domenica 18 Ottobre 2026

Panni sporchi

Con un’anomalia che non è possibile non notare, l‘inchiesta sui presunti rapporti tra la società Pegaso e le dirigenze di alcune aziende giornalistiche (e il loro presunto costituire reato) non è più riapparsa su nessun quotidiano, né in suoi eventuali sviluppi né su maggiori dettagli provenienti dai documenti giudiziari, a differenza di quanto avviene abitualmente con le indagini della magistratura di rilevanza pubblica.
Nel frattempo sono intervenuti alcuni organi di rappresentanza dei giornalisti, di fatto confermando – pur con le cautele della presunzione di innocenza – che quelle pratiche sono note, a prescindere dal loro poter essere definiti reati. Un comunicato senza che si ricordino precedenti simili è stato pubblicato online congiuntamente dai comitati di redazione dei quattro maggiori quotidiani generalisti, Corriere della Sera, Repubblica, Stampa e Sole 24 Ore.
“Siamo convinti che il giornalismo debba essere impermeabile a qualsiasi tentativo di interferenza, da qualunque parte provenga. La distinzione tra attività giornalistica, interessi degli inserzionisti e strategie commerciali delle aziende editoriali non può avere deroghe o zone grigie. Pubblicità, sponsorizzazioni, eventi e altre iniziative economiche, fondamentali per la tenuta del settore, non possono diventare strumenti per orientare le scelte redazionali, enfatizzare notizie favorevoli, attenuare quelle sgradite o condizionare il lavoro dei cronisti. Senza autorevolezza e credibilità, senza la fiducia delle lettrici e dei lettori, non esiste alcun modello di business capace di garantire un futuro al giornalismo.
Alle direzioni giornalistiche spetta garantire l’autonomia delle redazioni; agli editori e ai vertici aziendali il dovere di proteggerla, assicurando una separazione netta tra informazione e attività commerciali”.

Con simili allarmi si sono espressi la Federazione della stampa (il sindacato dei giornalisti) e l’Ordine dei giornalisti.

“Agli editori ribadiamo che la strada per rilanciare, anche economicamente, il settore non passa né dalle cosiddette marchette né dallo svendere il patrimonio culturale, presente e passato, delle loro testate, che è in parte anche nostro”.

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