Cos’è successo alla riforma del Senato?

Il governo è andato in minoranza in commissione su due emen­da­menti identici che riguardano i senatori a vita, votati dall'opposizione e dalla minoranza del PD

Foto Roberto Monaldo / LaPresse
03-12-2014 Roma
Politica
Camera dei Deputati - Question time con Matteo Renzi
Nella foto Maria Elena Boschi, Matteo Renzi

Photo Roberto Monaldo / LaPresse
03-12-2014 Rome (Italy)
Chamber of Deputies - Question time
In the photo Maria Elena Boschi, Matteo Renzi
Foto Roberto Monaldo / LaPresse 03-12-2014 Roma Politica Camera dei Deputati - Question time con Matteo Renzi Nella foto Maria Elena Boschi, Matteo Renzi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 03-12-2014 Rome (Italy) Chamber of Deputies - Question time In the photo Maria Elena Boschi, Matteo Renzi

Mercoledì 10 dicembre in Commissione Affari costituzionali alla Camera il governo è andato in minoranza su due emen­da­menti all’articolo 2 del disegno di legge costituzionale 1429, più noto come DDL Boschi o “riforma del Senato”. Gli emendamenti sono identici e sono stati presentati dal deputato della minoranza del Partito Democratico Giuseppe Lauricella e da Stefano Quaranta di SEL: entrambi cancellano i senatori di nomina pre­si­den­ziale e hanno avuto 22 voti favorevoli e 20 contrari: a favore hanno votato SEL, M5S, Lega e anche una parte della minoranza del Partito Democratico. Ha votato sì anche un deputato di Forza Italia, Maurizio Bianconi.

 

Il disegno di legge approvato in prima lettura dal Senato prevedeva che il nuovo Senato della Repubblica fosse composto da 100 senatori: 95 eletti, con metodo proporzionale, dai consigli regionali fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori; 5 membri dovevano invece essere nominati dal Presidente della Repubblica. La modifica approvata ieri in Commissione prevede invece che il futuro Senato sarà composto da 100 senatori eletti da rappresentanti territoriali, senza però i cinque senatori nominati per sette anni dal presidente della Repubblica..

Una volta uscito dalla Commissione, il disegno di legge del governo – approvato dal Senato lo scorso agosto in prima lettura e di cui la commissione Affari costituzionali della Camera ha avviato l’esame l’11 settembre 2014 – dovrà passare per il voto dell’aula: visto che si tratta di una legge costituzionale dovrà poi passare di nuovo, in seconda lettura, da entrambe le camere. Se non otterrà i due terzi dei voti, dovrà essere confermata da un referendum senza quorum (in cui, quindi, basterà che il 50 per cento più uno dei votanti scelga l’abrogazione per cancellare la riforma).

Durante il dibattito e il voto in aula gli emendamenti approvati in commissione possono ancora essere superati: è quello che con ogni probabilità tenterà di fare il governo, visto che se il disegno di legge costituzionale dovesse essere approvato alla Camera in una forma diversa da quella con cui è già stato approvato dal Senato, dovrebbe ricominciare da capo l’intero iter. Maria Elena Boschi, dopo il voto della commissione, ha detto: «Vedremo se l’aula con­fer­merà, è lì che sono rappresentati davvero il PD e la mag­gio­ranza». Matteo Renzi ha detto: «Conoscevamo il rischio di finire sotto in commissione su un emendamento tra l’altro marginale. Lo abbiamo corso. Votano contro il governo? Benissimo. Poi si va in aula e vediamo come finisce. Io sono sicuro che finisce come il Jobs Act». E ancora: «Noi le riforme, quella elettorale e quella costituzionale, le portiamo a casa. Tutt’e due. E se non è così i parlamentari sanno bene qual è la via d’uscita: le elezioni. Molti di loro perderanno il posto».