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  • domenica 24 settembre 2017

Trump contro gli sportivi americani e gli sportivi americani contro Trump

Negli ultimi giorni il presidente americano si è messo a litigare con alcuni atleti dei tre sport più seguiti del paese (molti dei quali sono afroamericani)

(MacNicol/Getty Images)

Negli ultimi due giorni il presidente degli Stati Uniti Donald Trump se l’è presa, a parole e su Twitter, con alcuni atleti delle più importanti e seguite leghe sportive statunitensi. Come molte altre cose successe durante la presidenza Trump, un litigio di queste dimensioni fra il presidente e gli sportivi più importanti del proprio paese non ha precedenti. La polemica assume una dimensione ancora più rilevante se si pensa che gli atleti che stanno criticando Trump fanno parte di minoranze etniche, una fetta della popolazione che non fa parte dello zoccolo duro dei suoi sostenitori (a cui Trump ha spesso dato ascolto in questi mesi). I fatti principali successi in questi giorni sono tre:

• Il 22 settembre, parlando in Alabama, Trump ha detto che le squadre e gli spettatori di NFL, il campionato statunitense di football americano, non dovrebbero permettere a certi giocatori di rifiutarsi di ascoltare in piedi l’inno nazionale, che viene suonato prima di ogni partita. Negli ultimi mesi alcuni giocatori si erano rifiutati di farlo per protesta contro la condizione dei neri e, più in generale, contro certe scelte e dichiarazioni di Trump.

• Il 23 settembre il fortissimo giocatore di basket Stephen Curry ha detto, parlando con i giornalisti, che stava pensando di non andare alla Casa Bianca con la sua squadra, i Golden State Warriors. Negli Stati Uniti, per tradizione, la squadra di basket che vince il campionato visita la Casa Bianca, e i Golden State Warriors hanno vinto la passata stagione di NBA. Curry ha detto di essere indeciso proprio perché alla Casa Bianca c’è Trump, Trump gli ha quindi detto di aver ritirato l’invito. Curry non ha per ora risposto ma lo ha fatto LeBron James, altro fortissimo giocatore di basket.

«Prima del tuo arrivo, andare alla Casa Bianca era considerato un grande onore!»

• Il 23 settembre, per la prima volta nella storia un giocatore della MLB, il più importante campionato di baseball americano, si è inginocchiato durante l’inno statunitense. Il giocatore in questione si chiama Bruce Maxwell e gioca negli Oakland Athletics: si è inginocchiato poco prima di una partita contro i Texas Rangers, e più tardi ha spiegato di averlo fatto per protestare contro le dichiarazioni di Trump del giorno prima.

Trump contro i giocatori NFL

Parlando su un palco in Alabama, Trump ha detto: «Non vi piacerebbe vedere uno dei proprietari di quelle squadre dire, quando qualcuno manca di rispetto alla nostra bandiera, “Prendete quel figlio di puttana e toglietelo subito dal campo. Fuori. È licenziato”?». Trump ha anche invitato gli spettatori negli stadi ad andarsene se dovessero vedere un giocatore che si rifiuta di alzarsi in piedi durante l’inno. Ha anche detto che la NFL è diventata più noiosa di un tempo e che dovrebbe diventare uno sport più duro e rude: proprio negli anni in cui il dibattito sui rischi del football è diventato esteso e partecipato.

Il sindacato dei giocatori di NFL – una lega in cui tre quarti dei giocatori sono neri mentre tre quarti degli spettatori sono bianchi, come la stragrande maggioranza dell’elettorato di Trump – ha criticato le dichiarazioni di Trump, e lo stesso ha fatto Roger Goodell, il commissario della NFL, il suo più importante rappresentante. Trump gli ha risposto che, invece, dovrebbe semplicemente dire ai giocatori di NFL di alzarsi in piedi durante l’inno.

Trump contro Curry, e LeBron James (e tanti altri) contro Trump

Parlando con i giornalisti, Curry ha detto: «Se dovessimo votare nello spogliatoio, io sceglierò di evitare la visita dal presidente: mi auguro che in questo modo, con un gesto del genere, potremo ispirare il cambiamento». Curry – che in passato ha già criticato Trump per alcune sue posizioni – ha anche detto di non essere il solo a pensarla così nel mondo dell’NBA. Alcune ore dopo, Trump ha risposto a Curry su Twitter, scrivendo che a causa delle sue dichiarazioni non era più invitato alla Casa Bianca. Curry non ha ancora risposto, ma lo ha fatto James, che ieri ha scritto su Twitter, parlando a Trump: «Prima del tuo arrivo, andare alla Casa Bianca era considerato un grande onore!».

Curry è stato difeso anche dai Golden State Warriors e da molti altri atleti. Chris Paul, che gioca negli Houston Rockets ha scritto: «Con tutto quello che succede nel nostro paese, perché ti preoccupi così tanto di chi non si alza per l’inno o non viene alla Casa Bianca?». Draymond Green, dei Golden State Warriors, ha scritto: «Continuo a chiedermi come questo tizio possa governare il nostro paese». Nella serata di ieri, James ha messo su Instagram un video in cui spiega meglio la sua posizione: ha detto di essere frustrato perché Trump continua a dividere gli Stati Uniti e di essere particolarmente infastidito dal fatto che questa volta l’abbia fatto usando il mondo dello sport.

Bruce Maxwell della MLB, nel suo piccolo

I tre più grandi sport statunitensi sono football americano, basket e baseball. Negli ultimi mesi e giorni il baseball e la sua lega (la MLB) sono rimaste più fuori degli altri due dalle polemiche con Trump. Il 23 settembre però Bruce Maxwell degli Oakland Athletics si è inginocchiato poco prima di una partita contro i Texas Rangers. Maxwell ha legato la sua protesta alle dichiarazioni di Donald Trump, che nei giorni scorsi aveva criticato i giocatori di football americano che negli ultimi mesi si erano rifiutati di alzarsi in piedi durante l’inno per protesta contro la condizione dei neri. Maxwell ha detto di aver pensato di inginocchiarsi già da molto tempo, ma di aver deciso di farlo ieri dopo i commenti di Trump per rivendicare il diritto degli atleti alla libertà di parola e di protesta.

Gli Oakland Athletics hanno commentato la decisione di Maxwell dicendo di rispettarla e di rivendicare il diritto costituzionale di ogni giocatore alla libertà d’espressione. Maxwell tra l’altro è relativamente giovane (ha 26 anni) e non è uno sportivo forte (e quindi famoso e influente) come Curry e James. Diversi giornali statunitensi hanno fatto notare che si è trattato, a suo modo, di un gesto coraggioso. Colin Kaepernick, il giocatore di NFL che per primo non si alzò durante l’inno, è ora senza squadra: ed è probabile che sia una sorta di boicottaggio da parte delle squadre, che vogliono evitare di avere in rosa un giocatore che potrebbe creare problemi.

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