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A un giovane giornalista, o come lo chiameremo

di Luca Sofri

Margaret Sullivan ha messo in fila sul New York Times un po' di incertezze e certezze dell'informazione contemporanea, che riconosciamo anche da qui

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Margaret Sullivan, che è la Public Editor del New York Times (qui è spiegato cosa è il Public Editor) e si occupa spesso di questioni legate alle novità nell’informazione e nel giornalismo, ha pubblicato un articolo di riflessioni più ampie e complessive su cosa sta cambiando nel mestiere dei giornalisti e nel ruolo dei media e di tutti gli enti che fanno informazione. Le sue riflessioni nascono soprattutto dalle impressioni raccolte nelle lezioni tenute ai giovani aspiranti giornalisti e alle domande che Sullivan si sente fare.

Condivido molti dei suoi pensieri e della sua esperienza: tutte le volte che racconto a giovani che “vogliono fare i giornalisti” come credo stiano le cose oggi e cosa li attenda, ho l’impressione che l’arretratezza dell’ecosistema cultural-professionale italiano abbia delle ricadute persino su generazioni che il luogo comune vorrebbe invece più sintonizzate con il futuro e le trasformazioni. Mi accorgo che molti di coloro che scrivono al Post per collaborare, che vediamo per gli occasionali colloqui, che vengono formati dalle scuole di giornalismo, che partecipano a corsi o seminari sembrano avere ambizioni che derivano da idee della professione spesso anacronistiche (forse è anacronistico persino chiamarla “professione”): una scrivania nella sede di un grande quotidiano, una rubrica di proprie opinioni su tutto, un mandato a girare il mondo per fare grandi reportage di viaggio, un blog sul calcio, o sul cinema. E il mio lavoro è spiegargli, con pazienza ma a volte in modi forse bruschi, che quella roba lì non esiste più, che gli spazi per quelle cose sono diventati ridottissimi e insoddisfacenti, che l’offerta di semplice scrittura o “voglia di raccontare” è ridondante, che il giornalismo è diventato un’altra cosa, molte altre cose: ma spiego anche che queste molte altre cose possono addirittura essere più divertenti e stimolanti ed efficaci dei modelli tradizionali visti nei film americani o immaginati sfogliando grandi quotidiani in crisi di lettori e di senso e che non assumono più nessuno. Come dice in questo interessante articolo il direttore di un quotidiano americano che sta investendo molto sul cambiamento e sul trasformare se stesso: «Quando un candidato nei colloqui mi dice che la sua passione è scrivere storie gli rispondo che non è un lavoro che offriamo. Cerchiamo di stare alla larga da termini riduttivi come “reporter” o “redattore”». Qui avevo raccontato un esempio interessante di cosa sia più competitivo per un giovane giornalista oggi, e di cosa non lo è.

Dice Margaret Sullivan introducendo il suo articolo: «I giovani aspiranti giornalisti sono spacciati e stanno entrando in una professione che precipita e non è in grado di offrir loro di che vivere? O sono fortunati di trovarsi in un mondo che ribolle di nuove opportunità?». Tutte e due direi io, e non bisogna mai dimenticare nessuna delle due (per esempio, la prima quando ci si aspettano garanzie professionali e salariali risalenti a tempi felici da parte di un business in cui i ricavi si stanno invece disintegrando: alcune proteste di giornalisti o aspiranti tali mi fanno pensare a quelle di un poeta che chieda garanzie che il suo lavoro gli dia da vivere e uno stipendio base fisso; ecco, questo lavoro sta cominciando a somigliare a quello dei poeti: bello, nobile, persino utile, ma quasi senza mercato).

Ci sono due cose da descrivere, scrive Sullivan: lo stato di incertezza del giornalismo contemporaneo, e la certezza che alcuni valori dureranno.

Prima, l’incertezza: poiché siamo in mezzo a un cambiamento così radicale, non possiamo vedere chiaramente cosa sta succedendo. Quello che sappiamo è che il vecchio modello, quello in cui il giornalismo è sostenuto dalla pubblicità su carta, non funziona più.
Nessuno può dire quale sarà lo scenario futuro, nemmeno quello tra cinque anni (mi hanno chiesto anche di fare delle previsioni su cosa sarà tra un secolo, mi è venuto da ridere).
Ma alcune tendenze stanno emergendo. Alcuni esempi: in certi casi i paywall stanno ottenendo qualche successo. Come al New York Times, dove i ricavi sugli abbonati hanno superato quelli sulla pubblicità, una novità epocale.

Un altro sviluppo è che ricchi imprenditori stanno facendosi avanti per sostenere delle imprese giornalistiche, tra cui Jeff Bezos col Washington Post e Pierre Omidyar con First Look Media [in una misura infinitamente più piccola, è quello che è successo al Post, i cui soci sono in parte imprenditori che fanno altro, mossi da simili motivazioni].

Allo stesso tempo, siti specializzati come Chalkbeat sulla scuola o Inside Climate News sull’ambiente si stanno facendo notare. Il data journalism sta crescendo molto. E le imprese giornalistiche umili e che contengono i propri costi si danno un grande vantaggio [anche questo, siamo convinti da tempo, è stato dall’inizio il più proficuo impegno del Post: con le frustrazioni conseguenti, ma anche con la soddisfazione di essere sempre più vicini al pareggio]; quelle che non sono umili, e non riescono a contenerli, si mettono una robusta corda al collo.

Poi ci sono le certezze, invece, prosegue Sullivan. Che spiega di avere raccontato ai suoi studenti che alcuni valori giornalistici restano duraturi e sono oggi più importanti che mai per i lettori “in cerca di un porto sicuro in mezzo alle tempeste informative di oggi”. Per “alcuni lettori”, specificherei io: sarebbe ingannevole sostenere che la domanda prevalente dei lettori è per le qualità che Sullivan espone. La domanda prevalente, mi pare evidente, è per il sensazionalismo, l’allarmismo, il voyeurismo, la zizzania, la demagogia e i video di gattini. Ma è vero che ci sono – spesso tra gli stessi lettori che si appassionano alle prime, e che chiedono di distinguere – anche richieste di attributi giornalistici più nobili ed eterni.

Primo, l’integrità. I veri giornalisti non sono in vendita, né in cambio di informazioni, né di pranzi gratis, né della prospettiva di un contratto per un libro. Il giornalismo migliore riguarda la ricerca della verità e il racconto della verità: il suo scopo è informare i lettori. Integrità vuol dire anche non usare il lavoro altrui senza citarne gli autori. Se volete firmare quel che scrivete, non usate scorciatoie: fate voi il lavoro, oppure citate le fonti.

Un’altra cosa di cui sono sicura: che il giornalismo non deve essere accondiscendente con i potenti. I giornalisti devono essere di guardia, al potere: e questo vuol dire non aver paura di avversarlo quando ce n’è bisogno: scovare la verità quando qualcuno non vuole, dirla chiaramente e accettarne le conseguenze.

[…] Un’altra certezza è la necessità di fare le cose bene. Il giornalismo ha bisogno del massimo impegno possibile sull’accuratezza e sulla sua cugina stretta, la correttezza.
Certo, siamo tutti in una gara mondiale per dare le notizie subito. Ma la verità accertata è più importante che mai, e a volte è meglio rallentare. [Diversi recenti esempi] hanno ricordato l’importanza dell’informazione coi piedi per terra, soprattutto nelle situazioni concitate.

Sullivan conclude con enfasi retorica che può suonare vuota in certe redazioni e addirittura suscitare sogghigni sprezzanti, o rituali annuire, in certe direzioni. Ma ci sono cose così solidamente vere – “guarda che bella luna”, tipo – che suonano retoriche a chi non sia più abituato, o a chi pensi che certe cose solo il New York Times.

Integrità. Dubitare dei potenti. Verità e correttezza. Nessun cambiamento tecnologico metterà queste cose fuori moda. Né lo diventeranno le ragioni per cui giovani brillanti e idealisti continuano ad essere attratti dal giornalismo: una solidarietà coi deboli e un desiderio di migliorare il mondo.

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