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L'ILVA di Taranto dovrà fermarsi
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L’ILVA di Taranto dovrà fermarsi

O forse no: la settimana prossima deciderà il tribunale del riesame, e dopo due settimane i 20 mila operai non sanno ancora se potranno continuare a lavorare

12 agosto 2012

Il Giudice per le indagini preliminari (GIP) di Taranto Patrizia Todisco ha ordinato che l’ILVA di Taranto, l’acciaieria che era stata posta sotto sequestro il 28 luglio per il pericolo di inquinamento, arresti la produzione. L’azienda ha già dichiarato che impugnerà la richiesta davanti Tribunale del riesame, che dovrebbe esprimersi in proposito martedì o mercoledì. L’ILVA di Taranto è la più grande acciaieria d’Europa, produce un terzo dell’acciaio italiano e dà lavoro a circa 11 mila persone.

(Che cos’è l’ILVA di Taranto)

Sono passate più di due settimane dalla prima ordinanza di sequestro e ancora non è stato deciso chiaramente se l’ILVA dovrà fermare la produzione (e quindi chiudere) oppure se potrà continuare a lavorare. In questo periodo ci sono stati 4 diversi pronunciamenti di poco meno di una decina di giudici e magistrati e alcuni (com’è normale in questi casi) hanno sconfessato decisioni di altri.

Per spiegare che cosa è accaduto in queste due settimane bisogna chiarire che un’azienda sotto sequestro non è sempre costretta a fermare la produzione. L’effetto principale di un sequestro è che il tribunale nomina alcuni “custodi giudiziari” che si occuperanno di gestire la proprietà in attesa di una decisione definitiva. Spesso alcuni dei custodi giudiziari sono manager dell’azienda sequestrata, mantenuti al loro posto per garantire una continuità nella produzione.

Nel caso dell’ILVA tra i custodi giudiziari era stato nominato proprio il presidente dell’ILVA Bruno Ferrante, l’ex prefetto di Milano che sfidò Letizia Moratti alle penultime elezioni comunali di Milano. Dal giorno del sequestro, due settimane fa, ad oggi, gli impianti sono sempre rimasti attivi e la produzione è continuata. Questo è stato possibile perché l’originale ordinanza che imponeva il sequestro è stata impugnata davanti al tribunale del riesame e quindi alcuni suoi effetti sono rimasti “sospesi” in attesa di una decisione.

Il riesame avrebbe dovuto decidere in pochi giorni, ma l’udienza si rivelò troppo complicata e la decisione slittò fino al 7 agosto. Ma il pronunciamento del tribunale, quando è arrivato, non è stato particolarmente chiaro. Secondo l’interpretazione più diffusa la decisione del Tribunale del Riesame era una conferma del sequestro con una “facoltà d’uso” degli impianti. Cioè l’ILVA poteva continuare a produrre acciaio, mentre tecnici e ingegneri cominciavano la messa in sicurezza e la bonifica delle apparecchiature. L’interpretazione del GIP è stata differente: l’impianto deve chiudere e la produzione si deve fermare.

Il GIP lo ha comunicato insieme a un’altra ordinanza che modifica la composizione del gruppo di custodi giudiziari che si stanno occupando dello stabilimento. Prima i quattro custodi, tra cui il presidente ILVA Bruno Ferrante, erano “alla pari”. Con la sua ordinanza il GIP ha di fatto esautorato Ferrante, che si dovrebbe occupare di aspetti marginali della gestione, mentre ha assegnato i poteri principali ad un altro custode, uno degli ingegneri esterni all’ILVA.

Il problema principale dello spegnimento degli impianti è che i cinque altiforni, cioè la parte centrale di un acciaieria, dove viene prodotta la ghisa, quasi certamente non riusciranno più ad accendersi. Un altoforno ha una vita media di una quindicina d’anni, durante la quale deve sempre restare acceso. Disattivarlo senza romperlo è quasi impossibile, e anche nel caso di buona riuscita sono necessari dagli 8 ai 15 mesi per riattivarlo. “E poi, se non produco, come faccio a pagare 12 mila persone?”, ha aggiunto Ferrante.

- Gli articoli del Post sull’ILVA di Taranto

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  • milziade368

    Questo evento ha una portata che, a quanto leggo, forse non tutti hanno ponderato. Sarebbe utile pubblicare, a cura di tecnici con lunga esperienza nella conduzione di impianti siderurgici, uno schema a blocchi dell’attività ILVA a Taranto.
    Dovrebbe chiarire le concatenazioni tra i vari reparti, le interazioni con altri stabilimenti ed i collegamenti con gli utenti, nazionali ed esteri.
    Finora l’80% dei pareri parte da tesi precostituite, dilatate in lunghe dimostrazioni, sempre perfette… sulla carta…

  • http://marziomarigo.postilla.it/ marzio

    Sarebbe interessante comprendere quanti tra le figure nominate dal GIP siano realmente competenti dell’argomento. Un’acciaieria (per lavoro qualcuna ne conosco), è uno tra i processi più complessi da gestire, con elevatissime energie in gioco sia negli altoforni, sia nelle cokerie, sia negli impianto di trattamento ed affinazione della ghisa, per la sua trasformazione in acciaio.
    Teniamo inoltre in considerazione che interventi di revamping su impianti del genere possono durare molti mesi. Non si deve cambiare un hard-disk su un pc. Si devono installare sistemi di controllo di effluenti gassosi (cicloni, filtri, elettrofiltri, sistemi di abbattimenti ad umido, sistemi di depurazione di composti dello zolfo, problemi di slip ammoniacali, ecc.). Mesi.
    Forse qualche anno tra l’approntamento dei cantieri e la taratura finale degli impianti.
    Non conosco nel dettaglio la vicenda ma ho la netta percezione che qui ci sia in atto una guerra di religione, ormai, tra chi vuole chiudere il “mostro” e chi non vuole, per legittime ragioni economiche.
    Le posizioni della magistratura si basano sulla relazione tecnica elaborata da Forastiere, Biggeri e Triassi (scaricabile fino a ieri dal sito del corriere) la quale conclude quanto segue, per le conseguenze acute che le emissioni provenienti dall’impianto possono avere (=le uniche da tenere in considerazioni per provvedimenti di fermata degli impianti), cfr. p. 213: “La popolazione oggetto di indagine è di piccole dimensioni e le stime hanno ampi intervalli di confidenza”. Con un indice di confidenza dell’80% i periti, infatti, evidenziano che i decessi attribuibili in 7 anni possono essere stati mediamente 83 (causati dal superamento di 20 microgrammi/mc anno di PM 10 del limite stabilito dall’OMS), con un’errore di previsione che va da 1,5 a 163 decessi (cfr. pag. 211).
    Troppo.
    Davvero troppa incertezza per fondare una decisione razionale.
    Io credo che un impianto quale è l’ILVA di Taranto non sia bonificabile se non con impianti in moto e produttivi.
    L’etica della responsabilità dovrebbe stabilire un termine (“entro un anno le concentrazioni di XXYY misurate a Z km non dovranno superare gli JJ microgrammi/mc”). Il GIP mi pare, invece, si muova fondando le proprie azioni sull’etica dei principi.
    Che tanti danni ha ormai causato al sistema industriale italiano.

    Vedremo.

    Ciao

    Marzio

  • http://sfigatindie.blogspot.com/ frankie89

    @Marzio bè ma se la gente decede (il numero preciso non è importante e non deve per forza essere grande) io lo ripenserei un attimo questo sistema industriale italiano, no?

  • http://marziomarigo.postilla.it/ marzio

    x Frankie89: Qual è l’unico modo sicuro per evitare il rischio di cadere dalle scale? Non salire le scale.
    E quello che sicuramente evita un incidente stradale? Evitare di utilizzare l’automobile e di utilizzare, a qualsiasi titolo, una strada pubblica o privata.
    In Italia, ogni anno, muoiono:
    80.000 persone per malattie correlate al fumo
    30.000 persone per malattie correlate all’alcol
    8.000 per incidenti stradali
    8.000 per incidenti domestici
    1.000-1.200 per incidenti sul lavoro
    Viviamo in una società che Ulrick Beck, non io, ha definito “Società del rischio”.
    Tra i cancerogeni di categoria 2B, forse ti è già noto, lo IARC elenca il caffè e l’utilizzo del telefono cellulare.
    http://monographs.iarc.fr/ENG/Classification/ClassificationsGroupOrder.pdf

    In europa sono notificate circa 100.000 sostanze/miscele chimiche di cui 30.000 di comune utilizzo di cui conosciamo gli effetti di solo una minima parte di essi.
    Voglio dire che solo di una minima percentuale di ciò che ci circonda abbiamo consapevolezza dei rischi che causa.
    Purtroppo il rischio nullo non esiste per nessuna attività umana.
    Nemmeno per un’acciaieria.
    Di sicuro sarà necessario porre in sicurezza i processi, compatibilmente con la miglior tecnologia attualmente esiste, ma dopo aver valutato i costi ed i benefici di una simile operazione, con un approccio laico e di responsabilità. Tenendo in considerazione che l’azienda, una volta posta in sicurezza, possa continuare ad esercire, e non fallisca.
    Non basandosi astrattamente su obiettivi di sicurezza non raggiungibili.

    Siamo un paese in piena fase di deindustrializzazione. Sono sparite, in pochi anni, intere filiere industriali, prima tra tutte il “mostro” chimico.

    Se andremo avanti di questo passo, saremmo costretti ad aprire tutti un barettino al mare, sperando ci siano i clienti.

    Ciao

    Marzio

  • http://www.zingarate.com lowresolution

    Anche a me sembra una decisione molto discutibile e dettata da palese incompenza. Capisco perfettamente la controversia e che l’impianto vada bonificato al più presto nell’interesse della salute. Però esiste un’ampia casistica che dimostra che questo si può fare gradualmente mantenendo l’impianto attivo e in produzione.
    In ogni caso per spegnerlo ci vorranno mesi, forse un anno. Non si capisce perchè lo stesso lasso di tempo non si possa impiegare per bonificare l’impianto, ammodernarlo e metterlo in regola, invece di spegnerlo condannadolo alla chiusura defintiva.

  • uqbal

    Io non capisco, nuovamente, il moltiplicarsi di gradi decisionali, oltre al fatto che mi sembra che i giudici vengano chiamati a prendere decisioni più “politiche” (politica industriale, sanitaria, economica) che in punta di diritto.
    Per chi mi volesse dire che i gradi di giudizio e gli appelli sono garanzia di giustizia rispondo, dal basso della mia ignoranza (e con richiesta di spiegazioni su dove mi sbaglio), chiedo: se è l’ultima decisione quella che conta (e viene presa sulle stesse basi delle altre), allora la garanzia dov’è? L’arbitrio riposa tutto su chi prende l’ultima decisione all’ultimo grado di giudizio, e i gradi precedenti sono serviti solo a perdere tempo.

  • http://www.zingarate.com lowresolution

    Corcordo con la prima parte del commento di Uqbal: questa ultima decisione, con il cambio dei ruoli dei quattro commissari è molto più politica delle precedenti, entra nelle logiche di gestione e indica soluzioni definitive senza averne nessuna competenza. Credo che il GIP sia molto oltre i suoi compiti.

  • leguleio

    Per uqbal

    Per chi mi volesse dire che i gradi di giudizio e gli appelli sono garanzia di giustizia rispondo, dal basso della mia ignoranza (e con richiesta di spiegazioni su dove mi sbaglio), chiedo: se è l’ultima decisione quella che conta (e viene presa sulle stesse basi delle altre), allora la garanzia dov’è? L’arbitrio riposa tutto su chi prende l’ultima decisione all’ultimo grado di giudizio, e i gradi precedenti sono serviti solo a perdere tempo.
     
    Non è del tutto vero che è l’ultima decisione quella che conta. Innanzitutto fare appello, e poi ricorrere in Cassazione, è una facoltà, non è un un obbligo. A causa degli interessi degli avvocati questa è diventata una prassi, ma non era inizialmente previsto, con l’istituzione delle corti di Appello nel regno d’Italia e poi della Corte di Cassazione unica.
     
    In più, se la Corte di Cassazione conferma il giudizio d’appello che conferma il giudizio di primo grado, vedi bene che non c’è differenza fra ultima e prima decisione. È una perdita di tempo, vero. Ma se i processi in Italia fossero spediti, si noterebbe appena.

  • uqbal

    Leguleio

    Sempre dal basso della mia ignoranza…se non ci sono disincentivi particolari a fare appello, l’appello diventa quasi automatico, e non solo per interesse degli avvocati, ma semplicemente perché conviene comunque provarci, no?
    .
    Se non c’è poi differenza tra le varie decisioni prese nei diversi gradi di giudizio, il discorso non mi sembra che cambi. E’ vero sì che la Cassazione non interviene nel merito ma solo nella procedura, ma mi sembra che ormai il confine sia labile. Se le sentenze precedenti vengono confermate, vuol dire soltato che l’arbitrio si è espresso in un certo senso piuttosto che nell’altro.
    .
    Si dirà: ma la Cassazione, e gli altri gradi di giudizio, mica decidono a tromba (arbitrio), bensì in base al diritto! Boh, forse sì, ma se i fatti, i dati e le leggi sono sempre quelli ma i risultati cambiano, allora a me pare che rimanga soltanto una interpretazione soggettiva che all’arbitrio somiglia molto.

  • fafner

    UQBAL,

    non è una questione di arbitrio. Il problema è semiologico: il legislatore non può che esprimersi per verba, e le interpretazioni di un testo sono variabili. Anche il giudizio sul fatto è variabile, come ciascuno impara dall’esperienza.
    Quando si appella, si reclama o si ricorre, si critica la decisione precedente, non il fatto originale. Il giudice di ultima istanza ha l’ultima parola perché qualcuno, alla fine, deve averla. Con la garanzia che più teste hanno ragionato sull’affare. La Cassazione dovrebbe essere giudice di nomofiliachia: afferma dei principii di diritto uniformi che non sono per forza più giusti, ma servono a mettere un po’ d’ordine.
    All’estero le decisioni non sono più esatte: per economia del sistema si scoraggia l’appello automatico o si limita la facoltà stessa di impugnare.
    Se pensiamo che nel nostro processo penale il rinvio a giudizio non ferma la prescrizione del reato, e che Ghedini voleva introdurre la prescrizione del processo (oltre a quella del reato e della pena) si comprende come l’interesse sia a mantenere un sistema che funziona poco.
    Quando avremo i tre Magi di Evangelion, tutto sarà più semplice.

  • leguleio

    Per uqbal

    Sempre dal basso della mia ignoranza…se non ci sono disincentivi particolari a fare appello, l’appello diventa quasi automatico, e non solo per interesse degli avvocati, ma semplicemente perché conviene comunque provarci, no?
     
    L’appello, non molti lo sanno, è un diritto fondamentale sancito dal VII protocollo aggiuntivo alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Gli Stati che l’hanno sottoscritta, anche volendo, non possono revocare agli imputati questa possibilità.
    Un Paese famoso che non ha voluto sottoscrivere questo protocollo è la Gran Bretagna.
    Diverso è il caso del terzo grado di giudizio, che giustamente, nella maggior parte dei Paesi, è sottoposto a filtri e limitazioni.
     
    Non è del tutto vero che non ha disincentivi: più si fanno appelli, più le spese processuali aumentano; e pure la parcella dell’avvocato, va da sé.

     
    Si dirà: ma la Cassazione, e gli altri gradi di giudizio, mica decidono a tromba (arbitrio), bensì in base al diritto! Boh, forse sì, ma se i fatti, i dati e le leggi sono sempre quelli ma i risultati cambiano,
     
    No, i dati cambiano sempre.
    Non esiste un processo uguale ad un altro, se non nelle astrazioni e negli esempi di scuola.