Syria Raqqa Offensive Q&A
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  • lunedì 19 giugno 2017

Due cose nuove successe in Siria, spiegate

di Elena Zacchetti – @elenazacchetti

Gli Stati Uniti hanno abbattuto un aereo siriano vicino a Raqqa, l'Iran ha lanciato dei missili per colpire l'ISIS a Deir Ezzor: cosa vuol dire tutto questo?

Syria Raqqa Offensive Q&A
Tre combattenti delle Forze Democratiche Siriane a Tabqa, in Siria (Syrian Democratic Forces, via AP, File)

Domenica sono successe due cose nuove e importanti in Siria. Prima un aereo statunitense ha abbattuto un aereo del regime siriano di Bashar al Assad vicino a Raqqa, e non era mai successa una cosa simile dall’inizio della guerra; poi l’Iran ha lanciato dal suo territorio dei missili a medio raggio che hanno colpito alcune posizioni dello Stato Islamico (o ISIS) nella Siria orientale, un altro evento molto raro che ha stupito osservatori ed esperti. Le due cose non sono collegate tra loro e sono state decise per ragioni diverse. Entrambe però potrebbero avere implicazioni notevoli per la guerra in Siria, soprattutto per quello che sarà della Siria alla fine della guerra.

Ripasso breve degli schieramenti
In Siria gli Stati Uniti stanno combattendo contro lo Stato Islamico, e poco altro: sono alleati delle Forze Democratiche Siriane (SDF), una coalizione di arabi e curdi che negli ultimi mesi ha riconquistato diversi territori nel nord della Siria e che ora è impegnata in una vasta operazione militare per riprendere il controllo di Raqqa. L’Iran è alleato del regime di Assad, che finora ha combattuto principalmente contro i ribelli siriani: il fronte di Assad sta combattendo però anche una battaglia importante contro lo Stato Islamico nell’est della Siria, a Deir Ezzor, e si è scontrato in diverse occasioni con i curdi siriani, alleati degli americani.

nord-siriaLa situazione nel nord della Siria. Il grigio è lo Stato Islamico e in mezzo alla mappa c’è Raqqa, circondata su tre lati dalle Forze Democratiche Siriane (SDF). A ovest di Raqqa, attorno al lago Assad, si toccano in diversi punti le SDF e le forze alleate di Bashar al Assad, in rosso. È in questa zona che gli Stati Uniti hanno abbattuto l’aereo siriano, che si pensa stesse bombardando proprio le SDF. Molto più a est si vede invece la città di Deir Ezzor, in parte controllata dai soldati siriani ma completamente circondata dallo Stato Islamico (è quella cosa rossa a forma di Snoopy in mezzo alla grossa macchia grigia). È contro le postazioni dell’ISIS a Deir Ezzor che l’Iran ha lanciato i suoi missili a medio raggio (Liveumap)

Stati Uniti e regime di Assad non si parlano direttamente e le loro operazioni militari non sono coordinate: quando succedono tensioni come quelle di domenica, gli americani contattano i russi, alleati di Assad, che fanno da tramite. In generale si può dire che fino a poco tempo fa le due parti si ignoravano. Le cose sono cambiate tre mesi fa, ad aprile, quando Trump ha approvato il lancio di 59 missili Tomahawk contro una base dell’aeronautica militare siriana, in risposta all’attacco con armi chimiche nella provincia di Idlib di pochi giorni prima. Da allora sono aumentati gli episodi di tensione anche tra Assad e i suoi alleati da una parte, e Stati Uniti dall’altra.

Evento numero 1: l’abbattimento dell’aereo siriano
Domenica un aereo americano ha abbattuto un aereo del regime siriano a sud di Tabqah, a una cinquantina di chilometri a ovest di Raqqa, città della Siria ancora controllata dallo Stato Islamico. Il dipartimento della Difesa statunitense ha detto che l’aereo siriano è stato abbattuto perché stava bombardando le Forze Democratiche Siriane (SDF), la coalizione di arabi e curdi alleata degli Stati Uniti nella guerra contro lo Stato Islamico in Siria. Sembra che gli scontri tra SDF e forze alleate di Assad fossero cominciati prima dell’abbattimento, alle 16.30 ora locale, e avessero già provocato dei feriti. Gli americani erano riusciti in un primo momento a fermare gli attacchi, ma alle 18.43 un cacciabombardiere siriano aveva sganciato diverse bombe contro le SDF, provocando la successiva reazione degli Stati Uniti. Dopo l’abbattimento dell’aereo siriano, gli Stati Uniti hanno detto che non era loro intenzione cercare uno scontro diretto con Assad e i suoi alleati (Iran, Russia e milizie sciite), ma hanno aggiunto che anche in futuro non esiteranno a difendere con la forza i loro alleati nella guerra contro lo Stato Islamico. Il regime siriano ha definito l’accaduto una “flagrante aggressione” da parte degli Stati Uniti: ha detto che i suoi aerei stavano attaccando lo Stato Islamico, e non le SDF, e ha accusato gli americani di essere in combutta con l’ISIS (un’accusa spesso ripetuta dal governo di Assad, ma senza essere mai stata dimostrata).

Quello che è successo domenica, ha scritto il Wall Street Journal, potrebbe riflettere una volontà degli Stati Uniti di confrontarsi più direttamente con le forze di Assad e i suoi alleati. Non sarebbe una cosa venuta fuori dall’oggi al domani. Nell’ultimo mese gli americani hanno lanciato una serie di attacchi aerei sulle milizie sciite alleate di Assad nel sud della Siria, dove tra le altre cose è stato abbattuto un drone dell’Iran, il principale sponsor di queste milizie. Gli americani hanno anche spostato per la prima volta in territorio siriano, sempre nel sud, alcune unità di artiglieria lanciarazzi, per proteggersi dalla crescente minaccia dei combattenti sciiti.

Schermata 2017-06-19 alle 12.35.45La situazione nel sud della Siria, dove lo Stato Islamico, in grigio, non ha una grande presenza. Qui nell’ultimo mese sono aumentate le tensioni tra forze alleate di Assad, in rosso, e americani, che hanno messo in piedi un centro di addestramento in territorio siriano vicino al confine con Giordania e Iraq, dove si incrociano le due linee rette nella parte centrale della mappa. I verdi chiari indicano l’Esercito Libero Siriano, una coalizione di ribelli anti-Assad alleata della Turchia e in passato molto vicina agli Stati Uniti. È in questa zona di Siria che gli americani stanno cercando di limitare l’influenza delle milizie sciite filo-Assad, e quindi dell’Iran (Liveumap)

Allo stesso tempo sui social network è stata diffusa una foto di Qassem Suleimani – potente comandante di un corpo speciale dell’esercito iraniano, le forze al Quds – insieme a una milizia di afghani vicino al confine con l’Iraq, come per dire che l’Iran non si tirerà indietro e continuerà ad aumentare la sua influenza in questa zona della Siria.

Ora, dopo l’abbattimento dell’aereo siriano, la situazione tra forze di Assad e Stati Uniti potrebbe diventare più tesa anche al nord. Lunedì la Russia ha detto che d’ora in avanti considererà gli aerei della coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti, e che volano a ovest del fiume Eufrate, come degli obiettivi militari. Le SDF hanno invece diffuso un comunicato nel quale annunciano di essere pronte e rispondere militarmente nel caso di altri attacchi da parte delle forze del regime siriano e dei suoi alleati. Gli scontri tra SDF e forze alleate di Assad, inoltre, potrebbero aumentare nei prossimi mesi, quando la posta in palio non sarà più la sconfitta dello Stato Islamico ma il controllo dei territori “liberati”. Alla domanda “chi controllerà cosa?” non esiste al momento alcuna risposta condivisa.

Evento numero 2: il lancio di missili dell’Iran contro l’ISIS
Domenica, poco dopo l’abbattimento dell’aereo siriano, l’Iran ha lanciato dal suo territorio alcuni missili che hanno colpito lo Stato Islamico nella provincia di Deir Ezzor, ufficialmente come ritorsione per gli attentati a Teheran di mercoledì scorso nei quali sono state uccise 18 persone. L’attacco è stato compiuto con missili terra-terra a medio raggio, lanciati da una base militare delle Guardie Rivoluzionarie, l’unità d’élite dell’esercito iraniano che è incaricata di “esportare la rivoluzione” e che risponde direttamente alla Guida suprema dell’Iran, cioè la figura politico-religiosa più potente del paese.

Le Guardie Rivoluzionarie hanno detto che nell’attacco sono stati uccisi molti “terroristi”. Non si hanno però altre informazioni, né conferme, sui danni provocati dall’attacco.

Il video diffuso dalle Guardie Rivoluzionarie che mostra il momento del lancio dei missili che hanno colpito l’ISIS

Secondo diversi analisti, il lancio dei missili iraniani contro lo Stato Islamico non sarebbe solo una ritorsione per gli attentati di Teheran, ma anche e soprattutto un messaggio diretto agli americani: l’ipotesi più accreditata è che gli iraniani abbiano voluto mostrare la loro forza, dicendo chiaramente di non avere alcuna intenzione di ridurre il proprio ruolo in Siria. È una questione molto importante, perché sono diversi i paesi che potrebbero essere disposti a intervenire militarmente per impedire un tale rafforzamento dell’Iran in Siria (e anche in Iraq): tra gli altri, Israele e Arabia Saudita, che vedono gli iraniani e i loro alleati sciiti come i nemici numero uno per la stabilità e sopravvivenza del loro stato. L’analista Michael Horowitz ha scritto anche un’altra cosa interessante: che il lancio di missili da parte dell’Iran dimostra come gli attentati a Teheran abbiano raggiunto uno degli scopi che si era prefissato lo Stato Islamico, cioè quello di rafforzare l’ala più radicale e interventista del regime iraniano. Più l’Iran interviene in Siria e in Iraq, più si alimentano le violenze settarie tra sciiti e sunniti, e più lo Stato Islamico ha possibilità di trovare degli spazi in cui insediarsi e svilupparsi.

Quindi, che sta succedendo?
Il governo americano ha detto che non c’è alcun collegamento diretto tra le due cose successe domenica, anche se la complessità della guerra siriana e i molti paesi coinvolti rendono difficile valutare eventi così grandi in maniera indipendente tra loro. Sia l’abbattimento dell’aereo siriano che il lancio di missili dell’Iran, comunque, potrebbero essere ulteriori segnali di una crescente animosità tra gli americani e i loro alleati da una parte, e Assad e i suoi alleati – soprattutto l’Iran – dall’altra.

Uno dei problemi più grandi in questo momento sembra essere la mancanza di una chiara strategia da parte dell’amministrazione americana, una critica che per la verità accompagna gli Stati Uniti dall’inizio della guerra siriana. La scorsa settimana un funzionario americano aveva detto al Wall Street Journal, riferendosi agli scontri tra Stati Uniti e milizie sciite nel sud della Siria: «Tutto questo si sta sviluppando rapidamente, non c’è niente di pianificato e non so nemmeno se sia stata decisa una direzione da prendere. Tutti stanno cercando di capire cosa fare». In generale sembra che ci sia abbastanza confusione anche a nord, almeno per quello che riguarda l’atteggiamento da adottare nei confronti di Assad e dei suoi alleati, con cui gli Stati Uniti non sono in guerra. Nonostante le dichiarazioni roboanti in campagna elettorale, Trump non ha ancora definito una strategia sulla Siria, a parte portare avanti le politiche già avviate da Obama, peraltro molto discusse. Quella dell’amministrazione americana è una mancanza che sembra diventare ogni giorno più urgente da affrontare, anche in vista di una praticamente certa sconfitta dello Stato Islamico sia in Siria che in Iraq.

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