Cosa sappiamo della bomba di Ankara

Dopo l'esplosione di una bomba che ha ucciso almeno 37 persone il governo di Erdoğan ha bombardato alcune basi del PKK e arrestato 11 persone

Ankara, Turchia (Elif Sogut/Getty Images)

Il TAK, un gruppo di miliziani curdi che in passato era legato al PKK, ha rivendicato l’attentato di Ankara del 13 marzo in cui sono rimaste uccise 37 persone. È il secondo attentato compiuto dal TAK ad Ankara nell’ultimo mese: il precedente è quello del 17 febbraio.

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Nel tardo pomeriggio di domenica 13 marzo una forte esplosione ad Ankara, la capitale della Turchia, ha causato la morte di almeno 37 persone e il ferimento di circa 125. L’attacco non è stato ancora rivendicato, ma il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha parlato di terrorismo accusando il PKK – gruppo che storicamente combatte contro il governo turco per ottenere l’autonomia dei curdi – e ha promesso che lo stato “metterà in ginocchio” i responsabili dell’attentato. Lunedì mattina la Turchia ha bombardato alcune basi e sedi del PKK nel sud-est del paese e in Iraq; intanto 11 persone sono state fermate perché sospettate di essere collegate all’attacco ed è stato imposto il coprifuoco nelle città a maggioranza curda. Erdoğan ha detto che è stato un attacco suicida condotto con un’autobomba nei pressi di Güvenpark, nel distretto di Kizilay conosciuto soprattutto per i suoi centri commerciali. Nella zona ci sono una stazione dei treni e una degli autobus piuttosto frequentate.

Il Partito Democratico del Popolo (HDP), che mette insieme le forze filo-curde e di sinistra che si oppongono al governo, ha condannato l’attentato dicendo di essere vicino ai familiari delle persone coinvolte nell’attacco. In passato l’HDP era stato accusato da Erdoğan di essere in sostanza la parte politica del PKK. Non ci sono rivendicazioni ufficiali dell’attentato, comunque, e non è escluso che l’attacco sia stato organizzato da alcuni aderenti allo Stato Islamico (o ISIS).

Stando alle notizie diffuse da alcuni media locali, in seguito all’esplosione è stata decisa la sospensione dell’accesso ai principali social network, sui quali erano iniziati a circolare video e immagini di Güvenpark. Ad alcuni giornalisti è stato inoltre impedito di avvicinarsi alla zona, a conferma dello stretto controllo da parte del governo e della presidenza sui media in Turchia.

L’attacco di domenica si è verificato a tre settimane di distanza da un altro attentato ad Ankara, indirizzato verso un convoglio militare e che ha causato la morte di 29 persone. In quel caso la rivendicazione era arrivata dai “Falconi della Libertà” del Kurdistan, un’organizzazione che sostiene di essersi divisa dal PKK in dissenso con i suoi tentativi di aprire il dialogo con il governo.

Negli ultimi mesi in Turchia ci sono stati molti attentati e ci sono polemiche circa l’incapacità delle istituzioni di tenere sotto controllo il fenomeno (e accuse al governo di Erdoğan, che secondo l’opposizione vuole approfittarne per limitare ulteriormente diritti e libertà della stampa e dell’opposizione). Prima dell’attacco del 17 febbraio ad Ankara, ci sono stati gli attentati a: Diyarbakir, 6 morti; Istanbul, 12 morti; aeroporto di Istanbul, 1 morto; Istanbul, 5 feriti; Ankara, 102 morti; Suruç, 33 morti e Diyarbakir, 4 morti.

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