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  • lunedì 10 aprile 2017

Come si salva, se si salva, il giornalismo

Ci riflette Mark Thompson, amministratore delegato del New York Times, nel suo libro sulla "fine del dibattito pubblico"

Mark Thompson di fronte alla sede del New York Times dopo la sua nomina, nel 2012 (AP Photo/UK Broadcasters Pool)

Nei giorni scorsi è stato in Italia Mark Thompson, oggi amministratore delegato del New York Times dopo essere stato direttore generale della BBC, per presentare il suo libro pubblicato da Feltrinelli La fine del dibattito pubblico. Il saggio di Thompson – che ha 60 anni ed è nato a Londra – è dedicato ai cambiamenti nel linguaggio della politica e nei linguaggi pubblici in generale, e come questi siano sintomo ma anche fattore dei guai correnti delle democrazie occidentali. A un certo punto Thompson si dedica anche a spiegare cosa sia successo nell’abbassamento della qualità dell’informazione da parte dei news media, e a immaginare le possibili prospettive di quella qualità e dei suoi modelli di sostenibilità economica. Tutti temi attualissimi e familiari a chi lavora nel giornalismo e nell’informazione, tradizionale e digitale.

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Ma forse il più serio rischio etico che corre il giornalista moderno è il peccato che i teologi medievali chiamavano accidia. È il meno discusso dei sette peccati capitali. Di solito lo si prende per un sinonimo di “pigrizia”, ma in realtà è la colpa di agire in modo meccanico, di perdere la presa sul reale significato delle parole o delle azioni. Nella pratica giornalistica, l’accidia porta un cronista a distorcere oltremodo la realtà fino a quando sembra vagamente una delle narrazioni del suo repertorio limitato, e a esagerare e demonizzare non tanto per cattiveria ma perché anche questa è una procedura standard, ciò di cui “ha bisogno” la storia, e in fin dei conti quello che il direttore e, chissà, forse anche i lettori ormai si aspettano.

I nuovi arrivati digitali sono riusciti a tenersi lontani da questi sentieri ormai troppo battuti? I politici amano crederlo e certe volte attraversano fasi in cui offrono ostentatamente interviste a Buzzfeed e all’“Huffington Post” invece che al “Wall Street Journal” e alla Bbc per sottolineare la cosa. Ed è assolutamente vero che sono stati fatti grandi passi in avanti nel multimediale, nell’esperienza utente, nello sviluppo del pubblico, nella diffusione su più testate. Il giornalismo non è mai stato confezionato in modo più efficace o distribuito in maniera più efficiente.

Ma spesso i contenuti che saltano fuori da questo lustro tubo digitale hanno una somiglianza inquietante con le storie riciclate e ripetute all’infinito che la gente legge da un secolo e oltre sulla stampa popolare. Anche se ci sono stati progressi nella scrittura analitica, le innovazioni nel formato degli articoli e in tutti i trucchetti narrativi del giornalismo quotidiano sono state sorprendentemente limitate.

L’esito è un caso particolare nella più ampia crisi del linguaggio pubblico: quello di una tribù il cui discorso non ha più il respiro o l’adattabilità per riflettere la realtà, ma è talmente stordita che, pur essendo consapevole del dilemma, è più probabile che deprechi la realtà che non sé stessa. Forse è questo il vero motivo per cui la bestia le sembra tanto spesso feroce. Non conosce altro, è troppo ingessata nelle sue abitudini, troppo convinta che la rabbia e il rancore ottengano sempre un’audience più ampia, e in fin dei conti troppo spaventata per provare qualcosa di diverso. La vera domanda su tanto vecchio giornalismo non è se può sopravvivere come professione ma se mancherebbe a qualcuno qualora sparisse.

Linguaggio e istituzioni

Non risolveremo, o anche solo miglioreremo, nulla di tutto ciò senza significativi progressi nell’economia dei media. Gli informatici della Silicon Valley ci hanno insegnato a credere che le notizie sono nucleari, detto altrimenti, che i consumatori sono principalmente interessati ai titoli e ai sommarietti delle singole notizie, che non gliene frega nulla di chi è a fornire queste unità di informazione, e quindi che non si perde niente se sono aggregate da tante diverse fonti giornalistiche tramite un algoritmo (Google News) o una combinazione di algoritmi e redattori umani (“Huffington Post”). Forse un’aggregazione da parte di terzi potrebbe anche dimostrarsi superiore perché offrirebbe al singolo utente una più ampia scelta di risorse e, seguendo le sue modalità di consumo, prevederebbe e darebbe la priorità a storie che è più facile che l’utente trovi “interessanti”.

All’uomo con il martello tutto sembra un chiodo. È facile capire come mai gli scienziati impegnati ad analizzare sintatticamente, a organizzare e a distribuire l’informazione ma con scarsa esperienza di, o interesse per, i contenuti in quanto tali dovevano pensarla così. Del resto, l’idea non è totalmente infondata, in particolare a livello di titoli e monitor casalinghi. Se uno non clicca mai su un articolo sportivo, probabilmente è sensato retrocedere pian piano lo sport nell’elenco degli articoli sullo schermo del suo computer, anche se sei un provider di notizie che aspira a diventare una “testata autorevole”. Non di meno è una visione disgraziatamente impoverita del modo in cui interagiscono gli esseri umani con le notizie e le altre forme di giornalismo.

Un grande quotidiano, programma d’informazione o sito di news non mescola le notizie come se fossero un mucchio di mattoni staccati, che possono essere posati dal primo che passa assieme ai mattoni di altre fornaci per diventare la casa, quale che sia, che il passante vuole costruire. C’è in tutte una firma, un punto di vista editoriale. Arrivano a un possibile pubblico assieme all’offerta di un rapporto che trascende la trasmissione di news, un rapporto culturale, politico, emotivo, comunitario.

Quasi tutte le “storie” non sono il racconto di un evento unico, ma puntate di transizioni e di conflitti politico-sociali annosi, e talvolta a lenta maturazione. Si richiamano a quanto è successo prima e a quanto verrà, e il lettore o spettatore ottiene sia un valore informativo sia una sorta di serenità quando capisce l’impostazione del tale inviato o opinionista o della tale testata. La coerenza conta. La provenienza conta. E la fiducia, guadagnata nella maniera meno comoda, negli anni e nei decenni grazie a diligenza, professionalità e alti standard, conta più di tutto.

Un mattone è un mattone. Il giornalismo è un complesso manufatto culturale. Anzi, nella sua profonda e sincrona connessione con politica, società e cultura nel senso più ampio, è probabilmente più complesso di quasi tutte le altre forme letterarie o, se mi è permesso dirlo, artistiche. Le strutture giornalistiche non sono fabbriche tutte uguali che producono la medesima merce indifferenziata. Sono istituzioni culturali.

Ahimè, nel mondo sviluppato sono per la maggior parte istituzioni culturali in crisi. Il crollo al rallentatore dei loro modelli d’impresa, e il disfattismo e i risentimenti che lo accompagnano, sono senza dubbio responsabili in parte, come affermò Tony Blair nel suo discorso sulle “belve feroci”, delle debolezze etiche e comportamentali del giornalismo odierno discusse qualche pagina fa. Ma adesso sembra che la linea causale proceda anche all’inverso: una volta privato dei suoi effimeri vantaggi nelle vendite, il pessimo giornalismo privo di ambizioni produce un’impresa in passivo.

I facili profitti di un tempo hanno fatto sorgere nelle imprese dei media un diffuso compiacimento riguardo la qualità. Ognuno a suo modo, i giornali e le reti televisive godevano di un accesso privilegiato agli utenti e potevano di conseguenza far pagare profumatamente agli inserzionisti il privilegio di piazzare i loro messaggi. La pubblicità ad ampio margine di profitto è diventata la più grossa fonte di guadagni. In senso economico, i veri clienti erano le agenzie pubblicitarie, mentre i lettori e gli spettatori erano solo un mezzo verso un fine. In tante redazioni il risultato è stato un cinismo che talvolta rasentava il disprezzo.

Oggi questo modello sta cadendo a pezzi in tutto l’Occidente, rapidamente nel caso dei giornali cartacei, più lentamente ma comunque senza soste nel caso delle televisioni. E nel digitale non funziona. Nonostante le platee sterminate, la pubblicità nel web è una mediocre fonte di introiti per quasi tutti, a parte le piattaforme globali come Facebook e Google. È scattato un circolo vizioso: gli editori reagiscono alle basse tariffe pubblicitarie sovraccaricando le pagine di pubblicità, i lettori reagiscono andando altrove o piazzando un ad-blocker. Negli smartphone il problema è ancora più basilare: non c’è spazio libero a lato da vendere.

Alcuni editori, come il “New York Times”, stanno reinventando la pubblicità digitale. Invece di basarci sul principio di prossimità a ciò che si legge e sull’attenzione rubata, stiamo lavorando con i nostri partner commerciali per allestire messaggi pubblicitari che siano abbastanza interessanti, anche se segnalati con chiarezza per distinguerli dagli articoli veri, da calamitare per conto proprio l’interesse e il consumo nel nostro flusso di contenuti.

Però è un modello difficile, che richiede molta più equità tra i vari brand, molti investimenti e molta creatività in più dei modelli che tanti editori possono mettere in campo, che siano storici protagonisti o nuovi arrivati digitali. E persino per i pochi fortunati la pubblicità da sola non basterà a pagare la redazione. Non basteranno nemmeno gli abbonamenti, gli schemi freemium (tutto gratis a parte i servizi avanzati), l’e-commerce e gli eventi. Non c’è alternativa: se vogliamo che il giornalismo di qualità sopravviva, il pubblico deve pagare.

Al “New York Times” abbiamo il modello di pagamento digitale delle news più grande e in più rapida crescita al mondo. Permettiamo che ogni mese cento milioni di persone assaggino gratis il nostro giornalismo ma riteniamo ancora che ogni servizio, sommario e video che creiamo meriti di essere pagato.

È un’asticella posta molto in alto. Nessuno è obbligato a pagare per avere scandali, foto di paparazzi, notizie sulle persone famose, classifiche, maldicenze rancorose o diffamazioni in Internet. Puoi ingurgitarne quanti ne vuoi gratis. Uno schema di pagamento delle notizie funziona soltanto se offri un giornalismo realmente diverso e che dia vero valore e utilità a chi ne fa uso. Il vero motivo per cui quasi tutti i giornali occidentali non sono riusciti a far funzionare gli schemi di pagamento non è una qualche carenza da parte dei lettori, è perché il loro giornalismo non è abbastanza interessante per l’acquirente.

In questo libro ho patrocinato la causa del giornalismo serio, ambizioso e ben finanziato per ragioni civiche. Se sei un editore di news digitali, vecchio o nuovo, dovresti adottare questo programma se vuoi sopravvivere. Lo stesso vale per i colleghi della tv e della radio, dove lo sconquasso definitivo è appena dietro l’angolo. Se oggi ci sono in campo abbastanza player, in futuro dovrebbe esserci in realtà più giornalismo di prima classe di quanto ce ne fosse ai tempi dei soldi facili.

Però tante tradizionali strutture dell’informazione sono troppo radicate nelle loro abitudini per cambiare, e probabilmente finiranno nella fossa rimproverando tutti gli altri per la loro triste sorte. Nel frattempo, in particolare in Gran Bretagna ed Europa, è probabile che punteranno più a fare pressioni verso un allentamento delle regole che a propiziare una reinvenzione radicale del loro modello. Dove potranno, useranno il loro peso politico per ottenere protezioni locali dalla Silicon Valley, e per sventrare le reti pubbliche.

Visto il livello di disinvestimento nel giornalismo, uno si aspetterebbe che l’appoggio politico alla Bbc e alle altre emittenti pubbliche cresca. Succede invece l’opposto: in tutta Europa, in Australia, Canada, Giappone e altrove i governi cingono d’assedio le uniche istituzioni che potrebbero garantire un accesso universale al giornalismo serio e di qualità durante questa lunga e difficile transizione digitale. I loro funzionari, anch’essi pagati dalle tasse, sono ancora legati alle teorie liberiste degli anni ottanta sull’evo venturo della media choice, teorie che s’è scoperto non essere vere. I loro leader sono fortemente indebitati con i proprietari dei media privati che hanno tutto l’interesse a distruggere le emittenti pubbliche.

Pochi politici moderni hanno il coraggio di ammetterlo, ma la Bbc e le sue reti sorelle in tutto il mondo non sono mere fornitrici di informazione, istruzione e intrattenimento di proprietà dello stato, sono molto di più. Pur bizantine e fallibili, caotiche, spesso esasperanti, sono comunque piene di creatività e animate da senso civico, non sono residui obsoleti bensì pilastri della civiltà moderna.

Passale al vaglio. Riformale. Costringile a rendere conto. Ma pensa a che cosa c’è sul piatto. Se le chiudi o le svuoti, sarà impossibile ricostruirle. Molto probabilmente gli interessi commerciali che premono per la loro emarginazione o chiusura farebbero comunque cilecca a loro volta. E una volta che le emittenti pubbliche saranno state castrate e l’abbonamento sarà il modo principale per finanziare il giornalismo, che cosa ne sarà di quei cittadini che non possono permettersi una stampa di vera qualità?

Nel bene o nel male, le istituzioni, non solo quelle della comunicazione ma quelle di tutta la vita pubblica, sono fondamentali per il futuro del nostro linguaggio pubblico. In realtà sono esse stesse sistemi di linguaggio pubblico. Generano e poi difendono le convenzioni in base alle quali una comunità risolve i suoi problemi, arriva a una decisione, definisce e controlla i confini del dicibile. Quando il modo in cui usano il linguaggio degrada, il danno si sente ovunque.

Se vogliamo migliorare le cose, le nostre istituzioni devono cambiare radicalmente. Intanto devono ammettere che il loro linguaggio preferito, il gergo contemporaneo della “trasparenza” e dell’“apertura”, è una falsa promessa.

Durante la crisi finanziaria globale del 2008 abbiamo capito che i sistemi della governance, della trasparenza e del controllo interno che avrebbero dovuto in teoria garantire la corretta supervisione delle singole banche e istituzioni finanziarie, e del sistema finanziario nel suo complesso, sono una barzelletta. All’indomani, invece di ammettere sinceramente il fallimento delle salvaguardie intrecciate della corporate governance, dei regolamenti finanziari, della supervisione della Banca centrale e della giustizia, le autorità hanno semplicemente tirato più forte le medesime leve. Se cinquemila pagine di regolamento bancario non bastano, perché non provare con diecimila? Perché la gente dovrebbe piazzare un grammo di fiducia in tutta questa roba, trattata bofonchiando e con disprezzo da coloro per cui dovrebbe valere, incomprensibile a noi comuni mortali? Anche questa è accidia, il peccato di fingere che le parole vuote siano in realtà colme di significato.

La cultura del controllo interno è un falso mito, un fallito tentativo razionalista di trasformare le qualità umane di onestà, integrità e fiducia in un algoritmo regolatore. Abbandonala. Riparti da zero. Basa le tue regole sulla fondamentale realtà antropologica della fiducia come elemento centrale in tutti i nostri affari, pur essendo una faccenda soggettiva. È più probabile che i valori condivisi e la pressione dei tuoi pari a fare la cosa giusta si dimostrino maggiormente efficaci preventivamente dei tentativi zelanti di imporre il comportamento corretto, tentativi che di per sé non fanno nulla per cambiare le teste o per migliorare la cultura organizzativa, e che sembrano sempre far nascere nuovi incentivi ed esiti perversi.

Quel che vale per i regolamenti finanziari vale a maggior ragione per l’attività legislativa. In libri come The Rule of Nobody (2014) l’avvocato e scrittore americano Philip K. Howard ha spiegato l’immenso spreco e la paralisi che accompagnano un codice legale ipercomplesso, contraddittorio e obsoleto. Al più ampio costo economico e sociale aggiungiamo poi il distacco e l’incomprensione della gente. La legge è una forma primordiale e paradigmatica di linguaggio pubblico, Mosè che scende dal monte Sinai con le sue tavole. Se la trasformi in una cacofonia tecnocratica, poi non stupirti se le tribù di Israele diventano nervose.

Le istituzioni devono decidere da che parte stare. Se sei favorevole all’obiettività scientifica, non sprecarla prestando la tua autorevolezza alla partigianieria politica. Se gestisci un’università e sostieni di essere a favore della libertà creativa e intellettuale, muoviti e difendila. L’estremismo, compresi l’islamofobia e l’antisemitismo (spesso nascosto dietro il termine “antisionismo”), sta aumentando in tanti campus occidentali mentre i dirigenti delle università e di altre istituzioni vivono nel terrore della dissonanza cognitiva progressista o accampano false scuse riguardanti responsabilità e ordine pubblico. Chi ha mai detto che sarebbe stato facile? I principi alati richiedono di solito rischi e sacrifici.

Ovviamente dovresti cercare di capire tutti quanti e simpatizzare con loro. Spero che unirai alla simpatia la chiarezza e il coraggio per quanto attiene la sovranità della libertà di parola e il diritto di tutti ad avere opinioni diverse dalla tua. Comunque, qualunque cosa tu decida, è ora di scegliere da che parte stare. Non insegnare con l’esempio a una generazione di giovani come si fa a essere ambigui e chinare la testa.

Quando un pilota inesperto finisce in un avvitamento, il suo primo istinto è quello di tirare indietro la barra. In una picchiata normale basterebbe a riportare il velivolo in assetto, ma in un avvitamento riesce solo a ridurre il raggio della vite e a firmare la tua condanna: per tornare in volo orizzontale devi prima drizzare le ali e soltanto dopo sollevare il muso. Purtroppo, quando il terreno ti sfreccia incontro, il fuorviante istinto di sopravvivenza che spinge a tirare indietro la barra è irresistibile. Molte istituzioni odierne sono nella morsa di questo esatto tipo di reazione. Fai un bel respiro profondo. Osserva con calma la strumentazione. Raddrizza le ali.

(traduzione di Giancarlo Carlotti)

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