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Trump sarà un guaio per il clima?

Il nuovo presidente degli Stati Uniti non crede all'esistenza del cambiamento climatico, cosa che potrebbe avere conseguenze in tutto il mondo

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Donald Trump, il 4 novembre 2016 (MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

Durante la campagna elettorale il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump ha più volte parlato in maniera molto scettica del cambiamento climatico e degli accordi internazionali sul clima. Ad esempio, ha sostenuto che il cambiamento climatico sarebbe una «stronzata» inventata dai cinesi per danneggiare l’industria americana, nonostante la quasi totalità della comunità scientifica ritenga sia un problema serio e già attuale (il 2016 è stato il periodo più caldo mai registrato da quando si fanno questo tipo di misurazioni).

Ora che ha vinto le elezioni, Trump sta considerando di nominare il consulente politico Myron Ebell a capo dell’EPA, l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente. Ebell non è un esperto come gli altri: è considerato «uno dei più noti scettici sul cambiamento climatico» e nel 2007 la rivista Vanity Fair lo ha definito «portavoce dell’industria del petrolio». Anche la possibile nomina di Sarah Palin a segretario degli Interni – e quindi ad amministratrice dei parchi nazionali di Yellowstone and Yosemite, tra gli altri – potrebbe avere delle dure conseguenze sulle politiche ambientali degli Stati Uniti: Palin è molto favorevole alle estrazioni di petrolio e gas naturale e in passato ha detto che i combustibili fossili sono «cose che Dio ha messo in questa parte del mondo perché l’umanità le usi».

Secondo un’analisi della rivista Science e di altri giornali, le posizioni di Trump sul cambiamento climatico e sulle politiche di protezione dell’ambiente potrebbero avere importanti conseguenze sia sull’accordo sul clima di Parigi, raggiunto nel dicembre 2015 durante la Conferenza mondiale sul clima, nota anche come Cop21, sia sul Clean Power Plan dell’amministrazione Obama, un piano nazionale per ridurre le emissioni di gas serra prodotte dalle centrali elettriche alimentate a carbone. Durante la campagna elettorale Trump ha detto che nei suoi primi 100 giorni da presidente ritirerà gli Stati Uniti dall’accordo della Cop21 e bloccherà le norme stabilite dal Clean Power Plan. Fortunatamente, non tutto ciò che ha promesso è pienamente realizzabile.

Trump e l’accordo sul clima di Parigi

Il 3 settembre 2016 Stati Uniti e Cina, i due paesi che producono più emissioni di anidride carbonica (il principale gas serra) al mondo, hanno annunciato la ratifica dell’accordo sul clima di Parigi. L’accordo è stato firmato da 195 paesi e prevede che i paesi che vi aderiscono attraverso una successiva ratifica si impegnino a ridurre le emissioni inquinanti in tutto il mondo, a contenere l’aumento delle temperature (mantenendolo inferiore ai 2 gradi centigradi), a smettere di incrementare le emissioni di gas serra e a finanziare i paesi più poveri per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti. È ufficialmente entrato in vigore il 4 novembre.

Science spiega che i termini dell’accordo di Parigi non permettono che un paese che lo abbia ratificato possa ritirarsi con effetto immediato: al massimo lo può fare nel 2020, quindi verso la fine del mandato di Trump. Tuttavia gli Stati Uniti potrebbero fare un’altra cosa che di fatto non li costringerebbe a rispettare il trattato, cioè lasciare la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), l’organo che organizza le conferenze internazionali sul clima e comprende quasi tutti i paesi del mondo. Per farlo è necessario avvisare il segretario generale delle Nazioni Unite: dopo un anno il ritiro diventerebbe effettivo e in quel modo l’accordo sul clima di Parigi non coinvolgerebbe più gli Stati Uniti. Secondo il New York Times, Trump potrebbe anche non rispettare i termini dell’accordo e basta, fregandosene del fatto che gli Stati Uniti lo abbiano ratificato.

Se gli Stati Uniti non dovessero rispettare l’accordo, l’equilibrio tra gli altri paesi firmatari ne risentirebbe: la Cina in particolare, in qualità di paese che inquina moltissimo, ha sempre detto che tocca anche agli Stati Uniti rispettare importanti impegni sulle emissioni inquinanti. Trump potrebbe mettere a rischio l’accordo cancellando anche la promessa di Obama di dare 800 milioni di dollari (più di 730 milioni di euro) ai paesi in via di sviluppo, per aiutarli a rispettare gli impegni stabiliti dalla Cop21. È il Congresso a decidere come amministrare i soldi, ma sia il Senato che la Camera saranno a maggioranza repubblicana durante la prima parte dell’amministrazione Trump, che ha già detto di non voler dare questi soldi ad altri paesi. Quindi un eventuale ritiro degli Stati Uniti potrebbe causare il successivo ritiro di molti altri paesi, perché i paesi meno preoccupati del cambiamento climatico perderebbero due grossi incentivi: da una parte i fondi promessi da Obama, dall’altra l’esempio della prima potenza industriale del mondo.

È vero che Cina e India sono sempre più sensibili ai temi ambientali visto che nei due paesi le conseguenze di un forte inquinamento stanno cominciando a farsi sentire, ma non è detto che siano interessate a far rispettare regole complesse senza che queste valgano anche per gli Stati Uniti. Dopo l’elezione di Trump, funzionari cinesi che si occupano delle misure per contrastare il cambiamento climatico hanno detto al New York Times che i piani per ridurre le emissioni di gas serra continueranno nonostante le intenzioni di Trump. Potrebbe essere diversa la posizione dell’India, il terzo più grande paese inquinante del mondo, che ha detto che prenderà misure per limitare le emissioni solo se riceverà un aiuto finanziario da paesi più sviluppati.

Secondo David Victor, un esperto di politiche internazionali sul clima dell’Università della California, importanti politici e uomini d’affari americani potrebbero cercare di rassicurare i leader degli altri paesi per garantire loro che dopo il mandato di Trump si tornerebbe agli accordi precedenti. La Cina, l’India e i paesi dell’Unione Europea potrebbero decidere di fare accordi bilaterali sul clima o magari concentrarsi su quelli presi dal Consiglio artico, un forum internazionale che discute dei problemi e degli interessi sulla regione artica.

Se l’accordo di Parigi non fosse rispettato, entro la fine del secolo la temperatura media globale potrebbe aumentare di 4 gradi centigradi o più causando effetti irreversibili, come lo scioglimento della maggior parte dei ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide, in parte già iniziato, il conseguente innalzamento dei livelli degli oceani e lunghi periodi di siccità in varie parti del mondo, California compresa. Secondo un’analisi del gruppo di studi scientifico Climate Interactive, se gli Stati Uniti rispettassero gli accordi stabiliti dalla Cop21 sarebbero i responsabili di circa il 20 per cento delle riduzioni di emissioni di gas serra programmate dal 2016 al 2030.

In questi giorni si sta svolgendo la Cop22 di Marrakesh, in Marocco, che durerà fino al 18 novembre e in cui si decideranno i passi successivi all’entrata in vigore dell’accordo di Parigi, in particolare il modo in cui si verificherà il rispetto dei termini del patto e di come aiutare i paesi con scarsa disponibilità economica a mettere in pratica i cambiamenti necessari. Al segretario di Stato americano John Kerry è stato chiesto se aveva ancora intenzione di partecipare alla conferenza, visti i risultati delle elezioni, e lui ha risposto: «Andrò sicuramente a Marrakesh, forse ora è ancora più importante. E ho intenzione di essere molto presente». Al momento Kerry si trova in Antartide per parlare con alcuni degli scienziati che vivono nelle basi per studiare gli effetti dei cambiamenti climatici sul continente.

Cosa potrebbe fare Trump al Clean Power Plan

Il Clean Power Plan di Obama, diventato legge nell’agosto 2015, prevede l’uso di miliardi di dollari per finanziare il passaggio da fonti di energia responsabili dell’emissione di gas serra a fonti di energia pulita, come quella fotovoltaica o quella eolica. Stabilisce anche la chiusura di centrali elettriche a carbone. È stato pensato per ridurre del 32 per cento i livelli di emissioni di gas serra rispetto a quelli del 2005 entro il 2030. Ebell ha detto che il Clean Power Plan è «illegale» e non è l’unico a essere contrario al piano: 28 stati e più di cento aziende hanno messo in discussione le misure previste dal Clean Power Plan e la Corte Suprema potrebbe esprimersi sulla questione all’inizio del 2017.

Anche se durante la campagna elettorale Trump ha anche detto di voler smantellare completamente l’EPA in «quasi ogni forma», secondo Jody Freeman, direttrice del programma di diritto ambientale della Law School di Harvard (ed ex consulente di Obama), il Clean Power Plan non può essere cancellato con un semplice ordine esecutivo, quel tipo di atto che il presidente degli Stati Uniti può usare per far entrare in vigore una legge che il Congresso non approva. Inoltre, qualsiasi tipo di modifica a regole che sono già entrate in vigore da un po’ di tempo, come ad esempio i nuovi standard sui carburanti per le automobili e i camion o quelli per controllare l’emissione di anidride carbonica nelle nuove centrali elettriche, causerebbe molte proteste tra i gruppi ambientalisti, e anche nelle amministrazioni di alcuni stati particolarmente sensibili alle questioni che riguardano l’ambiente, come la California e lo stato di New York (oltre che da parte di alcune aziende che hanno fatto investimenti legati alla politica ambientale di Obama). Gruppi ambientalisti, stati e aziende potrebbero fare causa al governo federale se Trump decidesse di cancellare le norme del Clean Power Plan, e secondo Freeman su questi argomenti i tribunali prendono solitamente decisioni sostenute da solide prove scientifiche.

Se anche l’amministrazione Trump trovasse un modo per bloccare il Clean Power Plan, la crisi dell’industria del carbone non sarà fermata: oggi il gas naturale, un combustibile meno inquinante, costa meno del carbone. Ciò che però Trump potrà fare sarà bloccare le norme del Clean Power Plan che non sono ancora entrate in vigore, tra cui quella sui limiti delle emissioni di gas serra per i siti di estrazione di petrolio e gas naturale, e quella sulle fratturazioni idrauliche per estrarre gli idrocarburi. Secondo Victor però le persone che alla fine Trump nominerà a capo dell’EPA e del dipartimento degli Interni, che siano Ebell e Palin o altri, potrebbero essere ostacolati dai tecnici che già lavorano in queste agenzie. Successe già durante la presidenza di Ronald Reagan, quando il segretario degli Interni James Watt e il capo dell’EPA Anne Gorsuch, che avevano posizioni contrarie a molte regole di difesa ambientale, furono costretti a dimettersi per via dei numerosi licenziamenti, cause e fughe di notizie dovute ai dipendenti.

A maggio, durante un comizio in West Virginia, uno stato storicamente molto legato all’estrazione mineraria, Trump ha detto che la «guerra contro il carbone» è finita e che torneranno a esserci assunzioni nel settore dato che con la sua «sarà raggiunta la completa indipendenza energetica degli Stati Uniti». Tuttavia è improbabile che Trump riesca a mantenere queste promesse: la produzione di carbone degli Stati Uniti è calata del 10 per cento nel 2015, mentre il numero di posti di lavoro nelle miniere si sono ridotti del 12 per cento. Nello stesso periodo l’industria petrolifera statunitense ha perso 67 miliardi di dollari (circa 62 miliardi di euro) e non a causa delle leggi dell’amministrazione Obama, ma per l’andamento dei mercati.

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