domenica 22 Febbraio 2026

Charlie, dirla chiara

Questa newsletter ha difeso più volte il fondamento teorico del contributo economico pubblico a un servizio di informazione accurato, servizio essenziale per il buon funzionamento delle democrazie. Ma ha anche ricordato quanto questo sia di fatto impossibile da applicare nella pratica, perché – a differenza di altri servizi pubblici essenziali – la qualità dell’informazione non ha modo di essere misurata in modi universali e condivisi: e qualunque sostegno pubblico finisce quindi per premiare indistintamente prodotti di buona o di pessima qualità (si veda la assai varia lista dei beneficiari dei contributi maggiori in Italia).
Per questa ragione i contributi di stato all’editoria giornalistica devono essere considerati rispetto al loro unico legittimo scopo concreto: proteggere un settore in crisi e il lavoro delle persone in quel settore, soprattutto nelle aziende più deboli. Né più né meno di ogni settore di occupazione.
Gli argomenti degli editori dei giornali di carta rispetto alla richiesta che simili contributi siano mantenuti o persino aumentati (vedi sotto) perdono quindi ogni credibilità quando si riferiscono ai rischi di limitazione della qualità dell’informazione e del buon funzionamento delle comunità. Perché quei contributi raggiungono prodotti di informazione di ogni genere e contribuiscono a preziosi impegni giornalistici come a deleterie derive di disinformazione e disgregazione sociale. E perché – simmetricamente – quei contributi non raggiungono invece altri prodotti 
di informazione di ogni genere e non contribuiscono a preziosi impegni giornalistici come a deleterie derive di disinformazione e disgregazione sociale. Non esiste infatti una corrispondenza tra giornali di carta e qualità, o tra progetti online e disinformazione; e nemmeno tra giornalismo professionale e accuratezza. E ci sono prodotti ufficialmente giornalistici il cui lavoro quotidiano non produce meno pericoli di quelli di cui vengono accusati abitualmente i social network.
Per non dire della limitazione alla concorrenza – in tempi in cui i giornali di carta sono anche giornali online – determinata da contributi erogati a testate che pubblicano anche su carta, a discapito di quelle che no. E a testimoniare che l’assegnazione di aiuti dipende più da logiche di potere che di attenzione al “pluralismo”, non è un caso che a ottenere maggiore ascolto per le proprie richieste – e a rinnovarle in questi giorni – siano stati finora grandi e ricchi gruppi economici, e non piccole testate cooperative.
Le eventuali agevolazioni fiscali o di altro genere concesse ai giornali di carta sono quindi da prendere in considerazione – e lo sono – solo in quanto sostegni all’occupazione, compresa quella di tutta la filiera, edicolanti e altri compresi. L’informazione di qualità e utile alla democrazia deve essere capace di convincere i propri lettori e lettrici, non i partiti di governo.

Fine di questo prologo.

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