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  • lunedì 28 dicembre 2015

In Spagna è ancora tutto bloccato

Le trattative tra partiti proseguono ma infruttuosamente, dopo le elezioni del 20 dicembre: uno degli ostacoli principali è la questione dell’indipendenza della Catalogna

Mariano Rajoy e Pedro Sanchez, 23 dicembre 2015 (AP Photo/Paul White)

I risultati delle elezioni spagnole di domenica 20 dicembre hanno portato alla formazione di un Parlamento molto frammentato, senza una maggioranza assoluta e accordi chiari tra i partiti per un futuro governo: il Partito Popolare del primo ministro uscente Mariano Rajoy, conservatore, ha vinto senza però ottenere la maggioranza necessaria a governare. Per la prima volta dal 1982 in Spagna si dovrà formare un governo di coalizione, ma le trattative finora non hanno portato a niente.

In teoria
Per avere la maggioranza al Congresso dei Deputati servono 176 seggi. Il Partito Popolare (PP) ne ha ottenuti 123, il Partito Socialista (PSOE) 90, Podemos con altri partiti alleati 69, Ciudadanos 40. Guardando semplicemente ai numeri, l’unica possibile maggioranza assoluta al Congresso limitata a due partiti sarebbe quella tra PP e PSOE. PP e Ciudadanos insieme avrebbero 163 seggi, poco più di quanti ne avrebbero PSOE e Podemos se si alleassero (159 seggi). Per riuscire a ottenere la maggioranza sarebbe necessario per ciascun schieramento l’appoggio dei deputati dei partiti nazionalisti, catalani o baschi, che diventerebbero quindi decisivi.

Dal punto di vista politico, uno degli ostacoli principali agli accordi è proprio la questione dell’indipendenza della Catalogna (la cui situazione è attualmente bloccata); i nazionalisti catalani potrebbero dare il loro appoggio a uno dei due schieramenti in cambio di larghe concessioni a favore dell’indipendenza. Podemos difende il «diritto a decidere» dei catalani, Ciudadanos è su posizioni opposte e questo rende complicata la loro convivenza in un futuro governo. Un’altra ipotesi potrebbe essere la formazione di un governo di minoranza del PP, con la “desistenza” del PSOE a favore della destra.

La nuova legislatura comincerà il 13 gennaio: la Costituzione spagnola non fissa un limite di tempo ai colloqui del Re, ma stabilisce che dopo il primo voto di fiducia eventualmente infruttuoso sul candidato scelto per la presidenza del governo possano trascorrere al massimo due mesi. Se dopo due mesi a partire dalla prima votazione sulla fiducia nessun candidato otterrà la fiducia del Congresso, il Re scioglierà entrambe le Camere e indirà nuove elezioni.

Come stanno andando le trattative
Subito dopo le elezioni Mariano Rajoy ha ipotizzato una grande alleanza trasversale «per garantire la stabilità e non buttare gli sforzi fatti in questi anni dal paese per tornare a crescere». Lo scorso 23 dicembre ha incontrato il leader dei socialisti Pedro Sánchez: l’incontro (che è stato il primo di Rajoy) è stato molto veloce e Sánchez ne è uscito con il rifiuto di appoggiare un governo guidato dai conservatori: «Il PSOE non darà alcun sostegno alla continuità di Rajoy e del Partito Popolare perché i cittadini hanno votato per il cambiamento». Sánchez aveva aggiunto che «dopo i tentativi dei popolari» avrebbe dato seguito al mandato ricevuto per provare a trovare una nuova maggioranza.

Lo stesso giorno Ciudadanos aveva offerto un patto di governo a PP e PSOE, che prevedesse di concordare un piano di riforme in cambio della formazione di un esecutivo con una maggioranza in parlamento che escludesse Podemos e a cui il partito avrebbe offerto un sostegno esterno.

Oggi, lunedì 28 dicembre, Rajoy riceverà i leader di Podemos e Ciudadanos, Iglesias e Rivera. Con il primo è escluso qualsiasi tipo di accordo: Iglesias l’ha ribadito più volte e ancora oggi l’ha ripetuto dopo aver incontrato Rajoy. Prima dell’incontro di oggi si sapeva che Iglesias stava lavorando invece a un governo alternativo che prevedesse una grande intesa di sinistra e che riuscisse a ottenere il consenso delle formazioni indipendentiste della Catalogna e dei Paesi Baschi. Non è però chiaro se Iglesias possa effettivamente raggiungere questa maggioranza alternativa, dal momento che il sostegno al segretario del PSOE, Pedro Sánchez, sarebbe subordinato a un referendum per l’indipendenza della Catalogna, a cui i socialisti di oppongono, e a una serie di promesse su altre questioni sociali. Il leader del PSOE e Iglesias si sono parlati al telefono la vigilia di Natale e sono previsti nuovi colloqui in settimana.

Lunedì 28 dicembre i dirigenti del PSOE si sono riuniti per decidere le linee guida del partito sui programmi futuri, accordi di governo compresi. All’interno del PSOE la situazione è molto complicata. Durante l’incontro, il comitato federale del partito ha approvato un documento che impone a Sanchez una pre-condizione non negoziabile per iniziare delle trattative con Podemos: la rinuncia da parte di Iglesias al referendum sulla Catalogna. A capo dell’opposizione interna del PSOE c’è Susana Diaz, presidente dell’Andalusia, che sta cercando di limitare il potere di Sánchez. Un’altra divisione interna al partito riguarda la data del prossimo congresso per eleggere il nuovo segretario: c’è chi vorrebbe venisse fissata tra febbraio e marzo e chi invece chiede di attendere.

Rajoy cercherà invece un’alleanza con Rivera per convincere anche una parte del PSOE che il PP deve riuscire a formare un governo, dato che la Spagna non può permettersi una fase di instabilità politica o di andare addirittura a nuove elezioni. Il quotidiano spagnolo El País scrive che Ciudadanos attualmente non ha i voti per essere decisivo nella formazione di un nuovo governo e che, tuttavia, i suoi 40 deputati potrebbero trasformare il partito in una forza politica decisiva: nessun altro ha, in linea di principio, la capacità e la possibilità di potersi alleare sia con il PSOE che con il PP.

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