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  • sabato 28 gennaio 2017

Trump comincia a vietare gli ingressi

Ha sospeso le procedure di accoglienza dei richiedenti asilo per quattro mesi, e vietato l'ingresso per i cittadini di 7 paesi a maggioranza musulmana

(Olivier Douliery-Pool/Getty Images)

Ieri il presidente americano Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo – un decreto emanato dal presidente che ha applicazione immediata – per bloccare il trasferimento di richiedenti asilo negli Stati Uniti per i prossimi 120 giorni, cioè circa quattro mesi. Lo stesso ordine esecutivo (che si può leggere per intero qui) contiene molte altre restrizioni, fra cui un divieto di ingresso temporaneo per i cittadini di alcuni paesi che hanno problemi legati al terrorismo, tutti a maggioranza musulmana – cosa che sembra aver già creato qualche problema a poche ore dalla sua approvazione – e la riduzione della quota massima di rifugiati che gli Stati Uniti intendono accettare nel 2017.

L’ordine esecutivo di Trump non è molto diverso da una delle promesse più note e controverse che fece durante la campagna elettorale, cioè quello di vietare l’ingresso negli Stati Uniti ai fedeli di religione islamica. Una portavoce del Dipartimento della Sicurezza Interna ha spiegato che il divieto d’ingresso temporaneo varrà anche per quei cittadini  di quei paesi a maggioranza mussulmana che siano già in possesso di una “green card”, il documento che permette a un cittadino straniero di risiedere negli Stati Uniti a tempo indeterminato.

L’ordine di Trump è stato duramente criticato dai Democratici, dalle associazioni religiose e anche dai Repubblicani moderati. Dagli anni Ottanta ad oggi, gli Stati Uniti avevano sospeso l’accoglienza ai richiedenti asilo solo in una occasione: nei tre mesi successivi agli attentati dell’11 settembre 2001.

Il decreto emanato da Trump contiene diverse norme controverse: oltre al blocco temporaneo del trasferimento dei richiedenti asilo – quelli che hanno già ottenuto l’approvazione dal governo americano dovranno subire nuovi controlli – Trump ha anche deciso un blocco a tempo indeterminato per i richiedenti asilo che provengono dalla Siria, cioè il secondo paese per provenienza dei richiedenti asilo che fanno domanda per entrare negli Stati Uniti (il primo paese è la Repubblica Democratica del Congo). Una delle misure più preoccupanti contenute nell’ordine esecutivo spiega inoltre che nell’approvazione delle richieste verrà data la priorità alle persone che fanno parte di una “minoranza religiosa”: i giornali americani, anche sulla base di un’intervista data ieri da Trump, l’hanno interpretata come una manovra per favorire i richiedenti asilo di fede cristiana rispetto a quelli di fede musulmana. Paul Ryan, speaker alla Camera e Repubblicano più alto in grado al Congresso, in passato si era distanziato da questa misura con un comunicato in cui spiegava di essere contrario ad usare la religione come criterio in decisioni di questo tipo.

L’ordine esecutivo inoltre riduce la quota annuale di richiedenti asilo che gli Stati Uniti si impegnano ad accogliere: sotto l’amministrazione Obama erano 110mila, mentre ora saranno 50mila, meno della metà. Circa 30mila di loro sono già stati accolti perché per questi calcoli si tiene conto dell’anno fiscale, iniziato nell’ottobre 2016: da qui ai prossimi nove mesi gli Stati Uniti potranno quindi accettare solamente 20mila richiedenti asilo.

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I paesi di provenienza dei richiedenti asilo accettati dagli Stati Uniti nel 2016

Ma l’ordine esecutivo non riguarda solo i richiedenti asilo: nei prossimi 90 giorni non potranno entrare negli Stati Uniti i cittadini di sette paesi – Iraq, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen – che hanno problemi legati al terrorismo. In diversi punti del decreto viene citata l’introduzione di criteri più severi per ottenere l’ammissione negli Stati Uniti, anche se il decreto non fornisce ulteriori dettagli a riguardo.

È passata una settimana dall’insediamento di Trump, piena di polemiche e decisioni controverse: in questi giorni ci sono stati fra le altre cose gli ordini esecutivi sull’aborto e il TPP, il congelamento delle assunzioni nel governo federale, le liti con la stampa sulla partecipazione alla cerimonia di insediamento (e le polemiche sui cosiddetti “fatti alternativi”), il rilancio dei progetti di costruzione di due contestati oleodotti e la decisione di interrompere qualsiasi tipo di comunicazione pubblica dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA).

 

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