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Le notizie che non lo erano sul volo MH17

di Martin Enserink – Slate @martinenserink

Dai cento ricercatori di AIDS morti al ciclista che poteva essere su entrambi i voli precipitati: Slate mostra la scarsa inclinazione dei media a dubitare delle "storie perfette"

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Avrete ormai tutti sentito dell’uomo più fortunato del mondo, l’olandese volante che ha fregato due volte la morte. Ci crediate o no, il ciclista olandese Marteen de Jonge aveva una prenotazione su entrambi i disgraziati voli MH17 e MH370, ed entrambe le volte ha cambiato i suoi piani all’ultimo, secondo le centinaia di articoli al riguardo pubblicati in giro per il mondo nei giorni scorsi. Wolf Blitzer ha passato diversi minuti durante il programma del lunedì della CNN Situation Room a parlare di de Jonge, un ciclista professionista per il Terengganu Cycling Team in Malesia. Alcuni articoli hanno fatto notare come de Jonge, con una straordinaria dimostrazione di fedeltà del cliente, dica di non avere scrupoli a volare ancora con Malaysia Airlines.

C’è solo un problema: non esiste nessuna prova che de Jonge abbia mai comprato un biglietto, o fatto una prenotazione, per alcuno dei due voli. La sua miracolosa sopravvivenza è una conseguenza della risonanza diffusa da Internet, dove le notizie strambe vengono amplificate a dismisura e pochi si interessano di verificare se siano vere o meno.

Sulla vicenda del volo i media hanno fatto diversi casini. Martedì, il giornalista di Sky News Colin Brazier si è scusato per aver rovistato nella valigia di un bambino nella zona del ritrovamento dei rottami. Lunedì, il programma olandese EenVandaag si è scusato per il comportamento della giornalista Caroline van den Heuvel, che ha sfogliato il diario di una passeggera adolescente davanti a una telecamera leggendone un pezzo ad alta voce.

C’è poi lo strano caso dei cento scienziati che si occupano di AIDS che stando a quanto riportavano i media erano morti sul volo mentre si stavano dirigendo verso AIDS 2014, una conferenza internazionale a Melbourne, in Australia. Questa è stata una notevole storia laterale della vicenda fra venerdì e sabato, i giorni successivi all’incidente, ed è apparsa su giornali rispettabili come il Sydney Morning Herald, il Guardian e Slate (in Italia l’Unità, tra gli altri: il Post aveva segnalato la circolazione di quel dato, ndr)). TIME ha promosso i morti a “importanti ricercatori dell’AIDS”. Anche Obama l’ha riportata in un suo discorso alla stampa venerdì.

Ogni vita umana è importante, ma la morte di un alto numero di ricercatori che si occupano di AIDS – gente che dedica la propria carriera a salvare vite altrui – sarebbe stata certamente tragica. In realtà, non c’è mai stata nessuna prova che ne siano morti così tanti. Il comitato di AIDS 2014 ha identificato sei delegati presenti al convegno che si trovavano sul volo MH17, incluso uno scienziato molto noto nel campo, Joep Lang. Altri cinque erano rispettivamente un associato di Lange, che era anche il suo addetto alle comunicazioni; tre persone che facevano parte della comunità di persone che si occupano di AIDS nei Paesi Bassi; e Glenn Thomas, un portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

È difficile risalire al modo in cui la voce sui cento è diventata una notizia internazionale, ma non c’è nessuna prova che sia arrivata dagli organizzatori del convegno, come alcuni hanno riportato. Sembra probabile che – come molte altre storie false al giorno d’oggi – sia emersa da Twitter, dove alcuni partecipanti al convegno avevano cominciato a far circolare la cifra “108” la mattina di venerdì. Molti media non hanno corretto i propri pezzi, ed è probabile che questo diventerà un mito che circolerà per molti anni.

Qualcosa di simile è accaduto per il doppio appuntamento con la morte di de Jonge. Non possiamo più chiedere a de Jonge cosa sia accaduto perché non commenterà più la vicenda: sul suo blog, venerdì, ha scritto che «per rispetto delle vittime e dei sopravvissuti, non credo che sia giusto che io intervenga raccontando la mia storia, cosa che non avevo comunque intenzione di fare: non sono stato io a contattare i media».

L’unica fonte di prima mano della sua vicenda viene da RTV Oost, una stazione regionale olandese che aveva intervistato de Jonge dopo che lui aveva twittato giovedì – il giorno dell’incidente del volo MH17 – scrivendo: «se oggi fossi partito, allora…». Nell’intervista, de Jonge spiegò che originariamente aveva intenzione di prendere un volo il giorno dell’incidente, quando sua madre e un amico avrebbero potuto accompagnarlo all’aeroporto di Amsterdam. Ma non menziona mai un’ipotesi sul volo MH17: poi invece decise di prendere un volo di un’altra compagnia verso Kuala Lumpur con uno scalo a Francoforte, previsto per domenica, poiché era meno costoso.

E quanto all’altro incontro ravvicinato con la morte, la sua prenotazione del volo MH370 dell’otto marzo? Sempre secondo RTV Oost, de Jonge volò da Kuala Lumpur a Taipei proprio quel giorno, l’8 marzo; poiché somiglia al percorso del volo MH370, che sarebbe dovuto invece arrivare a Pechino, come lui stesso disse al giornalista: «quindi, avrei potuto essere su quell’aereo anche io».

Ma non c’era alcuna ragione perché de Jonge fosse sull’aereo MH370 se la sua destinazione era Taipei: la cosa avrebbe richiesto una deviazione di 2500 chilometri, per cui avrebbe dovuto comprare un biglietto separato per la tratta Pechino-Taipei, su cui Malaysia Airlines non effettua voli (a causa di perduranti tensioni fra Cina e Taiwan, le sue scelte sarebbero state limitate a qualche volo giornaliero fra le due capitali).

Rimane che de Jonge era all’aeroporto di Kuala Lumpur quel fatidico giorno. Disse a RTV Oost che l’MH370 era decollato un’ora prima del suo volo e che aveva parlato con alcuni dei suoi passeggeri – che è possibile, nel caso lui sia una di quelle persone che apprezzano fare quattro chiacchiere con gente incontrata per caso.

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La responsabilità della bufala non è interamente colpa di de Jonge. Quando un giornalista locale rispose al suo tweet, sembrò avere un po’ ingigantito la sua prossimità all’incidente, come molta gente avrebbe potuto fare al posto suo. Probabilmente non aveva capito che grazie a Internet una storia locale può diventare protagonista di una vicenda internazionale da un giorno all’altro. È probabile che se ne stia zitto perché ha capito che la sua storia non sta in piedi se qualcuno fa altre domande.

Ma il vero problema è che sono i media che non hanno voglia di fare altre domande. C’è una storia perfetta, miracolosa: perché qualcuno dovrebbe voler controllare se sia vera?

© Slate 2014

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