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I soldi dell’Università

di Filippomaria Pontani

Dove è sbagliato cercarli, cosa deve fare il PD, e cosa c'entra il mago Silvan: un'analisi dal campo

23 giugno 2011

Nel momento in cui la maggioranza traballa, e l’attività di governo s’incaglia in una delle paralisi più lunghe della storia recente, è senz’altro doveroso che l’opposizione s’impegni a preparare un programma di governo del Paese. In tale cornice, le proposte per l’università e la ricerca acquisiscono una duplice importanza: da un lato perché, come usa dire, ne va del nostro futuro, e perché guardando alle politiche condotte su questo tema si capisce abbastanza dell’”aria che tira”; dall’altro perché l’unica riforma di iniziativa governativa promossa dal gabinetto Berlusconi IV è stata proprio quella relativa al sistema universitario, che va sotto il nome del ministro Gelmini.

Non ho alcuna intenzione né di ribadire i giudizi su tale riforma (che sta creando negli atenei il prevedibile disorientamento, normativo e istituzionale) né di tediare i lettori del Post insistendo su astrusi codicilli o faide di baroni. Intendo parlare invece brevemente di una proposta importante e molto netta, presentata in forma di interrogazione parlamentare da un manipolo di senatori del Partito Democratico e del cosiddetto Terzo Polo (una sorta di “modello Macerata”, per intendersi), capeggiati da Pietro Ichino, Tiziano Treu, Francesco Rutelli e Adriana Poli Bortone. I proponenti chiedono esplicitamente al governo se non sia il caso di applicare in Italia il famoso “rapporto Browne”, che ha ispirato una recente legge del governo guidato da David Cameron: in sostanza, l’innalzamento delle tasse universitarie a un ammontare di circa 10mila euro, che i più agiati pagano subito e per intero, e i meno abbienti invece possono vedersi anticipati tramite un prestito in forma di mutuo bancario al tasso del 2,2/3 per cento annuo, da ripagare se e quando, nel corso della loro vita professionale, raggiungeranno un reddito adeguato (si presume, non inferiore ai 40000 euro annui). Lo scopo dichiarato della proposta è quello di abbattere quasi del tutto il peso degli oneri universitari sul bilancio dello stato, di far pagare l’università anzitutto a chi è più ricco, di favorire la competizione fra gli atenei (gli studenti, si sostiene, correranno là dove pensano di ottenere una formazione che consenta loro di accedere a un mestiere redditizio, e dunque di ripagare il debito contratto).

Prima osservazione, di carattere politico. Membri influenti del principale partito progressista italiano propongono di adottare in Italia la medesima politica universitaria dei Tories, che ha suscitato a Londra proteste mai viste prima in tempi recenti (qualcuno ricorderà la macchina di Carlo e Camilla scossa dall’onda dei manifestanti inferociti), e che, nel riprodurre da vicino alcuni aspetti del modello americano, ha indotto perfino i docenti della ricca Oxford a dure prese di posizione. Prese di posizione non condivise, evidentemente, dai loro colleghi che si apprestano a insegnare nel New College of the Humanities, sito nello storico quartiere di Bloomsbury, e pronto a esigere dai propri studenti una retta di ben 18mila sterline: apprendiamo che molti dei futuri docenti si professano “di sinistra”, e non ce ne stupiamo dal momento che alcuni fra gli ideologi e gli esponenti più dotti dei progressisti italiani insegnano tra la Bocconi e il San Raffaele: ognuno ha la sinistra che si merita, e il problema è comune se anche i francesi stavano per consegnare la gauche a un signore che (qualunque cosa ci facesse) frequentava suites da 3000 dollari a notte.

Seconda osservazione, di carattere sostanziale. Lo spauracchio che si sbandiera e contro il quale si chiama a raccolta (cito le parole di Andrea Ichino, fratello di Pietro e tra i massimi cantori del provvedimento) è il “dare gratis a tutti un’università pessima”. Francesco Sylos Labini, tramite precise analisi cui rimando con totale adesione, ha mostrato l’infondatezza di questo slogan: l’università italiana non è affatto gratis (anzi, le nostre tasse universitarie sono già fra le più alte d’Europa), l’università italiana non è affatto pessima (certo non per la produzione scientifica, dove anzi si colloca sovente nelle primissime posizioni): questo non significa, beninteso, che non necessiti di cambiamenti anche profondi, soprattutto nell’ambito della moralità, della struttura, dei finanziamenti. Francesca Coin ha richiamato inoltre gli esiti catastrofici che perfino negli USA il sistema dell’indebitamento sta ormai producendo sul piano sociale ed economico: l’inquietante articolo di Malcolm Harris sulla “bolla universitaria” rimane in attesa di autorevoli smentite.

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30 Commenti

  1. farfi

    Il post del prof. Pontani è semplicemente perfetto. Se ci sono ancora docenti come lui, che antepongono la verità all’opportunismo, allora c’è speranza.

  2. stefanof

    @uqbal: veramente i dati non sono in accordo con quello che dici. Nell’indice sjr http://www.scimagojr.com/countryrank.php?area=0&category=0&region=all&year=all&order=h&min=0&min_type=it
    l’indice h cumulativo per l’Italia e’ 496, per UK 721. Ma la spesa in proporzione al PIL secondo i dati della banca mondiale
    http://data.worldbank.org/indicator/GB.XPD.RSDV.GD.ZS
    e’ l’1.88% per UK e l’1.18% per l’Italia. Quindi supponendo come dici che PIL e popolazione siano circa uguali vedi che l’universita’ italiana e’ casomai un po’ piu’ efficiente di quella britannica (in media): con un finanziamento che e; il 63% di quello birtannico produce solo il 69% della ricerca. E questo senza tenere conto del fatto che la ricerca italiana e’ praticamente tutta pubblica (universota’ ed enti), mentre quella britannica ha una componente privata molto cospicua (sopratutto in campo biotecnologico e farmaceutico).
    Per il resto, a parte il fatto che il RAE non esiste piu’, il livello di una qualunque red-brick (che so, Sussex) e’ molto piu’ basso di quello di un’universita; italiana media (che so, Parma).

  3. filippodepieri

    splendido articolo

  4. massimo55

    A proposito del totem Sylos Labini citato nell’articolo, vale la pena leggere tutto e non citare, come al solito, solo quello che fa comodo.
    http://www.pietroichino.it/?p=15350

  5. uqbal

    Stefanof

    1) il fatto che ci siano università private non cambia la cosa: te la sentiresti di non contare le università private americane, quando devi giudicare la produttività accademica del paese? Facebook è nata in un campus privato: ha per questo cambiato meno il mondo?

    2) Ci vuol poco ad investire più dell’Italia in ricerca. E’ vero che l’UK ne spende di più (ma non tanti di più), ma pur avendo una economia simile (per dimensioni) alla nostra, riesce a fare meglio della Germania, con un economia sensibilmente più grande. Ergo il sistema ha quel buon rapporto qualità/costi che ti dicevo. Il che, di contro, vuol dire che noi abbiamo ampi margini di miglioramento (e anche la Germania).

    3) Non so come sia l’università del Sussex, ma quel che ti stavo dicendo non è che non ci siano università di scarso livello in UK (cmq meno che in Italia, che ha 11 campus on-line), ma che ce ne siano tante valide, abbastanza da creare un sistema assai valido, e che il sistema sia valido (e più produttivo di quello italiano) è incontrovertibile.

  6. L’istruzione, a tutti i livelli e anche quella universitaria, ha un sacco di variabili e di parametri che si possono aggiustare ma, ciò premesso, senza la qualità degli insegnanti non si va da nessuna parte. A questo proposito e visto che si parla di inghilterra, consiglierei un’occhiata al metodo di selezione e alla “precarietà” dei suddetti, precarietà legata principalmente ai risultati accademici.

    Ecco perchè, nel mio post precedente, sostenevo che senza cambiare il sistema e chi lo manda avanti, non ha senso pomparci dentro soldi. Parlare dell’università italiana senza considerare che è in mano alle baronie, costruita da loro a loro misura, è un pelino imprudente e, senza rimuovere questo limite, diventa un esercizio inutile.

  7. uqbal

    credo di essere d’accordo con John Doe

  8. stefanof

    @uqbal: 1) io non ho citato il dato sull’investimento per dire che in Italia si investe poco. Te lo ho citato per farti vedere che per unita; di investimento la produttivita’ di ricerca in Italia e” piu’ alta. Questo mostra che il fatto che il sistema UK abbia un miglior rapporto costi/beniefici e’ un tuo pregiudizio smentito dai fatti (che poi questo pregiudizio sia diffuso lo so anch;io). Puo’ darsi che la produttivita’ della Germania sia ancora peggio come tu dici: ma non si parlava di Germania.
    2) Il riferimento al privato non aveva nulla a che vedere con le universita’, bensi’ sul fatto che i dati da me citati riguardano l’output di ricerca totale. Quindi per UK includono anche una cospicua componente di ricerca industriale privata non univesritaria, per l’Italia no perche’ questa componente e’ trascurabile. Quindi se confrontassi like with like (ma non si puo’, perche; i dati scorporati non esitono) scopriresti che la produttivita; dell’italia e’ ancora migliore.
    3) stavo cercando di farti capire perche’ se vuoi confrontare i ranking devi guardare quelli per materie e non quelli totali: perche’ la ditribuzione dell’eccellenza in Italia e’ piu’ piatta che in UK, dove il divario tra universita’ di punta e medie e’ molto maggiore che da noi.
    E’ sicuramente vero che in Italia il livello basso e’ meno penalizzato che in UK. Ma che la produttivita’ media del sistema e l’eccellenza siano maggiori in UK e’ un tuo pregiudizio smentito dai dati.

    non mi sono spiegato. Il confronto che ti ho mostrato riguarda la produttivita’ della ricerca totale per paesi. In Italia questa ricerca e’ completamente universitaria. In UK include anche molta ricerca di industri privata. Quindi se fai il confornto sul totale e quello italiano

  9. uqbal

    Stefanof

    Forse non ci capiamo. Il mio discorso era molto più semplice: il Pil dei due paesi è simile, ma poi, se guardiamo l’H-index quello dell’UK è molto più alto. Punto.

    La scelta di dedicare una % più alta di Pil della ricerca può essere utile per ragionare di produttività per punto percentuale, ma rimane il fatto che at the end of the day, l’UK è significativamente più avanti.

    L’Italia forse percentualmente è più efficiente, ma siccome poi nella sua amministrazione quel che arriva all’Uni è di meno, finisce che l’UK fa meglio (che gestisce il paese con meno soldi e il gruzzolo che avanza lo manda in ricerca, sia pure meno efficiente di quella italiana, stando alle tue cifre). E questo è incontrovertibile perché attestato dalle cire dell’H-index.

    Immagina di avere due macchine simili, di fare una gara a vedere quale va più lontano, e immagina poi che la macchina italiana perde clamorosamente la gara ma io dico: “eh, la tua macchina ha un motore più potente ma meno efficiente, e un serbatoio più grande, quindi ho vinto. Tu mi risponderesti: forse, ma intanto la macchina inglese è più avanti.

    La cosa non è accademica, perché quando vai a depositare un brevetto conta solo chi arriva più lontano.

    Ora poi non ho modo di riprendere i dati, ma conto di tornarci.

  10. alice

    Grazie, Prof.
    Leggo in ritardo, ma leggo. Leggo in un momento in cui il peso dell´italianitá si fa sentire, soprattutto dai commenti altrui; leggo in un momento in cui scegliere universitá sí o universitá no, non é nemmeno possibile.
    Quindi grazie. Almeno esiste qualche sostenitore della dignitá in questo Paese alla deriva.

    “odi profanum vulgus et arceo”..lo posso dire?

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