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«L'euro è spacciato»
— Economia

«L’euro è spacciato»

Le risposte europee alla crisi non possono che portare all'uscita dall'euro delle economie più deboli, dice Nouriel Roubini

12 novembre 2011

Nouriel Roubini, 52 anni, è un economista che insegna alla New York University. Ha una carriera di studi e lavorativa di rilievo internazionale, ma è diventato famoso soprattutto dopo aver previsto il crollo dei mercati immobiliari statunitensi che ha dato l’avvio alla crisi economica internazionale circa cinque anni fa.

Ieri ha pubblicato su Project Syndacate la sua analisi della crisi economica europea e una previsione per il prossimo futuro: entrambe poco ottimiste, dato che secondo Roubini i governi europei non stanno reagendo come dovrebbero, e continuando così le loro politiche porteranno inevitabilmente alla fine dell’euro.

L’analisi
Secondo Roubini, i guai dell’eurozona nascono da uno squilibrio tra le aree centrali e periferiche negli ultimi dieci anni. Paesi come Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna (i famosi PIIGS) sono stati i principali consumatori dell’area euro, spendendo più di quanto si potevano permettere e mantenendo un forte deficit di conto-corrente, una delle componenti principali della bilancia commerciale (la differenza tra esportazioni e importazioni). Al contrario, il “centro” dell’eurozona (Germania, Olanda, Austria e Francia) sono stati produttori e risparmiosi, spendendo meno delle loro possibilità e esportando più di quanto importassero.

Una moneta unica forte come l’euro, a partire dal 2002, ha favorito questo meccanismo, dato che le economie più deboli non hanno più potuto ricorrere al sistema del deprezzamento della moneta, che porta a un aumento delle esportazioni: se la lira italiana perde di valore, diventa più facile a chi ha una valuta forte comprare beni prodotti in Italia, perché il cambio è molto favorevole. La crisi economica è scoppiata quando il debito pubblico e privato nei paesi che spendevano troppo è diventato insostenibile. In Irlanda e Spagna è scoppiata la bolla immobiliare e il valore delle case è crollato improvvisamente, in altri paesi periferici i deficit commerciali e i problemi delle finanze pubbliche sono diventati difficili da gestire.

Quattro soluzioni possibili
1. La soluzione migliore per far ripartire la crescita, dice Roubini, passa per una politica monetaria più libera da parte della Banca Centrale Europea, che deve garantire prestiti illimitati ai paesi che non hanno problemi gravi di liquidità (come l’Italia e il suo enorme mercato di titoli di stato, che sostanzialmente è ancora in grado di pagare) e un forte deprezzamento dell’euro, che possa aiutare le esportazioni dei paesi periferici ma che ha effetto anche nei paesi centrali.

2. La Germania e la Banca Centrale Europea si oppongono però a questa soluzione, temendo un aumento dell’inflazione nei paesi “centrali” dell’euro. La loro ricetta per uscire dalla crisi è una “medicina amara”, dice Roubini, che ha effetto solo nei paesi periferici: il pacchetto di misure di austerità, riforme strutturali e riduzione del costo del lavoro già imposto alla Grecia e fortemente suggerito, diciamo così, anche all’Italia. La ricetta ha diversi lati negativi, dice Roubini, perché nel breve periodo porta a licenziamenti e a misure depressive come l’aumento delle tasse: la gente ha meno soldi da spendere, i consumi non decollano, e la crisi si aggrava, in un circolo vizioso da cui è difficile uscire.

3. Se la situazione continua a peggiorare, i paesi periferici potrebbero essere tentati dalla terza opzione: un parziale default e l’uscita dall’euro, una mossa che avrebbe conseguenze pesantissime a livello mondiale (i creditori dei paesi in difficoltà perderebbero un sacco di soldi) ma che darebbe la possibilità, diciamo così, di ricominciare. Con politiche monetarie più autonome e libere, i paesi usciti dall’euro potranno svalutare le loro valute nazionali e favorire la crescita e le esportazioni.

4. Per evitare le conseguenze pesanti di un abbandono dell’euro, i paesi “centrali” potrebbero alla fine scegliere la quarta opzione: continuare a “corrompere” i paesi periferici per lasciarli poco competitivi sui mercati internazionali e in una situazione di bassa crescita, come sono ora. Le obiezioni a questa quarta opzione sono principalmente politiche, dice Roubini: un meccanismo simile è possibile in uno stato nazionale, con un flusso di denaro unidirezionale che compensa perdite pesanti (come in Italia tra nord e sud o in Germania dopo l’unificazione), ma i contribuenti tedeschi hanno già mostrato di non essere disposti a farsi carico delle perdite dei PIIGS.

Dato che la quarta strada non è percorribile e la terza ha conseguenze pesanti, l’Unione Europea sembra intenzionata a continuare lungo la seconda, ma questa, dice Roubini, non fa che ritardare il disastro:

A meno che [la Germania e la BCE] non abbandonino le correzioni asimmetriche (deflazione recessiva) che concentrano tutto il peso nella periferia, in favore di un approccio più simmetrico (austerità e riforme strutturali nella periferia, insieme a una politica monetaria di stimolo a livello europeo), il lento naufragio dell’unione monetaria si accelererà mano a mano che i paesi periferici dichiarano fallimento ed escono.

foto: AP Photo/Mark Lennihan

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5 Commenti

  1. La bilancia commerciale italiana non è in perdita, l’Italia è il secondo grande esportatore dopo la Germania. E parlare Francia come un paese virtuoso, anche alla luce delle ultime notizie, fa ridere. Mette l’Italia sullo stesso piano di Portogallo, Grecia e Irlanda sul piano economico è uno sciocchezza così colossale da togliere qualsiasi credibilità a questo articolo e a questo signore. Mi faccia vedere i numeri su cui basa la sua analisi e mi dica dove vengono.

  2. plato

    e andiamo verso un periodo di recessione, dicono… sarà un declino lento, sempre se ci sarà

  3. fulvio

    da Reuters del 14 ottobre 2011: “Istat comunica che ad agosto il saldo della bilancia commerciale italiana ha registrato un deficit di 3,152 miliardi dal deficit di 3,496 miliardi di agosto 2010.” Si può invece certamente discutere sul fatto che Roubini si sia ormai costruito un personaggio che gli garantisce lauti introiti solo se sostiene determinati tipi di tesi. Comunque oggi nessuno può sapere con esattezza come andranno a finire le cose per l’Area Euro: ci sono troppe variabili in gioco.

  4. pablo72

    Vorrei sottolineare che è stato l’articolo è stato tradotto in maniera un pò grossolana. In particolare Roubini, parla di un deficit del “current-account” e non della bilancia dei pagamenti. Il conto-corrente è una componente della bilancia dei pagamenti. La cosa è particolarmente interessante in quanto contiene la chiave di lettura della crisi. Un deficit del conto-corrente, come tutti i paesi euro in crisi, è indice di investimenti esteri in quei paesi che provenivano in larga misura dai paesi dell’europa centrale (che infatti avevano un surplus del current-account). In caso di una crisi finanziaria, gli investimenti esteri vengono improvvisamente interrotti, trasformando la crisi finanziaria in crisi economia a causa dell’interruzione del flusso di capitali. Qui è spiegato molto bene http://goo.gl/5LeHh

    Nota interessante su Roubini: nel 2006, a Davos, fece un intervento in una tavola rotonda sulla (possibile) crisi dell’euro e dei paesi periferici. Tremonti, che partecipava, lo interruppe apostrofandolo “Tornate in Turchia” .. (!) Oggi credo che si stia prendendo una bella soddisfazione. http://goo.gl/6Jx4r

  5. maragines

    Nouriel Roubini, mi segno il nome.
    Magari tra cinque anni mi verrà buono ricordarmi che non aveva capito proprio niente. Succede spesso con questa risma di ciarlatani noti come “economisti”.
    *
    Noto con orrore che in tutte o quasi le branche della conoscenza gli studiosi più sono seri e famosi e più si esprimono dubitativamente. Mai sentito un fisico affermare con tanta sicumera le proprie ipotesi, ugualmente per i giuristi e per i sociologi, al tempo stesso pure in astronomia si esprimono sempre con cautela e prudenza.
    **
    Gli economisti e i quelli che fanno sondaggi elettorali invece, sono accomunati dall’esprimersi solo all’indicativo. Mai una incertezza, mai un espressione dubitativa. Entrambe le categorie, ho osservato, sono quasi sempre smentite dai fatti. Mi chiedo se, ab origine, la selezione per motivi misteriosi, non avvenga tra i meno dotati intellettivamente.

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