Già al secondo ottavo di finale dei mondiali si è arrivati ai tempi supplementari. Squadre sfinite, partita molto combattuta, un posto solo tra le otto migliori del mondo, grande distanza culturale e geografica tra i giocatori. Non esiste partita con questi ingredienti che non si concluda almeno con una forte tensione, ma più frequentemente con liti, provocazioni, aggressività e perdita dei nervi da parte di qualcuno in campo.
Ieri, niente.
I giocatori sono usciti dal campo salutandosi e scambiandosi le maglie, il tempo si è esaurito con gli americani che cercavano di pareggiare giocando a pallone. I giocatori del Ghana, come si fa, si impegnavano a lasciar passare il tempo anche con i soliti escamotages – senza esagerare, va detto – e nessuno degli avversari si indispettiva, protestava con l’arbitro o andava a trascinare i giocatori presunti infortunati.
Ma per tutta la partita, 120 minuti, non si è mai vista da parte dei giocatori americani una tensione cattiva, un’aggressività a gioco fermo. Nell’ultimo tempo supplementare in qualche occasione i giocatori africani hanno simulato un fallo ricevuto, e gli statunitensi non hanno protestato, lasciando all’arbitro la competenza sulla questione.
Nelle partite scorse qualcuno aveva notato come almeno in un paio di occasioni la squadra statunitense avesse subito delle decisioni arbitrali ingiuste – probabilmente due gol annullati che invece erano validi, un gol irregolare segnato dagli avversari – senza di fatto protestare: un gesto di stizza, al massimo. Il loro sembra un altro modo di giocare a calcio: o meglio, giocano al calcio e basta. Non si buttano, non protestano, rispettano le decisioni dell’arbitro e non le contestano, e quando è finita la partita è finita la partita.
Ecco come sono state commentate su New Republic le decisioni arbitrali che potevano costare agli USA la qualificazione.
Siamo stati derubati? Solitamente la risposta a una domanda retorica così formulata è No. E questo caso non fa eccezione. La nazionale non è stata derubata e non siamo vittime di alcun complotto anti-americano. [...] Mettiamo pure che l’arbitro abbia sbagliato: e allora? L’arbitro è l’arbitro, la sua parola è legge e se ha torto non importa. Il gioco funziona così. Più in generale, il punto è che i giocatori non possono controllare le decisioni dell’arbitro. Non sono responsabili per le azioni dell’arbitro: sono responsabili delle loro.
Quindi, se gli Stati Uniti vogliono trovare dei capri espiatori piuttosto che guardare ai propri errori – errori che li avevano portati sotto di due gol – facciano pure. Sono le nostre marcature inesistenti che hanno lasciato a Birsa il tempo e lo spazio per sistemarsi il pallone e tirare in porta: il gol è stato la giusta ricompensa per la sua bella azione e la giusta punizione per la nostra superficialità.
(Era divertente, la settimana scorsa, anche l’articolo con cui il New York Times cercava di spiegare ai lettori americani l’incomprensibile spettacolo di tutto questo buttarsi a terra per niente, fingere di essere stati colpiti, lagnarsi di un nonnulla da parte di maschioni smargiassi e muscolosi).
L’analisi sull’atteggiamento americano è una generalizzazione, certo, e ci sono e ci saranno eccezioni. Ma è impossibile non trarne un banale quanto plausibile ragionamento sullo spirito di un paese, in questi giorni in cui in Italia si discute assai se la mediocre prestazione della nazionale rifletta le mediocri condizioni della nazione (sì, hanno detto in molti subito; no, hanno risposto Stefano Cappellini sul Riformista ieri e Ilvo Diamanti su Repubblica oggi). Il vittimismo, la finzione e la protesta per il torto subito che fanno parte integrante del gioco del calcio come lo vediamo noi – e che arriviamo a incentivare e apprezzare – non sono nel DNA degli americani. Quello è un paese, lo sappiamo, che nel bene e nel male si è sempre considerato superiore agli altri e che è abituato a reagire alle avversità e alle sconfitte sul campo e battendosi.
Dopo l’11 settembre la parola d’ordine fu “non dargliela vinta”. L’America non indugiò sulla terribile disgrazia che le era capitata, né accusò il resto del mondo di non averla aiutata e difesa, né chiese l’intervento di qualcun altro. Sarebbe stato meglio che lo facesse – avesse avuto qualcuno in grado di aiutarla – ma che sia giusto o sbagliato, un paese è fatto come è fatto. E lo sappiamo noi che ci siamo incartati in questo autoindulgente ritratto sfigato e vittimista di noi stessi.
Quello che è interessante è che nel caso del calcio – in cui c’è a rischio molto meno che non la sopravvivenza degli stati e delle civiltà e le vite umane – il restare fedeli all’idea di responsabilità del proprio destino e alla possibilità di cambiarlo da soli, è un esempio prezioso e benvenuto, per quanto deriso dai cinici entusiasti di vincere giocando male grazie a un rigore inesistente e malvisto da chi vede riflessa nella dignità altrui l’indegnità propria. È anche un esempio perdente, come sono spesso stati e sono tuttora gli esempi migliori: però perde ogni volta un po’ meno – ieri sera ha contagiato i più celebri e pagati giocatori ghanesi – come è successo a volte agli esempi migliori.




Il limite di questo magazine (si dice così?) è l’americanismo irriflesso. Non tanto nei dettagli, dove qualche critica si trova anche, ma nelle linee di fondo la cultura è americanocentrica all’estremo e gli americani sono interpretati esclusivamente secondo le proprie categorie (e balle) concettuali – il problema è che anche gli altri (italiani, europei, cinesi, tutti) vengono interpretati secondo quelle categorie e perciò non possono che fare una magra figura…
Dire, oggi, che gli americani credano fermamente nella responsabilità individuale e nel non fare le vittime è, francamente, assurdo, parlando della nazione più narcisista della Terra e più cospirazionista e paranoica fra quelle avanzate (dire che la Corea del Nord è peggio sarà vero ma non è un gran risultato…)
Sono d’accordo sull’americanismo del Post menzionato da sascha. Riguardo all’articolo in particolare: io non amo il calcio, guardo distrattamente i mondiali e gli europei perché sono campionati un po’ più seri di quelli nazionali ed è obbligatorio che tutte le squadre siano formate da giocatori del proprio paese. Ma se c’è una cosa patetica e cialtrona che non ho mai potuto soffrire di questo sport è esattamente il nocciolo dell’articolo: le infantili simulazioni e le proteste frignanti dei giocatori, per non parlare delle aggressioni quando l’arbitro è voltato (ma le telecamere no, babbei). Dei bambini vigliacchetti che non sopportano di perdere e barano in tutti i modi per evitarlo. Rispetto quindi per la squadra USA, che non ha nulla a che vedere con l’11 settembre né tante altre cose che personalmente non mi piacciono di quel paese. Ma poi queste nel rugby sono cose normali, lì nessuno ha paura di averlo più corto dell’avversario.
O forse gli Americani non sono paranoici per cospirazionismo (insomma, non sono dietrologi) semplicemente perchè dietro molte turpi storie del secolo (tipo le dittature sudamericane) ci sono loro. La dietrologia l’hanno messa in pratica, non subita.
Oppure, Guantanamo non saprei, per dire, se si possa considerare fair play, sempre giocando al giochino “Come nel calcio, così nella vita”.
Comunque, detto cià, ieri si è notato moltissimo il fair play USA contro il Ghana.
Grandi USA!
Negli USA ci sono le facoltà universitarie migliori del mondo, e già questo mi basterebbe per tributare eterno onore a questo paese. Cresceranno anche nel calcio e in altre cose.
ciao
c
Intende quelle fantastiche facoltà universitarie da cui escono laureati che fanno fatica a scrivere un post su Internet senza quattro o cinque strafalcioni di grammatica e spelling e costringono le corporations e centri studi americani a fare shopping all’estero per trovare gente in grado di lavorare con un minimo d’impegno e competenza?
Beh, se sono proprio quelle…
Del resto il messaggio del cinema hollywoodiano è sempre lo stesso: non è che gli stranieri siano cattivi o non abbiano cose degne di interesse ed ammirazione. E’ che qualsiasi cosa di buono gli stranieri abbiano un americano la sa fare meglio di loro dopo cinque minuti (o anche una mezz’oretta) mentre il contrario non si da mai – gli stranieri non sono cattivi, è che proprio non ci arrivano…
Eviterei di far diventare la sezione commenti un referendum pro o contro gli Stati Uniti, anche se concordo con chi critica l’americanismo di fondo, consapevole o meno, che sembra caratterizzare Il Post.
Mi pare ci siano due elementi che invalidano l’estensione dell’elegia degli Stati Uniti dal campo di calcio alla politica ed alla vita in generale:
1. Il soccer è un gioco. Ci sono delle regole e queste vengono seguite diligentemente. Finita la partita ci si scambia la maglia e sia che si vinca sia che si perda c’è tutto il resto. Tutto ciò è meritorio, e di questo occorre dare atto alla nazionale statunitense di calcio. Invece la vita è per definizione tutto il resto, le sue regole – a parte alcune – sono meno chiare, e se si perde non c’è altro su cui rifarsi. A meno che non si voglia usare la proprietà transitiva ed usare il calcio a questo scopo.
2. Nella vita ed ancora di più in politica non si parte mai, o quasi mai, da zero a zero. Ci sono asimmetrie di partenza, che spesso si riflettono nel dettare le regole del gioco stesso, e che di conseguenza impediscono a molti di poter ottenere quanto sarebbero in grado di ottenere in altre condizioni. In altre parole, le regole dell’imparzialità hanno solo la parvenza, e talvolta neppure quella.
Concordo invece sui buoni esempi che si migliorano e perdono sempre più onorevolmente. Ma seguendo questa linea, se l’esempio americano ha avuto ed ha tutto questo successo, sarà poi così buono?
quoto sascha e tutti a seguire, eccetto warburgaby…non è che non vi siano esempi, negli sport nazionali USA -baseball e basket- a riguardo la capacità di truccare partite e giocatori (leggi scandalo del secolo doping nel baseball…), e di contravvenire le regole.
visto, poi, che si tirano in ballo questioni altre rispetto lo sport calcio, che a nulla servono se non a provare un filoamericanismo del tutto fuori luogo, non capisco perché ci si dimentichi del caso Maddoff (l’ultimo in ordine di tempo!)… o forse in quella occasione lo spirito cavalleresco e rispettoso delle regole, di cui gli americani pare sappiano fare così tanto sfoggio, ha trovato in Maddoff il suo paladino?
piccole note: se vi foste presi la cura di leggere bene i report delle partite dei mondiali, quant’anche non avendo seguito le partite medesime, vi sareste accorti delle proteste reiterate che il Bradley, figlio dell’allenatore USA, ha rivolto all’arbitro alla fine della partita con l’Algeria…tanto che il medesimo padre l’ha dovuto allontanare… Gli Usa campioni di correttezza sportiva? allora non vi ricordate la presa per il culo, nei confronti dello spirito olimpico decubertiano, chiamata Dream Team di basket, nella prima edizione delle Olimpiadi aperte ai professionisti del suddetto sport: quando si dice voler vincere a tutti i costi. Non sono forse loro che chiamano il loro campionato di basket come il campionato del Mondo di basket…quale classe! che signorilità! c’è proprio poco da imparare in termini di correttezza ed equidistanza dagli americani, e non solo a livello sportivo.
Quella del basket non la chiamerei “presa per il culo”, visto che le nazionali americane “collegiali” hanno quasi sempre vinto con parecchio scarto le partite giocate alle Olimpiadi e a Monaco ’72 hanno perso la finale per l’oro contro l’Urss per una serie di (discutibili?) decisioni arbitrali, prese forse per motivi anche politici, tanto che non sono mai nemmeno andati a ritirare le medaglie d’argento. è anche per quello che si è deciso di formare il Dream Team quando se ne è avuta la possibilità. A Barcellona’92 anche altre nazionali convocarono giocatori professionisti NBA (quei pochi che avevano già “fatto il salto”, come il compianto Drazen Petrovic, Sabonis già scelto al draft…) oppure giocatori praticamente professionisti come il grandissimo Oscar “Mão Santa” Schmidt!
i campioni NBA si definiscono World Champions perchè quello è il campionato di basket di più alto livello al mondo.(dopotutto, è uno sport che hanno inventato loro!)
Anche le finali del baseball si chiamano World Series, non c’è nessuno che ha un campionato di così alto livello (poi per i Mondiali veri e propri cui partecipano le squadre nazionali si può fare un altro discorso)
In 80 anni di mondiali di calcio molte squadre sono state eliminate senza demeritare e non hanno poi frignato, recriminato o accusato qualcuno.
Lo fanno gli Stati Uniti e il loro atteggiamento viene definito “rivoluzionario”.
Mi sembra che si cada in un errore frequente, quello di proiettare su ciò che si vede dei modelli che si hanno in testa. In questo caso l’immagine (nutrita dalla fiction) dell’atleta americano combattivo ma leale, esempio di sportività.
Non si capisce perché, con retorica ardita, il comportamento dei calciatori statunitensi possa intrecciarsi con la storia recente del loro paese, mentre per i ghanesi non si trovano attenuanti (o aggravanti) nella storia del Ghana.
No, vanno giudicati con il metro americano, e liquidati in poche righe come fossero bambini viziati. E solo perché hanno perso qualche decina di secondi.
Anche in Usa c’è chi cerca di fare I’ll furbo o di vincere non rispettando le regole. La differenza che in Usa chi viene scoperto, si vergogna. Da noi ci si vanta. A partrire dal “copiare” a scuola che qui in Usa è una terribile cosa e da noi “….basta non farsi scoprire”.