La storia dell’hip hop è cominciata così

La sera dell'11 agosto 1973, quando dj Kool Herc organizzò nel Bronx la prima festa hip hop della storia: e da lì ne sono successe

Clive Campbell, cioè DJ Kool Herc, nel posto in cui nacque l'hip hop. (Chris Hondros/Getty Images)

Ci sono diversi momenti fondativi nella storia dell’hip hop, inteso come genere musicale e come movimento culturale. Per questo, e perchè ci sono diverse teorie su chi siano stati i suoi inventori, non se ne può determinare la precisa data di nascita. Quello che è certo, invece, è il posto dove l’hip hop nacque: nel Bronx, un malfamato e povero distretto di New York a nord di Manhattan, abitato principalmente da afroamericani. Quando però bisogna scegliere una data particolarmente significativa della storia dell’hip hop per celebrarne le origini, i più citano una notte di 44 anni fa, l’11 agosto 1973. Quella sera Clive Cindy Campbell, un dj nato in Giamaica che si faceva chiamare “Kool Herc”, organizzò al 1520 di Sedgwick Avenue la prima festa hip hop della storia. L’hip hop allora era una musica nuova: non era ancora cantata e aveva i suoi interpreti nei dj, che, alla ricerca dei modi migliori per far ballare la gente, stavano sperimentando coi giradischi per fare suonare meglio i dischi funk e soul.

I bianchi ballavano musica artificiale e patinata, che gli afroamericani perlopiù odiavano: volevano una musica che appartenesse loro, e la cercavano nel funk e nel soul, due dei molti generi musicali che avevano inventato nei decenni precedenti. La frontiera in quel momento era mischiare insieme una canzone e l’altra senza pause, per evitare che la gente smettesse di ballare quando si cambiava un disco con un altro. Alla radio sfumavano le canzoni, Kool Herc invece aveva inventato un modo rivoluzionario: faceva suonare la parte delle canzoni funk in cui c’erano solo la batteria e il basso su due vinili identici sui due piatti della sua postazione. Poi, con il mixer passava da uno all’altro, riportando sempre indietro uno dei due dischi alla parte strumentale, che quindi veniva ripetuta in circolo creando di fatto una nuova canzone. L’intuizione di Kool Herc è considerata da molti il momento fondativo dell’hip hop. Per far sì che la puntina del giradischi cominciasse a suonare il disco nel punto giusto, Kool Herc e gli altri dj spostavano l’asta. Era un guaio: se non si era precisi si cominciava nel punto sbagliato, svelando l’inganno.

1520 Sedgwick Avenue Is Recognized As Official Birthplace Of Hip-Hop(Peter Kramer/Getty Images)

Un altro grande dj della storia dell’hip hop, Grandmaster Flash, Joseph Saddler all’anagrafe, provò a lasciare ferma l’astina e spostare con la mano il disco, riportandolo al punto giusto. Segnando con un pastello il punto esatto in cui cominciava il beat, la transizione da un disco all’altro era praticamente perfetta. Si potevano creare loop infiniti dello stesso pezzo di una canzone: una cosa che sarebbe tornata utile, diciamo, nei successivi quarant’anni di musica. La soluzione era fare una cosa che in teoria non si doveva fare: toccare e scarabocchiare i vinili li rovinava, ed in quel periodo erano considerati quasi una cosa sacra (alcuni perché davvero rari e introvabili). Ma era l’unico modo. Grandmaster Flash, che molti considerano una specie di scienziato musicale per il suo interesse per l’aspetto tecnologico del mestiere del dj, aveva trasformato i giradischi in uno strumento. Senza contare che facendo girare con la mano i vinili veniva fuori un suono strano e molto musicale: ma in realtà l’invenzione dello “scratch”, come viene chiamata la tecnica, se la contendono in diversi.

Ripetendo in loop quei pochi secondi di solo ritmo e niente parole c’era anche la possibilità di parlarci e cantarci sopra; o meglio, fare una cosa a metà, con parole veloci in rima. All’inizio furono i dj a provare a parlare sui ritmi che creavano, un po’ come facevano i dj della disco music; ma poi si scoprirono troppo impegnati con i giradischi e quindi lasciarono il microfono ad altri. Quelli che iniziarono a rappare su quelle basi divennero noti come gli MC, i Masters of Ceremonies. Il termine hip hop, dice qualcuno, nacque quando Cowboy, l’MC di Grandmaster Flash, iniziò a dire “hip, hop, hip, hop” per prendere in giro un amico nell’esercito e la tipica cadenza delle marce militari.

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L’hip hop fu l’effetto del disordine del Bronx di quegli anni e una risposta creativa nei suoi confronti, che si legò presto ad altre forme d’arte come la breakdance e i graffiti. In certi giorni il distretto sembrava una zona di guerra: c’erano quotidianamente decine di incendi, causati soprattutto da persone che volevano fregare le assicurazioni. Camminando per le strade si incontravano continuamente isolati completamente distrutti di cui erano rimaste soltanto le macerie.

Chi faceva hip hop non ci vedeva un grande futuro: andava bene per far feste e qualche soldo, ma come si potevano registrare e vendere suoni che erano solo altre canzoni – registrate e protette da copyright – suonate in modo diverso? Alla fine degli anni Settanta l’hip hop riuscì però a uscire dai locali del Bronx e diventare una cosa registrabile e vendibile, con dei suoni che iniziarono anche a essere nuovi e non ripresi da altre canzoni: e forse accadde anche grazie al blackout di New York, o almeno così vuole la leggenda. La sera del 13 luglio 1977 quasi tutta New York rimase senza elettricità, e tra le migliaia di persone che saccheggiarono negozi e centri commerciali ci fu anche qualche dj che si intrufolò nei negozi di elettronica per rubare mixer, giradischi, casse, cuffie, microfoni e tutte le attrezzature di cui avevano bisogno per fare la musica che volevano fare, ma che non potevano permettersi. Il dj Grandmaster Caz, che fu una delle persone più importanti per la nascita dell’hip hop, ha raccontato che «si potevano vedere le differenze tra prima il blackout e dopo». Prima di quel giorno, a New York c’erano probabilmente quattro o cinque veri gruppi di dj: dal giorno successivo cominciarono a nascerne di nuovi, perché quelli che fino a quel momento avevano passato le serate a osservare i pochi che possedevano l’attrezzatura ora ne avevano di propria.

Grazie a gente come Afrika Baambata e i Furious Five (soprattutto il leader Melle Mel), l’hip hop – che stava diventando cantato, e quindi qualcosa di simile a quello che oggi conosciamo come rap – uscì dai confini del Bronx per arrivare prima a Manhattan e pian piano nelle altre grandi città americane, in particolare a Los Angeles. Alcuni produttori e manager lungimiranti capirono che era la musica che avrebbe dato forza e identità a una categoria sociale – la comunità urbana afroamericana – che aspettava da molto tempo un modo proprio di esprimersi e di denunciare la propria condizione. Con l’avvento di gruppi di enorme successo come i Run DMC e i Public Enemy, diventò chiaro agli addetti ai lavori che quella musica poteva essere venduta a tutti i giovani, e fu così che l’hip hop diventò un fenomeno mainstream. Tutta questa storia è raccontata nel bel documentario di Netflix Hip Hop Evolution.

Negli anni Novanta, i rapper erano diventati superstar dello show business americano. A lungo la scena rap si portò dietro la violenza del ghetto, basti pensare a Tupac o Notorious B.I.G., entrambi morti ammazzati, oppure al gangsta rap dei N.W.A., che esibendo il proprio stile di vita criminale lo trasformarono in una moda. A partire dalla seconda metà degli anni Novanta, grazie a persone come Jay Z, Eminem o Dr. Dre, e più avanti a Kanye West, che oltre a essere grandi artisti erano anche grandi imprenditori, il rap si “istituzionalizzò” sempre di più, diventando una delle più grandi e redditizie industrie culturali contemporanee.

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