A che punto è il PD

Successi indiscutibili e fallimenti disarmanti del più solido partito italiano, che compie oggi dieci anni

(Nicola Vaglia/ LaPresse)

Il Partito Democratico ha dieci anni: «avrei detto di più», viene da dire, ma pensandoci un momento l’Italia di dieci anni fa era proprio un’altra cosa, lontana trent’anni almeno. Per dire, la data del 14 ottobre a cui è attribuito il compleanno – quella dell’elezione dell’assemblea costituente alle primarie – dava anche il nome a un apposito comitato promotore “14 ottobre”, di cui facevano parte Lamberto Dini, Rosa Russo Iervolino, Marco Follini, Ottaviano Del Turco, Agazio Loiero, fra gli altri. Sono cambiate un sacco di cose: fuori e dentro il PD.

Un giudizio su cosa sia il PD a dieci anni incontra un primo problema: il rischio di sovrapposizione di quello che è il PD con quello che è il PD di Matteo Renzi, ovvero il PD di questo momento esatto. È una sovrapposizione in parte legittima: Renzi è stato segretario del PD per quasi quattro anni su dieci, più di chiunque altro. Ne è oggi il leader più rappresentativo di sempre, per durata e per attualità. Però il PD non è solo il PD di Renzi. Proviamo a distinguere, fino a un certo punto.

I tre partiti politici italiani più importanti e popolari sono nati tutti negli ultimi 25 anni. Il PD è quello che appare più solido, forte di fondamenta che venivano da più lontano: le sue quotidiane fragilità sono soprattutto “percepite”, perché proprio il suo ruolo preminente nella storia e nella politica lo mettono al centro di polemiche quotidiane, e anche perché ha per sua natura militanti ed elettori con maggiore e più complessa attitudine critica. Il suo progetto di aggregazione – in tempi maggioritari – di due elettorati con molte cose in comune si è dimostrato vincente, malgrado l’inevitabile effetto collaterale sia un partito mai monolitico e compatto. Prendiamo due sistemi di misurazione piuttosto immediati: è il partito dato in testa o quasi in testa nei sondaggi pur essendo il partito leader di governo, ed è al governo ormai da sei anni, e da quattro e mezzo come partito di maggioranza con un suo rappresentante come presidente del Consiglio. Malgrado gli sfilacciamenti a sinistra – che durano e si attorcigliano poco proficuamente da decenni – il PD occupa il posto di partito maggiore e di riferimento del centrosinistra: ed è un ruolo non a rischio né in discussione.

Enrico Letta, Rosy Bindi, Romano Prodi, Walter Veltroni e Mario Adinolfi il 14 ottobre 2007 a Roma dopo le primarie vinte da Veltroni (AP Photo/Pier Paolo Cito)

Contemporaneamente, l’applicazione di questo progetto ha mancato di espandere questo rinnovamento nelle varie articolazioni e meccanismi del partito, e soprattutto nelle sue organizzazioni locali. Non era facile – l’Italia è un paese proverbialmente resistente all’innovazione e alla modernità – ma l’impressione è che i leader del PD abbiano ipotizzato con troppa stanchezza che una volta inventato il PD il resto sarebbe venuto da sé.

Il risultato sono strutture di partito che localmente e soprattutto al centrosud – ovvero nei luoghi più importanti – sono affidate ancora troppo a logiche disdicevoli e persone inadeguate, complice anche una disillusione ormai longeva che spinge i più brillanti, ambiziosi e benintenzionati a cercare soddisfazioni e risultati in campi diversi dalla politica. Ci sono tantissime eccezioni, naturalmente, e il PD funziona sul lavoro di molte brave e benintenzionate persone, ma le sue leadership non hanno trasmesso in giro molto del suo progetto di innovazione, al massimo un temporaneo entusiasmo. Lo dimostra la facilità con cui tanta parte del partito è diventata “renziana” in un batter d’occhio, con una crocetta su una casella: ma d’altro canto le leadership del PD non hanno di certo formato e introdotto un ricambio così soddisfacente.

E qui torniamo a Renzi, colpevole di due fallimenti, uno ormai palesemente congenito e uno acquisito in corsa, che oggi segnano i limiti di un PD moderno. Quello congenito è una palese incapacità alla condivisione con altre personalità alla sua altezza, e alla formazione di una classe dirigente di eccellenza: quella per cui sono state imbattibili le generazioni nei partiti predecessori del PD. Senza nulla togliere alle persone capaci che oggi ci sono nel PD e nel governo per conto del PD, non esiste nel PD renziano nessun altro leader che non sia Renzi. Il quale ha costruito un sistema di affidabili esecutori della volontà di Renzi (che è una volontà, non è nemmeno un progetto di cui ci si possa appropriare e che si possa declinare in autonomia), limitando sistematicamente l’inserimento e la crescita di chiunque non corrispondesse a questo ruolo e non incentivando in nessun modo la costruzione – è un lavoro, complesso, impegnativo – di un gruppo di personalità di spicco individuale. Sia nella politica che fuori, come si è visto dal ritorno ai più soddisfacenti fatti propri di quasi tutti i personaggi di successo che i primi entusiasmi renziani avevano coinvolto verso le cose pubbliche.

Se domani Renzi si mettesse in vacanza, il PD di questi anni e il suo progetto scomparirebbero (in questo sì, è come Berlusconi): tutt’altro prenderebbe il loro posto, e si fatica a figurarsi attraverso chi. Non per dire che sarebbe necessariamente un male, ma di certo non depone a favore della forza del PD renziano. Oggi, per dire, Renzi celebra i dieci anni del PD in un evento assieme a due altri leader del partito, e quei due vengono entrambi della generazione e della storia precedente (pur essendo parte integrante e meritoria del PD di oggi, a differenza di altri che venivano dalla stessa storia): Gentiloni e Veltroni.

Il secondo fallimento di Renzi è l’abbandono del vero progetto rivoluzionario per l’Italia e per questi tempi, che era stato il superamento della politica e della società basate sulle divisioni e sulla riga per terra, e la ricostruzione di un’idea dell’Italia come una comunità con un interesse condiviso, o in gran parte condiviso. È stato un elemento essenziale e prezioso dell’ascesa renziana, con i coraggiosi attacchi alla povertà controproducente della logica berlusconismo/antiberlusconismo, con le intenzioni esibite di coinvolgimento di parti più estese di elettori, con la saggia scelta di ottenere il necessario consenso senza snaturare i progetti, con la capacità di ottenere persino un’unità vincente a sinistra, come nell’elezione di Mattarella. Ma è un elemento che si è perduto: probabilmente anche a causa delle frustrazioni e degli ostacoli, ma a tutti era chiaro che frustrazioni e ostacoli sarebbero stati enormi. Il PD di Renzi è di nuovo un partito da riga per terra, che chiama “gufi” gli avversari, che cerca una legge elettorale con la fiducia, che dice a sinistra “si arrangino, se la sono cercata”. E l’obiezione “hanno cominciato loro” o “se la sono cercata” – divenuta frequentissima nella comunicazione dell’entourage renziano – non è degna delle ambizioni di quel primitivo progetto: il consenso mancante si cerca, non si snobba. Altrimenti perdi i referendum decisivi, e te lo meriti.

Con la riga per terra, al massimo puoi vincere e sconfiggere: ma non duri, come si è visto, e come si sta vedendo in tutto il mondo, dove il tasso di mortalità politica dei leader è divenuto altissimo, e il caso di maggior longevità politica che viene immediatamente in mente è quello di Angela Merkel, non a caso. Il vero progetto coraggioso, oggi, è superare la riga per terra.

E appunto, per concludere, il PD odierno si giudica dai risultati: sopra quelli già citati, c’è il più grosso di tutti, ed è una sconfitta spettacolare, che nessuna leadership seria può attribuire a colpe altrui, se vuole essere leadership. Ovvero la sconfitta che ha annullato il progetto delle riforme, riportato l’Italia venti caselle indietro verso un sistema proporzionale e di probabile ingovernabilità, diminuito spettacolarmente il potenziale futuro del leader più promettente che il centrosinistra abbia avuto negli ultimi decenni. È passato un treno. Era un treno, bisogna riconoscerlo, ed è passato, bisogna riconoscerlo.

Adesso, mentre scriviamo e leggiamo, è rassicurante sperare che ce ne sia uno da qualche parte lontana, che è partito e ancora non lo sappiamo, e ripasserà: che come dieci anni fa una serie di movimenti dentro e fuori il PD si congiungano fortunatamente e diano forza a nuovi capaci rappresentanti di cambiamento e ricostruzione dell’Italia malmessa. I più ottimisti investono in una maggiore maturità di Renzi, che tolga alle sue qualità i limiti che ad altri sembrano ormai insuperabili: sul piano concreto però non c’è stata traccia di nessun ripensamento di niente, dopo il fallimento.

Intanto c’è un PD che è al governo, e un suo presidente del Consiglio che sta avendo un moderato effetto calmante sul proprio paese, effetto che gli è riconosciuto da tutte le persone di buona volontà: è un risultato che sarebbe più apprezzabile se l’Italia non avesse bisogno di molto altro (e se non conoscesse sbandate come quella della fiducia su una legge elettorale poco eccitante), ma è qualcosa. Ed è del PD.

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