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  • martedì 24 luglio 2012

Aurora farà cambiare agli Stati Uniti le leggi sulle armi?

No, e c'è un motivo preciso - e semplice, tutto sommato - per cui Obama e Romney si tengono molto distanti dall'argomento

Dopo la strage di venerdì scorso in un cinema multisala di Aurora, vicino Denver, dove un giovane ha ucciso 12 persone e ferite 58, si è riaperto negli Stati Uniti il dibattito – una specie di dibattito, vedremo – sulle norme che regolano il possesso di armi e sul mancato rinnovo di una legge, scaduta nel 2004, che vietava la vendita di “fucili d’assalto” con caricatori ad alta capacità (definizione mai particolarmente approfondita, anche qui gli Stati avevano autonomia). Come quelli usati ad Aurora.

Il primo politico di rilevanza nazionale a esprimersi sulla questione del possesso di armi è stato il sindaco di New York, Michael Bloomberg, che ha chiesto a Barack Obama e Mitt Romney di dire apertamente cosa pensano della legislazione statunitense e se intendono cambiarla. Nei loro discorsi pubblici dopo la strage di venerdì, nessuno dei due ha parlato di una prospettiva di riforma, né ha ipotizzato nuove leggi in materia. Secondo CNN è inutile aspettarsi qualcosa di nuovo o dichiarazioni significative in materia, sia da parte di Obama che da parte di Romney. Praticamente la totalità degli osservatori è della stessa opinione, vedremo perché.

Le leggi sulle armi negli Stati Uniti sono diverse stato per stato, ma tutte trovano legittimità legale nel Secondo Emendamento della Costituzione, inizialmente pensato per permettere al popolo da poco indipendente di resistere a un’eventuale invasione straniera. Il testo dice:

Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.

Parlare di controlli più rigidi sulle armi a ridosso delle elezioni, negli Stati Uniti, ha sempre danneggiato i candidati negli Stati Uniti. Gli elettori cosiddetti indipendenti, quelli che non sono registrati né come repubblicani né come democratici e i cui consensi sono spesso decisivi per l’esito del voto, sono storicamente in larga parte favorevoli al possesso delle armi. In Colorado, lo stato dove c’è stata la strage di Aurora, la questione è ancora più delicata: è uno degli stati americani che ha una forte tradizione culturale di possesso delle armi ed è in bilico tra Obama e Romney.

Circa la metà dei cinquanta stati degli Stati Uniti hanno adottato nel tempo leggi che permettono ai possessori di armi di portarle con sé nei luoghi pubblici. La vendita delle armi cosiddette “d’assalto”, particolarmente pericolose per la facilità di utilizzo e la rapidità con cui si ricaricano, era stata vietata nel 1994 con una legge promossa dall’allora presidente Bill Clinton. La legge aveva carattere temporaneo – fu l’unico modo per ottenere il voto del Congresso, a maggioranza repubblicana – e l’amministrazione guidata da George W. Bush decise nel 2004 di non rinnovarla, dando ascolto alle richieste della National Rifle Association, la più importante lobby dei possessori di armi, e della maggioranza dell’elettorato americano. James Holmes, il giovane accusato della strage di Aurora, ha usato anche un fucile modello AR-15: con la legge in vigore fino al 2004, non avrebbe potuto acquistarlo.

Venerdì, il giorno dopo la strage, il portavoce di Barack Obama Jay Carney ha detto alla stampa che non saranno prese decisioni «sulla scia di questa violenza». Domenica Carney, rispondendo a una domanda sul tema, ha spiegato che «la volontà del presidente Obama è tutelare i diritti contenuti nel Secondo Emendamento della Costituzione e contrastare il possesso di armi da parte di quei cittadini che non potrebbero averle».

Durante la campagna elettorale del 2008 Obama aveva avuto problemi con la questione delle armi: a un certo punto venne fuori che a una cena di raccolta fondi aveva detto che «i cittadini delle zone rurali si aggrappano alle pistole o alla religione» quando hanno dei problemi. Daniel Vice, dirigente del Centro di Brady per la prevenzione delle armi, ha criticato Obama «perché non ha neanche voluto parlare di fucili, né pronunciato la parola pistola, mostrando di subire il potere della lobby delle armi». Mitt Romney, in un’intervista alla CNBC, ha ribadito che «non c’è necessità di rinnovare il divieto federale sulle “armi d’assalto” scaduto nel 2004». Anche lui ha detto di credere «che il Secondo Emendamento è la strada giusta e che altre leggi non sarebbero comunque in grado di evitare tragedie come quella di Aurora».

Quando era governatore dello stato del Massachusetts Romney fece approvare una legge che vietava il possesso delle “armi d’assalto” e quadruplicò la tassa sul porto d’armi. In passato sia Obama sia Romney avevano sostenuto la necessità di controllare più severamente il possesso di armi, ma le loro opinioni sono cambiate nel corso del tempo insieme al parere degli elettori. E per questo motivo il controllo delle armi è oggi un tema complicato da trattare, per i politici statunitensi.

Un sondaggio realizzato da Gallup nell’ottobre scorso ha evidenziato che i cittadini americani sono in maggioranza favorevoli (53 per cento) a mantenere la legislazione com’è, e quindi permettendo la vendita di “armi d’assalto”. Si tratta di una tendenza solidissima e ormai storica: nel 1960 il 60 per cento degli americani si diceva favorevole a rendere più complicato o proibire del tutto il possesso di armi, oggi lo pensa solo il 26 per cento. Oggi negli Stati Uniti circolano tra i civili circa 270 milioni di armi.

Oltre al parere dei cittadini, un ruolo importante e influente è giocato dalla National Rifle Association, l’organizzazione dei possessori di armi da fuoco, che ha 4,3 milioni di membri e finanzia ogni anno centinaia di politici con posizioni permissive sul possesso di armi. Un documento depositato alla Commissione federale elettorale statunitense ha mostrato che le associazioni a difesa del possesso di armi hanno finanziato il Partito Repubblicano nella campagna presidenziale di Mitt Romney con 126mila dollari, destinando al Partito Democratico di Barack Obama 2.300 dollari. Nel 2008 John McCain ricevette da questi gruppi 483mila dollari, Obama 25mila.

foto: AP Photo/Josh Anderson

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