorosamente la soglia di cosa è/fa notizia rispetto al cartaceo, anche per la possibilità di generare lungo tutto l’arco della giornata una quantità di immagini e brevi testi che sul giornale di carta non avrebbe mai potuto trovare posto. Si sono voluti attirare quei lettori digitali che non comprano il Corriere in edicola e non pagherebbero per le notizie sul web ma guardano volentieri una galleria fotografica sulla modella che scende dalla macchina o il gattino che scende dall’albero. I giornali autorevoli volevano far crescere le pagine viste, parametro fondamentale nel cosiddetto modello CPM (costo per migliaia di pagine viste) di vendita della pubblicità.

In questo ambiente digitale Repubblica ha scommesso ancora una volta sulla capacità di interpretare le notizie e le non-notizie. Ed è qui che il carotaggio di Vasta si mostra più profondo del lamento per la formula omnibus andata a male, per la compresenza di poco alto e molto basso nell’informazione italiana di «qualità», per il poco rigore della nostra stampa. Scrive delle due colonne:

Al livello cioè della struttura simbolica e politica di questo sito, sono intrecciate, profondamente avvinte, elicoidali: il codice genetico di un’idea di comunicazione e al contempo la descrizione nuda e spietata dell’identità di una parte consistente della sinistra italiana. […] La soglia che formalmente le separava è quasi del tutto cancellata e imperversa un crossing-over prepotente di strutture e sostanze, un’emulsione che polverizza differenze e gerarchie. Al di là dei nomi propri ci sembra del tutto naturale trovare quanto riguarda Fabrizio Corona nella colonna di sinistra e quanto riguarda Silvio Berlusconi nella colonna di destra (sapendo che già adesso, e da tempo, una biografia contiene in filigrana l’altra). E qui ritornerebbe quanto detto a proposito di Berlusconi come punto di con-fusione: Berlusconi è la trama elicoidale del nostro presente, la sintesi delle contraddizioni, il luogo della coesistenza degli opposti, non l’attore in scena bensì il teatro intero, la più potente estroflessione del bisogno pubblico – ormai famelico – di un privato «tramato».

Berlusconi interpretato da Repubblica è stato il reagente grazie al quale si è potuto tenere e giustificare tutto insieme. Vasta non sta denunciando – come fanno numerosi critici, da destra e talvolta da sinistra – l’«ossessione berlusconiana» di Repubblica, la persecuzione del Cavaliere che perseguiterebbe quel giornale almeno da fine anni Ottanta, cioè dalla «guerra di Segrate» per il controllo di Mondadori vinta da Berlusconi (Repubblica era parte della contesa e rimase all’editore De Benedetti e a Scalfari). Mostra invece proprio ciò che, all’inizio di questo decennio, rimaneva fuori dagli editoriali severi sulle «Olgettine», dalle lunghe cronache delle intercettazioni consegnate direttamente al giornale (senza nessun bisogno di hacking in proprio) e dai boxini morbosi con Nicole Minetti: il bisogno famelico di un privato «tramato», dove il rimosso ritorna in pubblico e il presente viene al tempo stesso erotizzato e moralizzato.

Berlusconi è «il teatro intero», quello che O’Hagan chiama la «nostra cultura pedofila». Questo vale oltre le foto del diciottesimo compleanno di Noemi Letizia con il leader settantenne ospite d’onore e oltre i resoconti letti per anni su Repubblica delle «cene eleganti» (le virgolette, parte integrante dell’espressione, andrebbero a loro volta virgolettate) con la minorenne Ruby. E vale oltre la lettera a Ezio Mauro dell’indignata Veronica Lario, allora moglie di Berlusconi, in cui chiedeva pubbliche scuse da parte del consorte e si dichiarava offesa nella sua dignità, poiché il «marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti […] rivolgendosi ad alcune delle signore presenti» si lasciò andare a «considerazioni per me inaccettabili: “… se non fossi già sposato la sposerei subito”, “con te andrei ovunque”».

Repubblica si trasforma in tabloid sensazionalista non per il puro cedere al basso, ma per l’immaginario ribaltamento interpretativo che eleva il basso a luogo della denuncia, per l’eccezionalismo morale, la condanna senza esitazioni della decadenza e l’enormità dell’allarme. Nella con-fusione di voler tenere tutto insieme e raccontarlo col volume al massimo, pubblicando insieme il commento nobile e inflessibile dell’editorialista di punta, gli appelli sul sito per la legalità e la dignità del paese con richiesta di firma e foto comprensiva di cartello «Not in my name» ai lettori, le cronache costruite sopra le ultime intercettazioni, i trafiletti sulle spese mensili di mantenimento delle «Olgettine» e quasi ogni giorno, in diretta ininterrotta, le foto di Nicole Minetti in costume molto aderente. Perché tutto si tiene, tutto si intreccia nel racconto del giornale, tutto si trasvaluta in ideale, ma la trama elicoidale del presente viene infine a comunicare in forme riconoscibilmente berlusconiane: il rimosso cola sopra ogni pretesa di ribaltamento e illusione di riscatto.

©Alessandro Gazoia, 2016 ©minimumfax, 2016. Tutti i diritti riservati.

Il libro “Senza filtro” sarà presentato da Alessandro Gazoia e Luca Sofri alla libreria Verso di Milano il 10 marzo 2016 alle 21,30.

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