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  • venerdì 18 dicembre 2015

Domenica si è votato in Spagna

Si sono tenute le elezioni per scegliere un nuovo Parlamento e un nuovo primo ministro: i seggi hanno chiuso alle 20

Manifesti elettorali a Madrid. (AP Photo/Paul White)

Aggiornamento delle ore 20: secondo i primi exit poll il Partito Popolare dell’attuale primo ministro Rajoy è stato il partito più votato, seguito da Podemos. Il il Partito Socialista (PSOE) sarebbe invece il terzo partito (ma avrebbe comunque più seggi di Podemos). I seggi conquistati dal Partito Popolare (tra 121 e 124, secondo i primi exit poll) non sarebbero però sufficienti per avere una maggioranza assoluta (che si ottiene con 176 seggi).

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Domenica 20 dicembre si vota in Spagna per le elezioni politiche, a quattro anni di distanza da quelle vinte dal Partito Popolare, la principale forza di centrodestra del paese dell’attuale primo ministro Mariano Rajoy. La situazione politica del paese è molto diversa da quella di quattro anni fa. La Spagna sembra uscita dalla crisi economica e ha tassi di crescita superiori a quelli di molte altre nazioni europee. Dal punto di vista politico, però, come visto già elezioni regionali e comunali dello scorso maggio, si parla di fine del bipartitismo che ha dominato la politica spagnola degli ultimi anni. Accanto ai due partiti storicamente più importanti, il Partito Socialista (PSOE) e il Partito Popolare (PP), si sono affermati due nuovi partiti: Podemos di Pablo Iglesias e Ciudadanos di Albert Rivera, partito nato in Catalogna nel 2006 con l’appoggio di alcuni intellettuali e importanti professionisti che non si dichiara né di destra né di sinistra, ma post-nazionalista e progressista.

Le elezioni
Le elezioni di domenica sono le dodicesime da quando la Spagna è un paese democratico. Il Parlamento spagnolo, le Cortes generales, ha due camere: il Congresso dei Deputati (Congreso de los Diputados) e il Senato (Senado). Il Congresso e il Senato, così come il prossimo primo ministro, rimangono normalmente in carica per un massimo di quattro anni.

Il Congresso ha 350 membri eletti in ogni provincia in base a un sistema proporzionale con liste bloccate e senza premio di maggioranza: il proporzionale funziona dunque all’intero di ciascuna circoscrizione e non in base ai risultati a livello nazionale, cosa che comunque favorisce le formazioni più grandi. A ognuna delle 50 province sono assegnati due seggi, con l’eccezione di Ceuta e Melilla che eleggono un solo deputato ciascuna. Gli altri 248 seggi sono distribuiti in modo proporzionale alla popolazione. La proporzionalità è bassa in tutte le province tranne che a Madrid e Barcellona (che riescono a eleggere fino a 30 deputati). La legge elettorale prevede una soglia di sbarramento al 3 per cento a livello di circoscrizioni: serve a escludere i partiti molto piccoli nelle circoscrizioni più estese e a favorire i partiti più grandi, ma anche a garantire la rappresentanza a formazioni molto radicate in specifiche circoscrizioni.

I senatori eletti sono 208, secondo un sistema maggioritario plurinominale. Le province peninsulari ne eleggono 4, per un totale di 188. A quelle insulari spettano 16 senatori (3 in ognuna delle isole maggiori, 1 in quelle minori). Gli altri 56 senatori sono invece indicati dalle assemblee delle Comunità Autonome in base a un criterio maggioritario che favorisce i partiti e le coalizioni più votate alle ultime elezioni locali.

I partiti e la situazione politica
PSOE e PP hanno espresso praticamente tutti i primi ministri spagnoli degli ultimi quarant’anni. Negli anni però è cresciuto un forte scontento nei loro confronti da parte della popolazione. Sono principalmente due gli elementi che hanno contribuito a questa disaffezione. Il primo è la crisi economica: dopo il crollo economico e finanziario iniziato nel 2008 e nove trimestri di decrescita consecutiva, la Spagna è uscita dalla recessione nell’ottobre del 2013. Da allora sono cominciati ad arrivare dati positivi, lenti ma costanti, a cui non è seguito però un miglioramento della fiducia nel governo.

C’è poi una seconda questione che spiega la perdita di fiducia nei due tradizionali partiti del paese. Il Partito Socialista e il Partito Popolare – colpito nel 2013 da una serie di scandali legati alla corruzione – non hanno saputo affrontare il rinnovamento interno di cui avrebbero avuto bisogno, finendo per essere identificati con un passato non troppo felice. La naturale conseguenza dell’attuale situazione è un grande e diffuso entusiasmo verso nuove forze politiche che sono emerse negli ultimi tempi, oltre a una nuova forza dell’indipendentismo catalano: secondo la gran parte degli analisti, per questo PP e PSOE rischiano di uscire quantomeno ridimensionati dal voto di domenica.

Le ultime elezioni, sia europee che regionali, hanno confermato questo cambiamento. Il PP – che nel 2011 aveva ottenuto quasi il 45 per cento dei consensi – alle elezioni regionali e amministrative dello scorso maggio ha ottenuto nel complesso il 26,7 per cento dei voti, confermandosi il partito più grande del paese ma perdendo molti consensi a livello locale (in media due milioni e mezzo di voti). Il PSOE non ha saputo raccogliere il diffuso malcontento nei confronti del governo Rajoy, nonostante sia il principale partito di opposizione. Alle scorse europee i socialisti hanno ottenuto solo il 23 per cento: Alfredo Perez Rubalcaba, già vice di Zapatero, si era dimesso e era stato eletto come nuovo segretario Pedro Sanchez. Alle amministrative il PSOE ha perso circa 700 mila voti.

Podemos è stato fondato il 16 gennaio 2014 da Pablo Iglesias, che ne è tuttora il portavoce e membro più in vista. Iglesias, 37 anni, è uno scrittore, giornalista e accademico, ma è famoso in particolare per essere il presentatore di alcuni programmi di giornalismo televisivo e per essere stato spesso ospite di numerosi talk show politici spagnoli: è anche un ex membro del Partito Comunista Spagnolo. Iglesias è stato eletto al Parlamento europeo nelle ultime elezioni, le prime a cui ha partecipato il suo partito. Podemos ha ottenuto l’8 per cento dei voti, conquistando cinque seggi e diventando il terzo partito spagnolo appena quattro mesi dopo la sua fondazione.

Il programma politico di Podemos è centrato sull’ambientalismo, sulla lotta alle grandi imprese, alle banche e alla finanza. Prevede incentivi alla piccola impresa, alla produzione locale di cibo, al trasporto pubblico e la nazionalizzazione di gran parte dei servizi pubblici. Podemos non si oppone soltanto all’attuale classe politica spagnola, che chiama “casta”, ma come Syriza di Alexis Tsipras in Grecia ha preso anche posizioni molto forti contro l’Unione Europea e la Germania, vista come la causa principale dell’attuale situazione economica del paese, facendo appello a tutte le forze che lottano contro il sistema, non soltanto a quelle che fanno riferimento all’area di sinistra. Moltissimi degli iscritti e degli elettori di Podemos sono giovani e secondo il New York Times c’è un collegamento evidente tra i movimenti di piazza dei cosiddetti “Indignados”, che occuparono le piazze di Madrid nel 2011, e il partito creato da Iglesias.

(Da dove arriva Podemos)

Ciudadanos è un partito nato in Catalogna nel 2006 con l’appoggio di alcuni intellettuali e importanti professionisti: non si dichiara né di destra né di sinistra, ma post-nazionalista e progressista. Pubblica online i dati sui suoi finanziamenti e bilanci e insiste molto sulla questione della trasparenza e della lotta alla corruzione: per esempio ha da poco annunciato la creazione di un comitato per decidere l’eventuale formazione di accordi post-elettorali.

Il suo leader è Albert Rivera: nato nel 1979, è un ex campione di nuoto ed è laureato in Giurisprudenza. Dice di rivolgersi soprattutto a un elettorato moderato di centro (anche nel suo programma economico) e di essere a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso (sulle adozioni è un po’ più cauto). Sui manifesti della sua prima campagna elettorale compariva nudo accanto alla scritta: «Ci importano solo le persone». Nel 2006 Ciudadanos si è presentato alle elezioni per il parlamento della Catalogna ottenendo 3 seggi. La popolarità del partito da allora è rapidamente cresciuta, così come quella del suo leader. Ciudadanos ha ottenuto buoni risultati alle elezioni regionali e comunali del 2015, superando Podemos che aveva preferito allearsi con varie formazioni locali. Alle elezioni anticipate della Catalogna dello scorso settembre, Ciudadanos è stato il partito più votato tra quelli contrari all’indipendenza.

Cosa dicono i sondaggi
Il 14 dicembre era l’ultimo giorno utile per pubblicare sondaggi in base alla legge. Le diverse ricerche condotte nelle ultime settimane concordano su due cose. Il primo è che il PP ha recuperato voti e risulta ancora il primo partito, anche se il suo vantaggio non è così significativo come in passato: secondo i vari dati dovrebbe ottenere tra i 103 e i 128 seggi al Congresso; il PSOE è secondo (tra i 76 e i 94 posti); Ciudadanos è terzo (52-72 eletti) e Podemos, in netto calo rispetto a qualche mese fa, è solamente quarto (tra i 50 e i 64 seggi).

Sondaggi Spagna

L’altro elemento che sembra dato per scontato dai dati è che nessuna formazione politica da sola riuscirà a ottenere i 176 deputati necessari per avere la maggioranza assoluta al Congresso, dove ci sono 350 seggi. La percentuale degli indecisi è comunque molto alta e potrebbe ancora fare la differenza.

Tra i vari leader dei partiti, Albert Rivera di Ciudanos risulta il più apprezzato. Rajoy è ovviamente il più famoso ma anche quello verso cui si dimostra la minore approvazione. Alberto Garzón è segretario di Izquierda Unida, che nei sondaggi è di poco sopra alla soglia di sbarramento: ha 30 anni ed è deputato.

Spagna leader

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