La strage di Fiumicino, 40 anni fa

All'epoca fu il più grave attentato terroristico avvenuto in Europa: morirono in 32, durò molte ore, ci furono grosse polemiche politiche – poi ce ne siamo dimenticati

Il 17 dicembre 1973, esattamente 40 anni fa, un gruppo di cinque terroristi palestinesi – appartenenti all’organizzazione Settembre Nero – attaccò l’aeroporto di Fiumicino, prendendo ostaggi e lanciando bombe contro un aereo della Pan Am. Morirono 32 persone e i terroristi riuscirono a fuggire. Fu la più grave strage terroristica avvenuta in Europa fino a quella di Bologna del 1980. All’epoca il governo fu criticato per la sua politica “filo-araba” e ci fu chi insinuò complicità tra i servizi segreti italiani e i terroristi. Oggi quella strage è stata quasi dimenticata.

L’attacco
Intorno a mezzogiorno e mezzo del 17 dicembre 1973 cinque terroristi palestinesi (ma forse erano di più, il numero non è mai stato accertato con sicurezza) scesero all’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino da un aereo appena arrivato da Madrid. All’epoca i controlli di sicurezza agli aeroporti erano praticamente inesistenti: nei bagagli a mano i terroristi avevano mitra e bombe a mano.

Quando arrivarono alla barriera del controllo passaporti, i cinque tirarono fuori le armi e presero in ostaggio sei agenti di polizia. Il gruppo si divise: quelli con gli ostaggi si diressero verso il gate 14, mentre altri cominciarono a sparare contro delle vetrate per poter uscire direttamente sulla pista.

Alle 13.10 il volo Pan Am 110 si preparava al decollo, in ritardo di circa 25 minuti. Il capitano Andrew Erbeck e gli altri membri dell’equipaggio nella cabina di pilotaggio videro nel terminal la gente che scappava e che cercava riparo mentre i terroristi sparavano per aprirsi una strada. Erbeck avvertì i passeggeri che stava succedendo qualcosa nel terminal e ordinò che tutti si sdraiassero in terra.

Uno dei due gruppi di terroristi stava raggiungendo l’aereo proprio in quell’istante. Alcuni di loro salirono sulla scala mobile che era ancora poggiata alla fiancata dell’aereo e lanciarono all’interno tra le due e le cinque granate al fosforo, un materiale incendiario che procura ustioni particolarmente gravi e genera fiamme molto difficili da spegnere. L’onda d’urto stordì numerosi passeggeri, mentre le fiamme si propagarono rapidamente al carburante nei serbatoi. Luigi Peco, 84 anni, fu uno dei sopravvissuti alla strage, e il 13 dicembre ha raccontato così quel momento al giornalista David Chinello (qui potete leggere l’intervista per intero):

«Quando ero disteso nel corridoio dell’aereo ho pensato: qui fra poco salta tutto. E mi sono infilato, sempre strisciando, tra la fila di sedili più larga e mi sono fermato proteggendomi i timpani come sapevo. Subito vi fu il terzo scoppio, molto forte, di una bomba dirompente il cui cono di schegge aprì uno squarcio sul tetto dell’aereo che fece da tiraggio al fumo dell’incendio. Così lo scoppio non mi ruppe il timpano e non persi i sensi, come capitò probabilmente ai passeggeri intorno a me»

Dopo le esplosioni, alcuni assistenti di volo riuscirono ad aprire un’uscita di emergenza sul lato dell’aereo. Il capitano Erbeck riuscì a salvarsi insieme a gran parte dei passeggeri, ma 30 persone morirono soffocate o per le ustioni causate dal fosforo. Quattro erano italiani.

Mentre il primo gruppo attaccava il Pan Am 110, il secondo, insieme a sei ostaggi italiani, raggiunse l’altro aereo che si trovava in quella parte della pista: un Boeing 737 della Lufthansa. Sotto l’aereo si trovarono davanti ad un agente della Guardia di Finanza, Antonio Zara, 20 anni. I terroristi gli immobilizzarono le braccia e dopo avergli detto di allontanarsi gli spararono alla schiena.

Dopo aver preso altri due ostaggi dal personale di terra dell’aeroporto ed essersi riuniti con il primo gruppo, i terroristi salirono a bordo dell’aereo Lufthansa e obbligarono l’equipaggio a decollare. Alle 13.32, 40 minuti dopo l’inizio dell’attacco, l’aereo partì diretto ad Atene.

La fuga
L’aereo atterrò ad Atene poche ore dopo e i terroristi iniziarono a trattare con il governo greco. Chiedevano la liberazione di due membri di Settembre Nero arrestati l’estate precedente dopo un attacco al terminal dell’aeroporto di Atene. Il governo greco si rifiutò di trattare e i terroristi minacciarono di far schiantare l’aereo sul centro della città. Non mantennero la promessa, ma uccisero uno degli ostaggi italiani e scaricarono il suo cadavere sulla pista insieme agli altri ostaggi feriti.

Dopo 16 ore di sosta ad Atene l’aereo ripartì. L’aeroporto di Beirut, la destinazione originale del volo, negò l’accesso e occupò la pista con mezzi militari per impedire all’aereo di atterrare. Cipro fece lo stesso. I terroristi furono costretti ad atterrare a Damasco, l’unico aeroporto che li accolse, per rifornirsi di carburante. Dopo circa tre ore l’aereo ripartì di nuovo.

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