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Tutto sul self-publishing

di Giacomo Papi

Penguin ha venduto il suo sito di auto-pubblicazione, in Italia i grandi editori non sanno bene che fare, intanto il peso dei libri auto prodotti cresce e cambia l'editoria

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Dattilografe a lavoro sul tetto del loro ufficio a Cardiff, nel 1935 (Fox Photos/Getty Images)

Penguin Random House, la più grande casa editrice al mondo, ha venduto Author Solutions, un servizio a pagamento – peraltro molto costoso – con cui autopubblicarsi: la decisione sancisce di fatto il ritiro di Penguin Random House dal mercato del self-publishing. Author Solutions è stata comprata dalla società finanziaria americana Najafi Companies, ma non sono stati resi noti i termini economici dell’accordo. Author solutions era stata acquistata da Pearson, il gruppo editoriale di cui fa parte Penguin Random House, il 19 luglio 2012 per 116 milioni di dollari. Nell’annunciare la cessione, Markus Dohl, l’amministratore delegato di Penguin Random House, ha detto: «Con questa vendita, ribadiamo il nostro focus sulla pubblicazione di libri attraverso i nostri 250 marchi editoriali in tutto il mondo, e che il nostro impegno è mettere in contatto i nostri autori e le loro opere con i lettori, ovunque essi si trovino». Penguin Random House annuncia, insomma, la decisione di tornare a fare libri soltanto nel modo tradizionale. Qualche mese fa anche HarperCollins, il secondo editore a livello mondiale, aveva chiuso il suo analogo sito Authonomy.com, la cui pagina oggi, appare abbastanza desolante. Potrebbero essere segnali della fuga dei grandi editori dal self-publishing dopo l’entusiasmo degli anni passati o per lo meno la dimostrazione che oggi la grande editoria non sa ancora come gestirlo.

L’acquisizione di Author Solutions nel 2012 aveva sollevato enormi polemiche: Penguin Random House fu accusata di inquinare il proprio marchio e fu anche oggetto di una causa negli Stati Uniti intentata da alcuni autori auto-pubblicati che la accusavano di avere lucrato sulle loro aspirazioni. Accedere ai servizi di Author Solutions, infatti, costava incomparabilmente più delle normali tariffe, anche migliaia di sterline. Se qualcuno decideva di spenderle era per il prestigio della casa editrice e la speranza di entrare nella sua orbita. In questo modo, Author solutions aggirava almeno in parte quelli che sono da sempre i grandi problemi nel rapporto tra editoria tradizionale e self-publishing: in primo luogo pubblicare autori senza averli prima selezionati significa perdere la garanzia di qualità su cui ogni casa editrice si basa e allontanare gli autori più importanti; il fatto poi che il self-publishing, per definizione, imponga testi non selezionati ed editati espone al rischio di pubblicare libri che hanno problemi legali, che istigano a compiere reati gravi o sono frutto di plagio. Ma passare dal self-publishing al co-publishing accentua i problemi di inquinamento di cui sopra.

Il self-publishing è esploso intorno al 2009 con il lancio dei primi lettori di eBook di massa, il Kindle di Amazon e il Nook di Barnes&Noble. Quando, subito dopo, gli eBook auto-pubblicati hanno cominciato a fare numeri importanti nei mercati di lingua inglese, i grandi editori se ne sono accorti e ci si sono buttati. Quella fase sembra terminata, anche in Italia. Per generare grandi numeri, e quindi profitti, i libri auto-pubblicati – elettronici o di carta che siano – hanno bisogno di un mercato esteso, come appunto quello in lingua inglese: secondo Nielsen nel 2015 il self-publishing sarebbe arrivato a una percentuale compresa tra 14 il 18 per cento dell’intero mercato del libro degli Stati Uniti. L’altro problema è che per essere letto un testo auto-pubblicato ha bisogno, più che di un editore tradizionale, di chi i libri su Internet  li distribuisce e di chi controlla i supporti su cui i libri vengono letti. Figure che spesso coincidono. Digitalbookworld calcola che Amazon produce oggi attraverso le sue piattaforme l’85 per cento circa dei titoli autopubblicati e che i maggiori siti di self-publishing siano legati agli eReader più diffusi: Wrintinglife al Kobo e Smashwords al Kindle di Amazon che, attraverso il Kindle Self-Publishing, dà anche la possibilità di fare promozioni e avere visibilità.

Non è un caso se il tentativo più serio da parte di Mondadori di avvicinarsi al self-publishing abbia coinciso con l’accordo con Kobo. L’idea del sito scrivo.me – lanciato nel 2013 all’epoca della direzione di Riccardo Cavallero e, oggi, in fase di pausa, per non dire di abbandono – era creare un social network della scrittura per avvicinare le esigenze degli aspiranti autori alle competenze già presenti nella casa editrice senza coinvolgere direttamente il marchio. Un altro tentativo, ma più estemporaneo, è stato messo in atto da Rizzoli insieme al Corriere della sera con il concorso YouCrime, lanciato nel 2013 come “il primo contest di co-publishing digitale al mondo“. Nonostante la pomposità dell’annuncio, non risulta che l’iniziativa abbia avuto alcun seguito oltre alla pubblicazione in formato eBook del romanzo vincitore, Ultimo volo per Caracas di Gabriele Santoni.

A parte questo, i grandi gruppi editoriali italiani si sono avvicinati al self-publishing offrendo una sponda fisica, cartacea, a chi sperava di pubblicare. È il caso del torneo letterario Io Scrittore lanciato nel 2010 dal Gruppo GeMs, e di IlMioLibro nato nel 2011 in collaborazione con Feltrinelli e di Libromania creato nel 2012 da DeAgostini e Newton Compton. È una strategia che non può essere etichettata come “editoria a pagamento” perché gli editori in questione offrono servizi senza partecipare ai profitti, ma che secondo molti coincide con la cosiddetta “vanity press”, perché è un modo di rispondere al desiderio diffuso di vedere un libro con il proprio nome per di più associato, anche indirettamente, al marchio di un editore conosciuto. Chi decide di pubblicare con uno di questi siti è alla ricerca di un editore, non intende essere l’editore di se stesso: vuole utilizzare le possibilità di pubblicazione aperte dal digitale come una strada per arrivare all’editoria tradizionale, su carta, attirato dai rarissimi esempi di bestseller nati in questo modo, i più clamorosi dei quali sono Cinquanta sfumature di grigio di E L James e After di Anna Todd, e in Italia Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli e Prima di dire addio di Giulia Leyman.

Il self-publishing è molto di più – e insieme molto di meno – di questo.  La sua vera novità consiste nel fatto che l’autore non divide i diritti con un editore, ma segue il libro in tutte le sue fasi, dalla scrittura alla scelta di titolo e copertina, decidendo se tradurlo e in quali lingue, come distribuirlo, pubblicizzarlo e venderlo. Al momento riguarda quasi esclusivamente il digitale, ma presto potrebbe cambiare anche il modo di fare libri di carta, i cui costi stanno rapidamente calando. Negli Usa, dove il rapporto tra libri stampati ed elettronici è di 74 a 26, è già successo. Nel 2014 le vendite da self-publishing sono state stimate in 185 milioni di libri elettronici e 9 milioni stampati. I libri auto-pubblicati varrebbero il 18 per cento del mercato totale del libro negli Usa, percentuale che sale addirittura al 24 considerando solo la fiction per adulti. Secondo alcune stime è un mercato che potrebbe presto arrivare a 52 miliardi di dollari, il doppio di quello dell’editoria tradizionale americana. In Italia i dati  sono parziali e comunque molto distanti, ma alcuni segni farebbero pensare che – al di là dei casi clamorosi in classifica – il self-publishing abbia già oggi un peso economico importante e crescente. Per capire lo stato di salute degli eBook e, quindi indirettamente del self-publishing, esistono tre indicatori: i siti peer to peer (quindi i download pirata dei libri), i blog che fanno recensioni di titoli auto-pubblicati e i servizi editoriali dedicati che, in effetti, negli ultimi tempi hanno registrato un’esplosione.

Un altro indicatore potrebbe essere Streetlib, la più importante piattaforma digitale italiana per l’auto-pubblicazione, che ha chiuso il 2015 con un fatturato superiore ai 4 milioni di euro. Nei fatti si tratta del primo editore italiano di eBook: ha pubblicato 2.845 eBook nel 2013, 6.471 nel 2014 (quando si chiamava ancora Narcissus.me) e circa 15 mila nel 2015. AIE, l’Associazione Italiana Editori, dovrebbe rendere noti i dati in primavera, ma l secondo, intorno ai 5 mila libri, dovrebbe essere YouCanPrint (sempre digitale, a dispetto del nome, e comunque distribuito da Streetlib), il terzo Mondadori con circa 3.500 titoli pubblicati. Le condizioni economiche per auto-pubblicarsi con Streetlib sono semplici e uguali per tutti: all’autore va il 60 per cento del prezzo di ogni libro, il retailer – cioè Amazon, Ibs, Apple, Barnes&Noble, insomma chi vende il libro online – prende il 30 per cento, mentre Streetlib trattiene il 10 per la semplice pubblicazione. I servizi ulteriori – editing, copertina, correzione di bozze – hanno tariffe fisse e una tantum. Il costo dell’eventuale traduzione è concordato direttamente tra traduttore e autore, ma di solito – racconta Antonio Tombolini, fondatore e direttore di Streetlib –  è in linea con quelli pagati dalle case editrici tradizionali. Anche sulle traduzioni Streetlib prende il 10 per cento. «La cosa interessante è che incominciano a muoversi anche le lingue secondarie, non solo l’inglese. La gente decide di farsi tradurre anche in francese, tedesco o spagnolo. E sempre più spesso capita che il traduttore accetti di abbassare la sua tariffa, in cambio della partecipazione dei diritti sulle vendite estere» .

Streetlib lavora in pari misura con autori auto-pubblicati e con case editrici medie e piccole. Nell’ultimo anno, dice Tombolini, le vendite di eBook sono cresciute del 60 per cento, quelle di libri autopubblicati del 90%. «Ormai mi capita di firmare assegni anche di parecchie decine di migliaia di euro. Ci sono autori che scrivono tanti libri, lavorano sulla comunicazione e sulla promozione – cioè che davvero fanno gli editori di se stessi – e che guadagnano bene. Altri autori che hanno pubblicato con grandi editori, per la prima volta decidono di auto-pubblicarsi». Tombolini – che però non fa i nomi degli autori in questione – parla di guadagni del tutto in linea (anzi) con quelli dell’editoria tradizionale: «Nel 2015 l’autore che ha venduto di più con noi ha incassato 56mila euro. Nel 2015 oltre 100 autori hanno guadagnato più di 10mila euro. Nel 2015 l’ebook che ha venduto di più ha venduto 18mila copie».

Più dell’80 per cento dei libri pubblicati e venduti da Streetlib sono di narrativa di genere: thriller, gialli, romanzi rosa. Il prezzo medio di un libro di narrativa è 3 euro (mentre un eBook di un editore tradizionale costa oltre 3 volte di più). In maggioranza chi compra ha tra i 40 e i 55 anni. Probabilmente sono lettori che leggono molto e in serie, ma senza grande attenzione alla qualità letteraria. «Ma forse è una fase», dice Tombolini «sono convinto che i saggi, per esempio, abbiano potenzialità enormi, solo che la tecnologia non è ancora adeguata: Kindle, Kobo, Googleplay, Apple iBook non permettono, per esempio, di gestire bene note o bibliografie. Non esiste nulla di equiparabile all’mp3 per la musica, cioè a un formato standard leggibile su tutti i device. È su questo che i grandi gruppi editoriali dovrebbero spingere». E invece come si stanno muovendo? «Mi sembra alla cieca, come pugili suonati», dice, «la vera arma dei grandi editori era la distribuzione, ora che il digitale gliela sta portando via, non sanno più che cosa fare. Bisogna interpretare il self-publishing non in chiave antagonista o come strada alternativa, ma usarlo per imparare da capo a fare l’editore, un mestiere che – davanti a un’offerta crescente e sempre più indifferenziata – inevitabilmente finirà per diventare ancora più importante».

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