• TV
  • lunedì 30 settembre 2013

Come finisce Breaking Bad

Per chi ha già visto l'ultima puntata della serie e per chi vuole discuterne (tutti gli altri: alla larga)

Lo scrittore Francesco Pacifico racconta, commenta e recensisce l’attesa – molto attesa – ultima puntata della serie tv Breaking Bad.

Prima parte: due ore prima. La parte senza spoiler.

Ieri in aereo ho visto un film di Alexander Payne con George Clooney. Si chiama Paradiso amaro (The Descendants). Clooney è un hawaiano sfigato, onesto e benestante dai capelli brizzolati che ha la moglie in coma, non ci va d’accordo da anni, e scopre di essere cornuto a causa di un agente immobiliare; questo agente immobiliare sta per fare moltissimi soldi aiutando proprio lui, il cornuto, a vendere dei terreni di famiglia. Clooney, che ha appena saputo che la moglie non si risveglierà dal coma e che avendo lasciato istruzioni precise sulla donazione degli organi verrà staccata dal respiratore, vuole andare dall’amante della moglie per fare tre cose contemporaneamente: avvisarlo per dargli la possibilità di visitare in ospedale l’amante prima che muoia; avvisarlo per vederlo soffrire; rovinargli la vita facendo scoprire la cosa alla moglie. Il film è raccontato con molta delicatezza e commuove tanto, perché è impossibile pensare di un personaggio di Clooney che sia cattivo, però ho scoperto una cosa, guardandolo: l’esistenza di Walter White mi permette, guardando una storia americana contemporanea che non lo riguarda, di capire quello che sta succedendo e di valutarlo in una scala da 1 a WW. Prima di Walter White, il diventare cattivi era descritto come un raptus o come una conseguenza dell’amarezza. Sei anni di metodica ricostruzione dei processi mentali di un frustrato ci consegnano invece un modello per raccontare le conseguenze più profonde della frustrazione e della paura della morte. Walter White non è mai diventato un vero cattivo: ha sempre vinto da sfigato.

Quando si mette l’orrendo cappellino di Heisenberg sembra sempre solo uno che fa il cattivo, e non perché in fondo sia buono, ma perché in fondo è una persona povera e banale. Ma in questa banalità, il suo distacco dagli altri è inesorabile. Guardando il film con Clooney ho avuto la sensazione che l’esistenza di WW mi permettesse di valutare quanto il film fosse riuscito. Ho capito che era riuscito perché Clooney alla fine, pur avendo l’aria di non far niente di male, ed essendo un ometto dimesso e dolente, riesce a fare quel che io, per esempio, la volta che mi è capitato e l’ho saputo non ho avuto il coraggio di fare: informare la donna di chi ti ha fatto venire le corna che il suo uomo è andato con un’altra, e così rovinargli la vita. Come WW, Clooney per frustrazione si vendica in grande stile senza rispetto (anche se il tutto è molto meno cruento). In realtà, sulla scala 1 a WW, Clooney non arriva a WW perché il regista ha un po’ di pudore e decide che il motivo per cui Clooney rinuncia alla vendita dei terreni incontaminati che avrebbe arricchito il rivale non è perché così il rivale non si arricchirà ma perché i terreni incontaminati vanno preservati. Per fare ciò rinuncia lui stesso ai molti soldi della vendita, ma purtroppo in termini narrativi alla fine del film hai la sensazione che ti vogliano far credere che abbia rinunciato a vendere quei terreni per evitare che ci vengano costruiti sopra dei resort, quindi finisce in secondo piano il fatto che Clooney sia riuscito a danneggiare doppiamente il rivale, facendolo sgamare dalla moglie e facendogli perdere la commissione. Insomma, un piccolo Walt.

Le serie tv servono anche a questo. Sono studi sui personaggi: hanno il tempo di farlo, e creano pietre di paragone e punti di riferimento. Tra due ore e mezza inizierà l’ultima puntata e WW chiuderà la sua parabola e quindi ogni discorso su di lui sarà più compiuto e meno avvincente. Queste sono le mie ultime riflessioni su un WW dal destino aperto.

(continua a leggere sull’Ultimo Uomo)

Mostra commenti ( )