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L’Università italiana, spiegata bene

di Filippomaria Pontani

Dai concorsi mafiosi alla genesi della riforma Gelmini alle proposte concrete "per cambiare le carte in tavola"

"Fa specie chiamare la riforma con il nome di una signora che fino a un anno fa non sapeva assolutamente nulla dell'Università"

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Ieri il Presidente della Repubblica ha celebrato i 200 anni di una delle istituzioni universitarie più importanti del nostro Paese, la Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è misurato, fra l’altro, con gli echi (molto vividi nei manifestanti che l’hanno accolto) del dibattito attuale sull’Università. Prendo lo spunto, ora che la riforma dorme in Senato i sonni della sessione di bilancio, per qualche riflessione orientativa destinata soprattutto a chi si chiede, dall’esterno, che cosa stia succedendo.

La mobilitazione attuale. La mobilitazione autunnale dei nostri Atenei assomiglia a un rito che più o meno fatalmente si esaurisce con l’accendersi dei termosifoni. Quest’anno però c’è qualcosa di oggettivamente nuovo: non assistiamo soltanto a marce di studenti, ad assemblee gremite, a occupazioni più o meno estemporanee, ma un movimento organizzato e per la prima volta ben coordinato a livello nazionale, la Rete 29 aprile, sta dando un’inusitata concretezza alla protesta: sta cioè seriamente mettendo in forse la cosiddetta “offerta didattica” di molti Atenei tramite la semplice rinuncia dei suoi aderenti (tutti ricercatori) ai carichi didattici che, da contratto, non pertengono loro.
Questa coraggiosa protesta ha così svelato quanto importanti siano i ricercatori nel funzionamento dell’Università attuale, e ha contestualmente offerto l’occasione di denunciare – con più forza e senno del solito – i mali del sistema che la riforma attualmente in discussione alla Camera non affronta o, spesso, peggiora. Soprattutto, docenti, ricercatori e studenti si sono trovati uniti nella denuncia di quello che è il problema di fondo, ovvero la mancanza di adeguate risorse finanziarie, una mancanza aggravata l’anno scorso dai tagli del ministro Tremonti, così ingenti (secondo varie stime, circa un miliardo e mezzo di euro) da porre diversi atenei in una posizione di oggettiva difficoltà per quanto riguarda la mera sussistenza. E tutto questo ha contribuito a risvegliare almeno parzialmente le coscienze e lo spirito critico di una classe, quella dei docenti universitari, che sempre più stava affondando nelle proprie contraddizioni e nella disistima del mondo esterno.

Cenni storici. Cerchiamo di dipanare alcuni fili di questa matassa partendo da un minimo background storico. L’Università italiana ha cambiato faccia, diventando università di massa, sul finire degli anni ’60, per la precisione con la liberalizzazione degli accessi alle facoltà del 1969. Mettiamo da parte ogni giudizio storico su questa scelta, sul ruolo che in essa giocò il movimento sessantottino, sullo spirito che la muoveva e sui correttivi che l’hanno stravolta (oggi a moltissime Facoltà si accede dopo un test); e stiamo ai fatti. Nel decennio successivo vi furono numerose assunzioni, per lo più necessarie alla luce dell’aumento degli iscritti, e condotte sulla base di un sistema (3 vincitori per ogni concorso: il primo assunto e due idonei in cerca si sede) che con la legge 382 del 1980 cambiò radicalmente. Dal 1980, infatti, un meccanismo de facto equivalente a una gigantesca ope legis consentì l’ingresso in ruolo (a vita) di migliaia di “precari”, che negli anni immediatamente seguenti, superando un semplice esame, intasarono i ranghi dell’accademia. Con l”80 fu anche istituita la tripartizione del corpo accademico in ordinari, associati e ricercatori, questi ultimi senza alcun onere didattico, e votati esclusivamente alla ricerca (al massimo ad attività di supporto alla didattica svolta da associati e ordinari). Seguì un fisiologico periodo di reflusso negli ingressi, favorito anche dal fatto che a partire dal 1990 ai ricercatori fu consentito di insegnare, dapprima con modesti onorari, poi gratuitamente, ma dando loro la fondata prospettiva di costruirsi una piattaforma per una futura progressione di carriera. Così andò in effetti per alcuni (e non sempre per i più meritevoli), ma non per tutti.

Gli anni ’90 videro due eventi di grande portata, entrambi legati al nome del ministro Luigi Berlinguer: da un lato la cosiddetta “autonomia” degli Atenei, di fatto un decentramento delle risorse che risultò nell’economia fino all’osso in alcune sedi e nello spreco in altre (un fenomeno che perdura sino ad oggi), dall’altro l’introduzione del sistema “3+2″, che ci ha omologato in larga parte all’Europa sul piano formale, agganciandoci al cosiddetto e famigerato “Processo di Bologna”, ma è stato messo in atto nel modo più dissennato: nessuna riorganizzazione sostanziale della didattica, ovvio allungamento del percorso di laurea, moltiplicazione e conseguentemente assottigliamento degli esami (si veda quanto ne dice Umberto Eco), curricula spesso simili a ircocervi: la proliferazione di insegnamenti che ha preceduto e seguito questa riforma, l’introduzione dei cosiddetti Crediti Formativi, e la conseguente, necessaria riorganizzazione dei piani di studio, hanno gettato l’università tutta in un cantiere dal quale non si è ancora ripresa. E soprattutto hanno trasformato l’idea stessa dell’università (specie per quanto riguarda la formazione umanistica), esortando il discente a collezionare crediti (come i punti del supermercato) anziché a formarsi come persona, e marginalizzando il docente in una sorta di travet dal quale ci si aspetta non già un contributo alla crescita della società, sibbene l’ordinata somministrazione e amministrazione di un nucleo di nozioni di base a studenti sempre meno preparati. Di questo ha discusso recentemente, con somma lucidità, Carlo Galli.

Negli anni si sono succedute poi una serie di piccole riforme dei concorsi, i quali nel 1998 compirono il grande salto passando da “nazionali” a “locali”, con un semplice cambio di modalità (nel senso dell’agevolazione) dei fenomeni corruttivi e dei favoritismi. Il particolarismo locale (che ancora non passava per federalismo) condusse poi a una proliferazione di sedi decentrate o tout court nuove anche in città o cittadine dove esse il più delle volte non avevano alcuna ragion d’essere; ma è vero che non di rado in sedi piccole o marginali sono stati sistemati ricercatori e docenti di prim’ordine, con tanti saluti all’intenzione di creare “centri di eccellenza”, e con ulteriori saluti alla possibilità di creare veri centri di ricerca pura quali proliferano in altri Paesi (il CNRS in Francia, il Max-Planck in Germania). L’ultimo decennio ha visto un fenomeno singolare: prima una serie di concorsi condotti alla vecchia maniera, ovvero con “bine” o “terne” di vincitori, in cui gli idonei, senza ulteriori ambagi o dopo qualche tempo di purgatorio, venivano chiamati dalla loro università di origine (o, per i più fortunati, da un’altra disponibile); poi una progressiva contrazione e infine un blocco prolungato (per le due fasce della docenza), cui gli Atenei si sono sottratti solo tramite apposite deroghe; oggi non abbiamo altro che timide infornate di nuovi ricercatori (sempre presentate come “l’ultima spiaggia”), anche perché nel frattempo la “piramide” fra le tre fasce si è rovesciata e un mare di gente è diventata ordinario con idoneità di dubbio merito.

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