Google Updates Its Logo

Il documento sessista che circola tra i dipendenti di Google

Sostiene che le donne siano biologicamente meno portate degli uomini ai lavori di tecnologia e alla leadership, e se la prende con i programmi di inclusione

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(Justin Sullivan/Getty Images)

Un documento di dieci pagine pubblicato da un ingegnere di Google su una mailing list interna all’azienda – e poi finito su vari siti americani di news – ha criticato gli sforzi per aumentare la percentuale di dipendenti appartenenti a minoranze etniche e soprattutto di donne con ruoli da dirigente. Il documento è stato molto discusso dentro l’azienda e ha portato i dirigenti di Google a diffondere un comunicato per dissociarsene: l’azienda è attualmente sotto indagine da parte del Dipartimento del Lavoro statunitense per le diseguaglianze negli stipendi tra uomini e donne. Da anni, poi, è in corso una discussione sulla misoginia degli ambienti di lavoro della Silicon Valley, e sulla bassa percentuale di donne che riesce a ottenere incarichi dirigenziali o finanziamenti per la propria startup.

L’ingegnere autore del documento – definito dai siti che se ne sono occupati senior software engineer, quindi della divisione software e con una certa anzianità di servizio – sostiene che le donne presentino differenze genetiche dagli uomini che le rendono meno adatte a ricoprire ruoli di leadership nel settore della tecnologia: è per questo, dice l’ingegnere, e non per discriminazioni o arretratezze culturali, che le donne nei posti di potere della Silicon Valley sono poche. Il documento è stato duramente criticato sui social network, anche da diverse dipendenti di Google, che hanno scritto che opinioni del genere non sono isolate, ma piuttosto condivise nella società.

Il documento, che è stato pubblicato integralmente da Gizmodo, vorrebbe dimostrare quali sono queste presunte differenze biologiche che rendono le donne meno adatte degli uomini a occupare posizioni importanti a Google e in generale nelle aziende di tecnologia. L’autore – di cui non si conosce l’identità, ma si sa essere uomo e bianco – espone la teoria secondo la quale esistono differenze di attitudini tra uomo e donna – il primo più attratto dalle cose materiali e pratiche, la seconda dalle cose immateriali e artistiche – che spiegano, oltre che la disparità di rappresentazione a Google, anche quella salariale. «Dobbiamo smettere di pensare che le diseguaglianze salariali di genere dipendano dal sessismo», scrive. Le tesi esposte dall’autore sono smentite dagli studi recenti che si sono occupati di diseguaglianze di genere, e che invece sostengono che le differenze di paga e opportunità tra uomini e donne dipendano da fattori culturali, e non biologici. Il sessismo nel settore della tecnologia, che è stato molto più restio di altri ad aumentare l’inclusione – anche delle minoranze –, è un tema noto e dibattuto da anni: secondo molte testimonianze raccolte dai media statunitensi le teorie del documento hanno trovato in privato approvazione da diversi dipendenti di Google.

Il documento si intitola “Google’s Ideological Echo Chamber”: “echo chamber” è un’espressione usata per descrivere un contesto nel quale circolano soltanto opinioni simili, che quindi si amplificano senza lasciare spazio a quelle diverse. Secondo l’autore le politiche di “affirmative action” di Google – cioè le politiche di “discriminazione positiva” volte ad aumentare l’inclusione di donne e persone appartenenti a minoranze etniche – hanno creato questo contesto. «Ho ricevuto molti messaggi personali da colleghi a Google che mi hanno ringraziato per aver portato all’attenzione questi temi molto importanti, sui quali sono d’accordo ma che non avrebbero mai il coraggio di difendere per via delle critiche che avrebbero ricevuto e della possibilità di essere licenziati. Questo deve cambiare».

Dopo la diffusione del documento diverse donne dipendenti di Google hanno denunciato su Twitter il fatto che opinioni come quelle dell’autore sono condivise da molti uomini che lavorano nella società, e che più persone di quante si possa immaginare criticano o deridono i programmi aziendali di inclusione. Le donne rappresentano il 31 per cento della forza lavoro totale di Google, il 17 per cento in più rispetto al 2014. La percentuale però diminuisce al 25 per cento quando si parla delle posizioni da dirigente.

Danielle Brown, vice presidente dell’ufficio di Google che si occupa di diversità e integrazione, ha risposto al documento con un messaggio rivolto ai dipendenti, che poi è stato diffuso ai media. Brown ha specificato che le tesi sulle diseguaglianze di genere esposte nel documento erano «molto sbagliate» e che «la diversità e l’inclusione sono una parte fondamentale dei valori che continuiamo a coltivare». Ciononostante, dal 2014 la percentuale di afroamericani che lavora nelle divisioni di Google che si occupano di tecnologia è ferma all’1 per cento (e al 5 per cento nelle altre). Anche per questo la società ha cominciato a cercare potenziali nuovi dipendenti da un numero maggiore di scuole e università, e a fare esaminare a più persone gli stessi curricula, per evitare discriminazioni.

Nonostante il tema del sessismo e delle molestie subite dalle donne nelle startup americane di tecnologia sia discusso da tempo, negli anni non sono stati fatti molti progressi. Circa un mese fa il New York Times aveva pubblicato un articolo che raccontava la prima volta in modo così completo ed esplicito i numerosi casi di abusi e molestie sessuali subiti da alcune imprenditrici della Silicon Valley, raccogliendo diverse testimonianze sulle difficoltà che molte donne affrontano ogni giorno in ambienti di lavoro diretti quasi esclusivamente da uomini, con investimenti che sono in minima parte indirizzati verso le iniziative imprenditoriali delle donne e verso l’adozione di politiche per ridurre le disparità di genere. Qualche mese fa una ex dipendente di Uber, la società a metà tra un servizio di taxi e un autonoleggio, aveva raccontato i casi di molestie sessuali subiti nei tredici mesi che aveva lavorato per l’azienda, che aveva per questo avviato un’indagine interna che si è conclusa a giugno con almeno venti licenziamenti.

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