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Notizie dalla Francia

di Filippomaria Pontani

Storie del Louvre, di Hollande e di mille altre cose, come sa raccontarle Filippomaria Pontani

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Da lunedì il museo più famoso del mondo ha un nuovo direttore. A guidare il Louvre, antica residenza reale aperta al pubblico con la Rivoluzione nel 1793, sarà il 49enne Jean-Luc Martinez, già conservatore della sezione delle antichità greche, etrusche e romane, che è stato preferito alla candidata Sylvie Ramond (direttrice del Musée de Beaux-Arts de Lyon), appoggiata dalla ministra della cultura Aurélie Filippetti, e a Laurent Le Bon, direttore del nuovo museo di arte contemporanea Pompidou – Metz.

La scelta di Martinez può suscitare diverse osservazioni sul piano metodologico: non è stato premiato il criterio femminile, in un museo che vede diverse donne in posti importanti ma non ne ricorda una al comando in tutta la sua storia; non è stato seguito il criterio della notorietà sul piano dell’industria culturale (Le Bon ha portato Murakami a Versailles, ed è stato organizzatore di Notti bianche parigine, tra cui l’ultima del 6 ottobre scorso, martoriata dal maltempo); non hanno avuto seguito le voci che volevano candidate alla direzione del museo (posto che molti ritengono non meno rilevante di un ministero) le due soccombenti del Partito Socialista francese, ovvero Ségolène Royal, ex-moglie di Hollande e antagonista di Sarkozy alle presidenziali del 2007, e Martine Aubry, sconfitta dallo stesso Hollande alle primarie socialiste del 2012. Dunque nessuna soluzione “Melandri”, nessuna imposizione di un “grande nome” dall’esterno, nessuna riconversione ad hoc di un esperto del mercato dell’arte contemporanea, bensì la valorizzazione di una risorsa interna, la promozione di un conservatore che ha fatto bene il suo mestiere e che per giunta non vanta (a differenza del suo predecessore) né natali illustri né l’appartenenza a una Grande École. Di che meditare per un Paese come il nostro che mortifica le proprie soprintendenze e affida i suoi beni culturali a un manager di MacDonald Italia, Mario Resca.

Al di là degli uomini (o meglio: in ragione degli uomini), contano le prospettive. Al termine di un ventennio di espansione galoppante, che ha portato il Louvre a raddoppiare il numero dei visitatori fino agli attuali 10 milioni (il 65% straniero, il 50% sotto i 30 anni: fino ai 26 l’entrata è gratuita), a stabilire decine di partenariati internazionali, a varare due nuove sedi (il Louvre-Lens, aperto a novembre 2012, e il Louvre-Abu Dhabi, che sarà pronto per il 2015, anzi – forse – per il 2016), e a ricavare nella sede storica una nuova, enorme sezione dedicata all’arte islamica, oggi predomina il consenso sulla necessità di sedare la proliferazione e di procedere a un consolidamento. Un po’ per sistemare i progressi compiuti (nella sezione islamica, per esempio, il percorso è a tratti un po’ confuso, e forse l’esposizione fin troppo generosa), un po’ perché la congiuntura economica è quella che è.

Con lungimiranza, la direzione del Museo si è andata sempre più svincolando dal finanziamento pubblico (che nel 2001 era il 75% delle entrate, mentre ora rappresenta appena il 48%), e ha saputo vendere il proprio marchio e le proprie competenze là dove questi potevano essere lautamente remunerati in vista non di una faticosa manutenzione ordinaria bensì di nuovi progetti di restauro e rinnovamento. Si segnala in tal senso il Louvre-Abu Dhabi, che sarà ospitato nel piccolo emirato da un fiammante edificio progettato da Jean Nouvel, e costituirà il primo museo “universale” del Medio Oriente: l’accordo trentennale, imperniato sul prestito di centinaia di opere dei musei francesi, e su un piano di acquisti di lungo periodo, ha fruttato alla casa madre parigina oltre 400 milioni di euro. Ma rimane celebre anche il prestito di molti capolavori al High Museum di Atlanta tra il 2006 e il 2009, prestito i cui proventi (5 milioni) hanno permesso di restaurare a Parigi le sale del XVII secolo. Insomma, un museo in buona salute, pieno di energia e di ambiziosi progetti per il prossimo futuro.

È questa realtà trionfale che François Hollande ha celebrato martedì scorso nella cerimonia di congedo dal direttore uscente, Henri Loyrette. Dinanzi a un pubblico scelto, che riuniva sotto la Piramide i due “gloriosi” predecessori Michel Laclotte e Pierre Rosenberg, diversi ministri, e l’organico dei lavoratori del museo al gran completo, Hollande ha tessuto le lodi della direzione Loyrette, insistendo con toni fortemente patriottici sul primato mondiale della Francia nell’ambito dell’arte e della cultura, ribadendo la continuità di scelte fra diversi presidenti in nome del superiore bene della République (Loyrette fu nominato da Chirac nel 2001; Sarkozy non è stato mai menzionato), predicando l’arte come ponte fra le culture, e lodando non solo l’attivismo dell’ormai ex-direttore, ma anzitutto la sua abilità nell’associare fondi pubblici e fondi privati al fine di rendere il Louvre un motore importante per il rilancio dell’economia culturale della Francia.

Hollande, è risaputo, non ha una vis oratoria che sappia trascinare le folle, e questo discorso di venti minuti, pur condito da qualche battuta, non ha fatto eccezione. Tra l’altro, il contrasto fra il tono deciso e quasi sbarazzino dell’aitante Loyrette nell’indirizzo di saluto che ha aperto la cerimonia e la cadenza un po’ bolsa del più tarchiato presidente al suo fianco, non andava a vantaggio di quest’ultimo. Ma la questione è forse più profonda della mera forma, o della fisicità di una kermesse improvvisata su una pedana sotto i vetri della Piramide di Pei: il caso in esame può essere preso come significativo campione di una linea politica che in questi mesi di presidenza sembra aver condotto a una sorta di impasse.

Se infatti c’è stato un carattere saliente nella gestione Loyrette, questo è stato senz’altro l’accentramento di poteri nelle mani del direttore, al fine di varare o di orientare iniziative più ispirate al guadagno economico immediato che non a principi di tutela o conservazione del bene pubblico. Si può sostenere che Didier Rykner, agitatore della rivista “La Tribune de l’Art”, grande critico di Loyrette, e grande fautore del concetto che “i musei non sono vendita” e che non devono comportarsi come multinazionali, rimanga in tal senso un attardato estremista; e si può anche obiettare che anche i contatti amichevoli con Bashar al-Assad, un certo egocentrismo, o la sovraesposizione mediatica, fossero per Loyrette dei meri strumenti per conferire un rinnovato élan al suo museo e garantirgli una posizione salda nello scacchiere internazionale. Tuttavia rimane il fatto che l’appello promosso nel 2007 da Rykner contro le iniziative mercantili del Louvre e contro il progetto di Abu Dhabi (si veda in particolare il libro Le spleen d’Apollon, 2008) ha riscosso molte firme di intellettuali d’ogni colore, evidentemente poco persuasi della bontà delle intenzioni:fra tutti, Jean Clair con il suo duro pamphlet dal titolo La crisi dei musei (Milano 2008). E rimane il fatto che con il Louvre siamo dinanzi a un caso speciale, anzitutto per l’entità e il peso degli attori coinvolti.

Che i legami tra la Francia e i Paesi del Golfo siano stretti, è fuor di dubbio: che gli Emirati Arabi Uniti abbiano acquistato dalla Francia armamenti per diversi miliardi di euro negli ultimi anni, è un fatto di cui nessuno fa mistero. Che l’arte e lo spettacolo rappresentino utili “corollari” a movimenti di tutt’altro segno, è un’opinione che molti si sentono di esprimere apertamente dopo l’emersione del cosiddetto Qatargate svelato da France Football, ovvero quel sordido accordo fra Sarkozy, Platini e l’emiro del Qatar per l’assegnazione dei mondiali di calcio del 2022. Così, anche se i retroscena di queste vicende rimangono spesso oscuri, in molti osservano che la stretta cooperazione con gli Emirati sembra mettere in questione gli stessi principi basilari cui s’ispira la civilisation francese, se è vero che quei ricchi staterelli sono il paradiso delle disuguaglianze, in cui vige una discriminazione assoluta fra i pochi indigeni abbienti (unici detentori del potere politico ed economico) e la massa dei lavoratori del Sud-Est asiatico e di altri Paesi arabi più poveri, costretti a ritmi di lavoro massacranti e privati talora dei basilari diritti umani. Per non parlare di politiche speciali come l’espulsione dei cittadini sieropositivi o la discriminazione delle donne. Che il tempio dell’égalité e della fraternité finisca per trasferirsi, foss’anche solo in parte, in paesi soggetti a regimi di tal fatta, ha del paradossale, in quanto sminuisce di riflesso la portata educativa e civile che il Louvre, come e più di tutto il Patrimoine de la République, ha sempre detenuto agli occhi dei francesi. Per non dire del rischio che potrebbero correre opere allocate nei palazzi delle famiglie regnanti, in tempi di primavere non sempre sopite. Delle difficoltà e delle polemiche che hanno accompagnato e che non abbandonano il progetto del Louvre Abu Dhabi (minacciato da sempre più frequenti bagarres di soldi e di prestigio) ha parlato in modo esaustivo e competente Mercedes Auteri proprio sul Post.

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