Come vincere il referendum (senza distruggere il paese)

Il 4 dicembre, tra meno di sessanta giorni, si voterà per il referendum costituzionale su cui Matteo Renzi ha puntato il futuro della sua carriera politica. L’appuntamento non potrebbe arrivare in un momento peggiore: l’economia ristagna, il PD è diviso e il consenso del governo è al minimo storico. In cima a tutto questo, la maggioranza dei sondaggi mostra i “No” in vantaggio di parecchi punti percentuali. Renzi deve recuperare il distacco e farlo, se possibile, senza distruggere il paese e il suo personale futuro politico.

Come riuscirci? Renzi ha detto chiaramente che intende vincere il referendum andando a prendere i voti del centrodestra. E alle parole hanno fatto seguito i fatti. La legge di stabilità è stato il miglior spot che è riuscito a fare per la campagna referendaria. Le misure sulle pensioni e l’accordo con i sindacati hanno ottenuto nel contempo il risultato di conquistare una delle fette più importanti dell’elettorato italiano (pensionati e pensionandi) e quello di zittire dei critici potenzialmente in grado di riempire il Circo Massimo con centinaia di migliaia di persone.

Il colpo da maestro è stato il – nuovo – annuncio dell’abolizione di Equitalia, un tema caro soprattutto all’elettorato tradizionalmente di centrodestra. L’annuncio è stato accompagnato da quella che è sembrata la promessa di un condono fiscale, su cui però ci sono ancora pochi dettagli. Se aggiungiamo i discorsi sul Ponte sullo Stretto e lo spot in cui la riforma Boschi viene comparata con quella Berlusconi del 2006, è chiaro che più di così non si può fare per andare incontro all’elettorato di Forza Italia. Nonostante alcuni sondaggi mostrino un distacco tra “No” e “Sì” di quasi dieci punti, c’è ancora molto margine per recuperare. Due mesi di campagna elettorale sono tanti e gli indecisi, soprattutto tra gli elettori di centrodestra, sono ancora parecchi. D’altro canto, la storia degli ultimi anni dimostra che le consultazioni popolari quasi in ogni caso finiscono con il punire i partiti al governo.

Quindi che altro può fare Renzi per garantirsi il risultato? Tolti i grillini duri e puri, gli unici voti che è possibile recuperare sono quelli della sinistra: i sondaggi mostrano che circa un terzo di questa area politica ha deciso di votare per il “No”. Una parte di questi oppositori, però, potrebbe essere recuperata eliminando il famigerato “combinato disposto“, un’espressione burocratica con cui si intende il risultato prodotto dall’unione della riforma costituzionale con una legge elettorale super-maggioritaria, l’Italicum. Proprio in queste ore, all’interno del PD è in corso una trattativa tra la minoranza e i renziani sulla possibilità di modificare la legge elettorale e, possibilmente, ricucire le divisioni interne.

La minoranza chiede che la legge sia modificata in senso più rappresentativo. Significa in pratica aumentare il numero di parlamentari eletti con le preferenze, ridurre la possibilità per i capilista di presentarsi in più collegi e, soprattutto, diminuire il super-premio di maggioranza previsto dall’Italicum. Non è un percorso facile, perché deve tenere conto delle esigenze degli alleati di governo, i piccoli partiti come Area Popolare, per cui sono fondamentali le candidature multiple e i capilista bloccati.

Un politico prudente, a questo punto, aprirebbe alla minoranza PD, nel tentativo di creare la base di consenso più larga possibile alla riforma costituzionale, cercando nel contempo di non indispettire troppo gli alleati di governo (magari cedendo qualcosa sul premio alla coalizione invece che alla lista). Questo significa accettare una legge più rappresentativa e proporzionale, che avrebbe anche il vantaggio di eliminare il rischio di una vittoria del Movimento 5 Stelle. Una legge di questo tipo, però, dopo le prossime elezioni porterà alla nascita di un governo di coalizione tra PD e parte del centrodestra. È probabilmente la scelta più conservatrice, visto che massimizza le possibilità di vittoria al referendum e rende molto probabile per Renzi diventare la guida del futuro governo.

Renzi però è uno a cui piace puntare forte. Non credo che si accontenterà di diventare il leader di un nuovo zoppicante governo di coalizione. Secondo me la sua strategia oggi è questa: aprire alla minoranza, ma senza impegnarsi in una proposta specifica. Se non sarà possibile, tenere duro sulla forma più larga possibile di maggioritario, qualcosa che garantisca una maggioranza con il 35 per cento di voti (gli stessi con cui il Partito Conservatore governa nel Regno Unito). Se serve, scaricare la minoranza del PD e vincere comunque il referendum con i voti del centrodestra. Pregare che la Corte Costituzionale non demolisca il premio di maggioranza, andare subito a elezioni e fare una campagna “full on populist”: abolizione di Equitalia agli anabolizzanti. A quel punto, sperare di raggiungere il 35 per cento e formare un governo di maggioranza PD o PD con un pugno di alleati.

Cosa può andare storto? Secondo me parecchio. Renzi potrebbe perdere il referendum a causa dell’opposizione compatta della sinistra; potrebbe vedersi bocciato l’Italicum dalla Corte Costituzionale; potrebbe perdere le elezioni a causa di una situazione economica che continua a ristagnare; anche vincendole, potrebbe trovarsi al governo con un partito spaccato e incapace di conquistare consenso sul territorio.

Quale strada sceglierà il presidente del Consiglio? Credo che imboccherà quella più rischiosa, ma che potenzialmente porta i risultati più spettacolari. Renzi è probabilmente il più grande giocatore d’azzardo nella storia recente della Repubblica. Il suo governo è nato con una scommessa che sembrava folle: riuscire a governare con il parlamento che aveva bloccato Bersani, paralizzato Letta e costretto Giorgio Napolitano a candidarsi presidente della Repubblica per la seconda volta. Scegliendo il super-maggioritario, lo spostamento a destra sul referendum e la rottura con la sinistra PD, Renzi imboccherà la via più rischiosa, ma quella che per l’autunno prossimo potrebbe vederlo presidente del Consiglio del primo governo della Terza Repubblica.

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