• Mondo
  • mercoledì 30 marzo 2016

Come ci è arrivato l’ISIS in Europa

C'è una storia anche prima degli attentati di Parigi e Bruxelles, fatta di piccoli attacchi spesso sventati e di grandi debolezze investigative: l'ha raccontata il New York Times

Uno degli attentatori di Parigi si addestra in Siria. L'immagine è tratta da un video diffuso dallo Stato Islamico.

I primi segnali dell’intenzione dello Stato Islamico (o ISIS) di colpire l’Europa risalgono all’inizio del 2014, quasi due anni prima degli attentati di Parigi. Da allora le autorità di alcuni paesi europei, soprattutto francesi, hanno arrestato e interrogato diversi sospetti jihadisti che si erano addestrati in Siria con lo Stato Islamico ed erano tornati nei rispettivi paesi – per lo più Francia e Belgio – con l’ordine di compiere attentati terroristici. Alcuni verbali degli interrogatori, insieme a molte informazioni raccolte da fonti dell’intelligence francese, sono stati ripresi nelle ultime settimane dai principali giornali internazionali, che hanno provato a capire come abbia fatto lo Stato Islamico a creare una tale struttura in Europa senza che le autorità se ne accorgessero e intervenissero in tempo.

Rukmini Callimachi, giornalista del New York Times che si occupa di terrorismo, ha ricostruito gli sforzi, i fallimenti e i successi dello Stato Islamico in Europa: tra le altre cose ha raccontato chi fu il primo terrorista addestrato a tornare in territorio europeo con l’ordine di compiere un attentato, e come si strutturò la rete di comando del gruppo che doveva occuparsi delle operazioni al di fuori di Siria e Iraq. Callimachi ha cercato di spiegare come abbia fatto lo Stato Islamico a diventare la principale minaccia percepita alla sicurezza europea, quando solo tre anni fa era considerato una mera divisione di al Qaida principalmente interessata a conquistare e governare territori in Medio Oriente.

I primi combattenti addestrati per fare attentati in Europa
Il 3 gennaio del 2014, pochi minuti dopo mezzogiorno, la polizia greca fermò un taxi nella città di Orestiada, a sei chilometri dal confine con la Turchia. A bordo c’era un cittadino francese di 23 anni di nome Ibrahim Boudina, che stava tornando dalla Siria: nel suo bagaglio gli agenti trovarono 1.500 euro e un documento scritto in francese e intitolato «come fabbricare una bomba artigianale nel nome di Allah». Boudina fu lasciato andare, perché a suo carico non c’era alcun mandato di arresto internazionale o europeo. In realtà le autorità francesi sapevano già chi fosse Boudina: faceva parte di un gruppo di 22 persone che si era radicalizzato in una moschea di Cannes, nota località turistica della Costa Azzurra e sede del festival di cinema più importante d’Europa. Oggi l’intelligence francese considera Boudina il primo cittadino europeo conosciuto che viaggiò in Siria, si unì allo Stato Islamico e tornò con l’obiettivo di compiere un attentato terroristico in Europa.

Boudina non fu il solo: l’intelligence francese stima che nello stesso periodo altri 20 combattenti si unirono allo Stato Islamico in Siria, furono addestrati e rimandati indietro per compiere attentati terroristici in Europa. I ritorni avvennero tutti tra l’inizio del 2014 e i primi mesi del 2015. Questi combattenti – di cui non facevano parte i terroristi di Parigi e Bruxelles – erano tutti francofoni. In seguito furono arrestati in diversi paesi (Italia, Spagna, Belgio, Francia, Grecia, Turchia e Libano) mentre preparavano attacchi contro attività commerciali gestite da ebrei, stazioni di polizia e anche sfilate di carnevale: erano in possesso di taglierini, armi automatiche, walkie-talkie, telefoni usa e getta e materiale chimico per produrre il TATP, un esplosivo che si può fabbricare con ingredienti comuni e che è stato usato dallo Stato Islamico anche per gli attentati di Parigi e Bruxelles.

Tra loro qualcuno riuscì a compiere un attentato. Per esempio Mehdi Nemmouche, l’uomo che sparò al Museo Ebraico di Bruxelles il 24 maggio del 2014. Nella sua rivendicazione, Nemmouche aveva di fianco a sé una bandiera con la scritta “Stato Islamico dell’Iraq e della Siria”, il nome del gruppo prima che diventasse “Stato Islamico”. La polizia belga comunque non prese sul serio la rivendicazione e il vice-procuratore del Belgio, Ine Van Wymersch, disse: «Probabilmente ha agito da solo». Ma non era così: nei mesi prima dell’attacco al Museo Ebraico, Nemmouche aveva fatto una telefonata di 24 minuti ad Abdelhamid Abaaoud un cittadino belga il cui nome sarebbe poi apparso in successive indagini su casi di terrorismo in Europa. Abaaoud è stato ucciso alla fine di novembre durante un’operazione di polizia in Francia: è considerato l’uomo che progettò gli attentati di Parigi. Michael Smith II, un analista della Kronos Advisory (un’agenzia che ha cominciato a lavorare per il governo statunitense nel 2013 riguardo i piani dello Stato Islamico in Europa), ha detto al New York Times: «C’erano tutti i segnali. Per chiunque facesse attenzione, questi segnali erano diventati assordanti dalla metà del 2014».

Boudina fu arrestato in un appartamento vicino a Cannes nel febbraio del 2014: nello stesso edificio furono trovate anche tre lattine di Red Bull piene di 600 grammi di TATP. Boudina era stato scoperto perché non era stato attento a sufficienza nel nascondere le sue attività online: per esempio furono trovati indizi a suo carico nelle conversazioni su Facebook. Nei mesi successivi, comunque, lo Stato Islamico trovò nuovi modi per aumentare la sicurezza delle conversazioni tra membri del gruppo, rendendo molto più difficile il lavoro degli investigatori.

Il messaggio audio di Abu Muhammad al Adnani
Il 22 settembre del 2014 lo Stato Islamico diffuse un messaggio audio indirizzato all’Occidente: il messaggio era di Abu Muhammad al Adnani, il portavoce dello Stato Islamico e il capo delle operazioni esterne del gruppo. Invitava tutti i musulmani a uccidere gli europei, soprattutto i francesi, e specificava i modi in cui si poteva uccidere un uomo: «Spaccategli la testa con una roccia, o massacratelo con un coltello, o investitelo con la vostra macchina». Nei mesi successivi furono progettati diversi attacchi in Europa – alcuni realizzati, altri scoperti – che sembravano prendere ispirazione dalle parola di al Adnani. Un caso di cui si parlò molto fu l’attacco compiuto da un uomo vicino a Lione all’interno della fabbrica di un’azienda che si occupa di gas: l’uomo, che già in passato era stato sospettato per terrorismo, aveva decapitato il suo datore di lavoro e aveva diffuso la foto della testa infissa a uno dei pali della recinzione con a fianco una bandiera con scritte in arabo. Callimachi ha scritto sul New York Times:

«La bassa potenza di quegli attacchi, con un numero dei morti mai superiore a dieci, combinato col fatto che molti degli attentatori avevano una storia di malattie mentali alle spalle, spinse analisti e funzionari a concludere che lo Stato Islamico rimaneva molto indietro rispetto ad al Qaida e alla sua capacità di compiere attentati in territorio occidentale.»

Oggi, rispetto ad allora, abbiamo alcune informazioni in più sia sulla struttura interna dello Stato Islamico che sulla strategia del gruppo in Europa. Per quanto riguarda il primo punto sappiamo che la divisione che si occupa degli attentati all’estero è una branca distinta all’interno dell’organigramma dello Stato Islamico: recluta, addestra, fornisce i soldi e organizza la consegna delle armi ai combattenti del gruppo che sono pronti a compiere degli attentati. La divisione non si occupa solo degli attentati in Europa (attività il cui capo era Abaaoud), ma anche in altri paesi dove ci sono località turistiche frequentate dagli occidentali, per esempio la Turchia, l’Egitto e la Tunisia. Per quanto riguarda il secondo punto sappiamo che lo Stato Islamico ha adottato una strategia particolare: spingere le persone radicalizzate nei loro paesi a fare piccoli attacchi lasciandosi ispirare dalla propaganda online, e nel frattempo preparare attentati su larga scala organizzati direttamente dalla divisione del gruppo che si occupa delle operazioni esterne.

Il reclutamento e l’addestramento lampo di un terrorista
Callimachi ha raccontato la storia di Reda Hame, un giovane francese esperto di tecnologia che si avvicinò allo Stato Islamico attraverso la propaganda online. Hame – che aveva lavorato come tecnico per Astrium, una sussidiaria dell’azienda francese Airbus – arrivò in Siria nel giugno del 2015 per combattere il presidente siriano Bashar al Assad, ma le cose andarono diversamente. Il funzionario dello Stato Islamico che gli fece il colloquio iniziale espresse fin da subito interesse per il fatto che Hame fosse di Parigi e che avesse conoscenze nel campo della tecnologia. Giorni dopo Hame fu caricato su un furgoncino e gli fu detto di non guardare fuori: l’autista era Abaaoud, l’uomo ucciso a Parigi alla fine di novembre e che era considerato il capo delle operazioni dello Stato Islamico in Europa. Una volta scesi dal furgoncino, nella campagna siriana, Abaaoud chiese ad Hame se sarebbe stato disposto a sparare su una folla di persone durante un concerto rock in un paese europeo. In quel periodo in Siria erano passati anche otto dei dieci attentatori che presero parte agli attentati di Parigi: uno degli attacchi fu compiuto proprio durante un concerto rock a Parigi, al teatro Bataclan.

Dopo le iniziali reticenze, Hame accettò la proposta di Abaaoud e iniziò un addestramento lampo. Abaaoud lo portò a una casa a circa 30 minuti da Raqqa: qui Hame imparò a caricare un Kalashnikov, sparare e lanciare una granata, anche se Abaaoud perse più volte la pazienza per la mancanza di abilità della sua recluta. Prima di essere rimandato in Europa, Hame completò il suo addestramento in un internet cafe a Raqqa, dove uno specialista di computer dello Stato Islamico gli diede una chiavetta USB contenente CCleaner, un programma usato per cancellare la storia online di un utente su un dato computer. Nella chiavetta c’era anche TrueCrypt, un programma per criptare i dati. Ad Hame furono date indicazioni precise su come comunicare, di modo che non si verificassero più i problemi che c’erano stati con Boudina: dopo avere usato TrueCrypt, Hame doveva caricare la cartella con il messaggio criptato in un sito di archiviazione online turco, da dove sarebbero stata poi scaricata da Abaaoud. Non doveva invece usare le email, per evitare di generare i metadati da cui sono ricavabili il punto di partenza e di destinazione della stessa email.

Abaaoud era anche fissato con la sicurezza dei telefoni cellulari. Diede a Hame un numero di cellulare di un telefono turco che aveva lasciato in un edificio in Siria, ma abbastanza vicino la confine con la Turchia da prendere la linea telefonica turca. Era convinto che le autorità europee avrebbero fatto più caso alle telefonate di un cellulare europeo dirette a un cellulare siriano, invece che a quelle dirette verso un cellulare turco. Hame tornò in Europa simulando il viaggio estivo di un “backpacker”, un giovane con lo zaino in spalla: passò da Istanbul, Praga, Amsterdam, Bruxelles per poi arrivare a Parigi. Il suo compito non era quello di compiere un grande attentato, ma di agire da solo facendo un attacco più piccolo. Fu arrestato poco dopo, ad agosto, a causa della confessione di un altro europeo che era uscito dalla Siria insieme a lui e che nel frattempo era stato arrestato a Madrid. A casa di Hame, dietro a un divano, la polizia trovò la chiave USB e una borsa con dei documenti che contenevano le credenziali di accesso a TrueCrypt. Poco dopo ci furono altri due attentati, che però furono sventati: uno dei due fu quello sul treno Amsterdam-Parigi, che fu sventato da tre cittadini americani e uno britannico che erano in Europa. Di quel periodo Marc Trévidic, allora giudice capo dell’antiterrorismo francese, disse: «Servì a mettere tutte le nostre agenzie in agitazione. Come se fosse una copertura, che permettesse loro di preparare con calma qualcos’altro».

I miglioramenti nella fabbricazione del TATP
Oltre ai passi avanti nelle comunicazioni criptate, i combattenti dello Stato Islamico hanno migliorato anche la loro capacità di fabbricare il TATP, un esplosivo che prima degli attentati di Parigi e di Bruxelles era già stato associato a due attacchi in Europa nel 2014 e nel 2015. Il TATP viene realizzato a partire da acetone – l’ingrediente base del liquido per decorare le unghie –, acqua ossigenata e acido nitrico o cloridrico, tutti elementi facilmente reperibili anche in Europa. Il problema del TATP è però che i suoi ingredienti, una volta combinati l’uno con l’altro, sono instabili e se si sbaglia qualcosa nelle quantità si provoca un’esplosione. Alle tre bombe trovate nell’appartamento di Boudina vicino a Cannes – quelle create con delle lattine di Red Bull – mancava un componente: un sistema per farle detonare. Boudina aveva inserito un filamento dentro a ciascuna lattina, probabilmente per usarlo come una specie di fusibile. Nel suo laptop furono trovate ricerche come: «Come costruire un detonatore remoto», «detonazione con il cellulare» e «dove comprare dei petardi?».

Anche questo problema fu risolto col tempo. Prima degli attentati di Parigi, Salah Abdeslam – arrestato due settimane fa a Bruxelles – comprò nel nord di Parigi un meccanismo che permetteva di far scoppiare dei petardi anche a distanza. Il negoziante si ricorda ancora Abdeslam perché «a differenza degli altri clienti non fece domande su come doveva fare per farlo funzionare». Le autorità credono che Abdeslam sia l’unico attentatore sopravvissuto agli attentati di Parigi: doveva farsi esplodere allo Stade de France, ma all’ultimo momento cambiò idea.

Diversi esperti hanno fatto notare che fabbricare in sicurezza il TATP richiede un grande sforzo e suggerisce l’esistenza di una rete. L’esplosivo usato negli attentati di Bruxelles è stato fabbricato in un appartamento di Schaerbeek, a Bruxelles: rispetto alle cinture esplosive usate a Parigi – che contenevano circa mezzo di chilo di TATP – le bombe di Bruxelles pesavano ciascuna tra i 13 i 27 chilogrammi, ha detto Claude Moniquet, ex funzionario dell’intelligence francese e ora capo dell’European Strategic Intelligence and Security Center. Nelle settimane precedenti agli attentati di Bruxelles, il proprietario dell’appartamento di Schaerbeek aveva sentito un forte odore, che proveniva dal processo di lavorazione del TATP. Non disse nulla: avvisò le autorità solo dopo gli attentati.

Mostra commenti ( )