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  • venerdì 16 giugno 2017

Perché dubitare della notizia dell’uccisione del capo dell’ISIS

La Russia ha detto che potrebbe avere ucciso Abu Bakr al Baghdadi vicino a Raqqa, ma ci sono diversi motivi per essere scettici

Abu Bakr al Baghdadi a Mosul, in Iraq (AP Photo/Militant video, File)

Questa mattina l’agenzia di news russa TASS ha scritto che la Russia potrebbe avere ucciso il leader dello Stato Islamico (o ISIS), Abu Bakr al Baghdadi, in un attacco aereo compiuto vicino alla città siriana di Raqqa il 28 maggio. Secondo TASS, il governo russo sta ancora facendo delle verifiche per poter confermare la notizia. L’attacco sarebbe avvenuto a sud di Raqqa e avrebbe avuto come obiettivo un incontro di leader dello Stato Islamico che si sarebbero trovati per studiare un modo per uscire dalla città, quasi del tutto circondata dalle forze anti-ISIS. La coalizione anti-ISIS – di cui la Russia non fa parte – ha intanto detto che non è in grado di confermare né smentire l’annuncio del governo russo.

Diversi analisti si sono immediatamente detti molto scettici sulla possibilità che la Russia abbia davvero compiuto un attacco aereo nel quale sarebbe rimasto ucciso Baghdadi, che si nasconde da anni nel territorio del Califfato islamico nonostante i molti tentativi di individuarlo. Ci sono diverse ragioni per dubitare dell’annuncio fatto dal governo russo, che al momento comunque nessuno è stato in grado di confermare o smentire.

Primo. Baghdadi è già stato dato per morto diverse volte – un po’ come Fidel Castro, prima che morisse sul serio – ma finora nessuno è mai riuscito a confermare di averlo ucciso. È successo l’ultima volta la scorsa settimana, quando il governo siriano – tra l’altro alleato della Russia – aveva annunciato che Baghdadi era stato ucciso in un suo attacco aereo il 10 giugno. In generale la notizia della morte di Baghdadi dovrebbe essere presa sempre con le molle, se non ci sono prove che la confermino, perché può essere usata come un’arma di propaganda. Baghdadi è super-ricercato: chi lo cattura o lo uccide ottiene una vittoria molto significativa e ne guadagna in termini di reputazione (ricordate quando fu ucciso Osama bin Laden?).

Secondo. La Russia in Siria non sta combattendo una guerra contro lo Stato Islamico: ha combattuto alcune battaglie, come quella a Palmira, ma il suo obiettivo principale è difendere il regime di Bashar al Assad. Fin dal suo arrivo in Siria, nel settembre 2015, la Russia ha detto che il suo intervento militare era finalizzato a eliminare il terrorismo, e lo Stato Islamico. L’ultimo anno e mezzo però ha mostrato cose diverse: gli attacchi aerei russi hanno colpito per lo più i ribelli siriani anti-Assad non affiliati né allo Stato Islamico né ad al Qaida. Più volte il governo di Mosca ha annunciato di avere colpito lo Stato Islamico in posti della Siria dove però lo Stato Islamico non c’era; in altre occasioni ha fornito delle ricostruzioni che sono state poi smentite, come nel caso dell’attacco chimico compiuto lo scorso aprile in una città della provincia siriana di Idlib. La disinformazione promossa dalla Russia è quindi un altro motivo per dubitare di dichiarazioni che darebbero al governo russo grande credito nella guerra contro lo Stato Islamico.

Terzo. L’uccisione di Baghdadi da parte della Russia sarebbe un evento unico nella guerra in Siria: unico nel senso che finora i principali leader dello Stato Islamico sono stati uccisi da attacchi aerei mirati compiuti dagli Stati Uniti, che negli ultimi anni hanno investito milioni e milioni di dollari per raccogliere le informazioni di intelligence necessarie per questo tipo di operazioni. Gli Stati Uniti, inoltre, possono contare sull’alleanza con alcune forze di terra che combattono direttamente contro lo Stato Islamico, come la coalizione delle Forze Democratiche Siriane, quella responsabile dell’offensiva su Raqqa. Per la Russia il discorso è un po’ diverso: i suoi sforzi, così come quelli dei suoi alleati, si sono concentrati finora per lo più verso altri obiettivi, ed è ragionevole pensare che le informazioni di intelligence riguardo allo Stato Islamico in suo possesso siano peggiori di quelle di cui possono disporre gli americani.

Quarto. Da tempo si parla del fatto che lo Stato Islamico abbia trasferito la sua capitale da Raqqa a Mayadin, una città nella provincia di Deir Ezzor, a quasi 200 chilometri a sud-est di Raqqa. Secondo un rapporto dell’International Center for the Study of Violent Extremist, anche i leader del gruppo sarebbero stati fatti spostare mesi fa da Raqqa, una città considerata sempre meno sicura a causa dell’offensiva militare della coalizione anti-ISIS. L’analista Hassan Hassan, per esempio, ha scritto su Twitter che Baghdadi non sarebbe stato a Raqqa nell’ultimo mese; un dubbio simile è stato espresso da Tamer El-Ghobashy‏, corrispondente del Wall Street Journal in Medio Oriente.

Tenere in considerazione questi quattro punti non significa dare per certo che Baghdadi non sia stato ucciso in Siria; significa solo che, dalle informazioni disponibili e da quello che si è visto finora in Siria, quello che i russi sostengono sembra essere molto improbabile.

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