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  • lunedì 18 settembre 2017

L’ISIS è tornato in Libia

Non che se ne fosse mai completamente andato, ma da qualche settimana ha ricominciato a farsi vedere, e potrebbe essere un problema per la sicurezza dell'Europa

Sirte, Libia, 20 settembre 2016 (AP Photo/Manu Brabo)

Dopo poco meno di un anno dalla dura sconfitta subita nella città libica di Sirte, lo Stato Islamico (o ISIS) sta riemergendo in Libia sotto forma di cellule clandestine che operano soprattutto nell’esteso distretto di Giofra, un’area desertica nel centro del paese. Il rafforzamento dello Stato Islamico in Libia è un tema di cui esperti e analisti si occupano da qualche settimana e che oggi è stato raccontato estesamente da un articolo del Wall Street Journal scritto dai giornalisti Hassan Morajea (da Tunisi) e Benoit Faucon (da Londra). È un fenomeno che preoccupa molto le agenzie di intelligence europee, che temono che la Libia possa diventare un punto di partenza per i miliziani del gruppo che vogliono compiere attentati in Europa.

Lo Stato Islamico in Libia era stato dato per sconfitto alla fine dello scorso anno, dopo che le milizie fedeli al governo di accordo nazionale guidato dal primo ministro Fayez al Serraj – cioè l’unico governo libico riconosciuto come legittimo dall’ONU – lo avevano sconfitto a Sirte, una città costiera della Libia centrale. Già allora, però, diversi analisti avevano messo le mani avanti: era troppo presto per cantare vittoria, avevano detto, perché lo Stato Islamico aveva già fatto vedere negli anni precedenti di avere anche la capacità di riemergere dalle sconfitte più dure. Questa tesi si era dimostrata corretta nelle settimane successive. Almeno due degli attentati compiuti in Europa dallo Stato Islamico negli ultimi 10 mesi – quello di Berlino del dicembre 2016 e quello al concerto di Manchester del maggio 2017 – sono stati collegati a una rete clandestina di combattenti dell’ISIS in Libia. Ora la paura è che un ulteriore rafforzamento di queste reti possa rendere più facile il trasferimento dei terroristi in Europa, magari sfruttando le rotte dei migranti che attraversano il Mediterraneo centrale.

Nonostante non sia mai scomparso dalla Libia, il fatto che nelle ultime settimane lo Stato Islamico abbia voluto pubblicizzare la sua presenza in territorio libico è stata una dimostrazione di forza. A metà agosto, per esempio, lo Stato Islamico in Libia ha diffuso il suo primo video di propaganda da sei mesi a quella parte, mostrando dei posti di blocco messi in piedi dai suoi combattenti su una strada di Giofra. Altre zone della Libia dove è stata riscontrata la presenza dello Stato Islamico sono Bani Walid, a ovest di Sirte, e Ghat, vicino al confine tra Libia e Algeria. A fine agosto Daniele Raineri ha scritto sul Foglio:

«Al ritorno dei combattenti corrisponde un aumento dell’attività su internet. Appaiono nuovi canali pubblici sull’applicazione Telegram che promettono “La Guerra è appena cominciata” e altri segreti, quindi non aperti al pubblico, che citano il leader del 2015, il saudita Abdel Qader al Najdi, come se fosse ancora al comando. Il governo libico di Tripoli stima che i baghdadisti libici in questo momento non siano più di mille, da quasi seimila che erano prima della disfatta secondo la media delle stime che circolavano nel 2016, ma trascurarli sarebbe un errore perché hanno già dato prova in altri paesi di essere specialisti nel risorgere dalle ceneri dopo una fase di invisibilità. Forse c’è già chi li sorveglia, perché secondo fonti locali a fine luglio ci sono stati due bombardamenti da parte di aerei non identificati contro lo Stato islamico nell’area di Jufra [cioè Giofra, ndr]

Il Wall Street Journal, citando sue fonti nelle intelligence libiche ed europee, ha scritto che le cellule dello Stato Islamico in Libia agiscono soprattutto fuori dalle città e possono essere formate anche da decine di combattenti. Si finanziano sequestrando i camion commerciali e facendo estorsioni ai danni di coloro che operano nel traffico di esseri umani dalla Libia all’Europa. Tra loro ci sarebbero anche miliziani addestrati a Raqqa per costruire armi, sia da usare in guerra che da impiegare per compiere gli attentati in Europa.

Secondo le stime dell’United States Africa Command, il comando americano responsabile per le operazioni militari statunitensi nel continente africano, oggi in Libia ci sono circa 500 miliziani dello Stato Islamico, molti meno rispetto ai 3mila dei tempi d’oro del 2016, quando l’ISIS controllava Sirte, anche se circolano stime più alte. Diversi miliziani sono arrivati dalla Siria, dove lo Stato Islamico sta subendo una sconfitta militare dopo l’altra e dove ora è in grande difficoltà anche a Raqqa, quella che tempo fa era considerata la capitale dell’ISIS nel paese. Abu Baara al-Ansari, un siriano che fino a giugno apparteneva allo Stato Islamico, ha detto al Wall Street Journal: «Loro [i vertici dell’ISIS] considerano la Libia come la principale porta d’ingresso per l’Europa». Sembra che la rotta usata per arrivare in territorio libico sia quella che passa per la Turchia e il Sudan, il quale condivide a nord-ovest un confine molto poroso con la Libia. Il capo dell’ufficio politico del partito di governo del Sudan, Rabie Abdelaty, ha detto che il suo paese è consapevole della debolezza della frontiera nord-occidentale e che di recente ha rafforzato la presenza militare nella zona per bloccare il passaggio dei terroristi.

Diversi analisti sostengono che lo Stato Islamico stia sfruttando l’instabilità della Libia e le divisioni tra i suoi due principali centri di potere: il governo di Serraj, che ha la sua base a Tripoli, e quello del generale libico Khalifa Haftar, che controlla la Libia orientale. Jalal al Shweidi, membro del Parlamento che fa riferimento alla fazione di Haftar, ha detto a Bloomberg: «La sconfitta dell’ISIS non avverrà senza un reale accordo tra i politici, che siamo molto lontani dall’ottenere. Nel frattempo, tutte le parti stanno usando questi gruppi terroristici per giustificare la loro esistenza». Il problema della stabilizzazione della Libia non riguarda però solo i due principali centri di potere, che fanno riferimento a Serraj e Haftar: riguarda anche le centinaia di milizie che agiscono indisturbate su tutto il territorio libico e che tra le altre cose controllano un pezzo di traffico di migranti verso l’Europa.

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