Gli ultimi “cacciatori di nazisti”

La storia dell'agenzia tedesca che dal 1958 cerca di rintracciare in tutto il mondo gli ultimi nazisti ancora vivi per portarli a processo (anche se oggi hanno 90 anni)

La ricostruzione di una scrivania dell'ufficio centrale per le indagini sui crimini nazisti di Ludwigsburg (THOMAS KIENZLE/AFP/Getty Images)

Il Guardian ha pubblicato un lungo articolo della giornalista Linda Kinstler sulla storia del Zentrale Stelle, l’Ufficio centrale tedesco per le indagini sui crimini nazisti che si trova a Ludwigsburg, a nord di Stoccarda, e sul lavoro che ancora oggi fanno i sei procuratori che ci lavorano. L’ufficio venne creato dal governo della Germania Ovest nel 1958 con l’obiettivo di cercare gli ultimi nazisti viventi che potrebbero essere processati, ma probabilmente resterà aperto ancora per poco: perché qualcuno lo giudica inutile e perché i criminali ancora in vita sono ormai ultranovantenni.

L’Ufficio si trova nell’edificio che un tempo era usato dai nazisti per imprigionare i prigionieri politici: «Sembra ancora di entrare in una prigione; per accedere, si deve passare attraverso un cancello metallico bianco e poi attraverso una seconda porta blindata», scrive Kinstler. Ogni anno, i suoi sei reparti investigativi, ciascuno dei quali è costituito da un unico procuratore, conducono ricerche in tutto il mondo per rintracciare i membri del Terzo Reich. Uno dei procuratori, Jens Rommel, ha 44 anni e viene generalmente definito dalla stampa come “un cacciatore di nazisti”. Lui rifiuta il termine: «Un cacciatore è alla ricerca di un trofeo. Ha un fucile in mano. Io sono un procuratore alla ricerca di assassini e in mano ho un codice penale».

L’Ufficio ha un budget annuale di 1,2 milioni di euro che vengono usati per visitare i siti degli ex campi di concentramento in tutta la Germania e nell’Europa orientale, ma anche per fare ricerche nei vari archivi del Sudamerica. Di fatto, gli investigatori trascorrono la maggior parte del loro tempo a controllare e a ricontrollare nomi e ad analizzare documenti burocratici come le domande per nuove uniformi, richieste di permessi matrimoniali o inventari. Quello che fanno quotidianamente è come una gigantesca operazione sui casi irrisolti: Jens Rommel ha ad esempio spiegato che fa il suo lavoro di oggi nello stesso modo in cui un tempo indagava sui casi di omicidio, avendo però a disposizione come scena del crimine solamente degli archivi. Nel seminterrato del vecchio edificio di Ludwigsburg c’è un archivio in continua espansione in cui sono registrati i nomi di massacri, battaglie, campi di concentramento, delle persone morte e dei testimoni. Si tratta del deposito più completo al mondo dei crimini commessi dai nazisti e anche dei tentativi, dal dopoguerra in poi, di portare quegli stessi responsabili in tribunale.

Chiunque abbia mai testimoniato o addirittura chiunque sia mai stato menzionato durante un processo nazista ha un suo fascicolo, depositato nell’archivio in ordine alfabetico. «Ogni giorno, aggiungiamo nuove carte o le aggiorniamo», ha spiegato Rommel al Guardian. Dell’archivio di Ludwigsburg esiste un’unica copia, riprodotta in microfilm conservata in un luogo segreto. La protezione dell’indice è infatti fondamentale per garantire che niente venga dimenticato e che tutto venga documentato («Un’impresa relativamente nuova nella storia della guerra. Per secoli la maggior parte dei trattati di pace ha cercato di cancellare la memoria della guerra», nota il Guardian»).

GERMANIA

(Documenti contro i criminali nazisti nella mostra permanente presso l’Ufficio centrale per le indagini sui crimini nazisti di Ludwigsburg, – THOMAS KIENZLE/AFP/Getty Images)

Terminato il lavoro di ricerca, la procedura è piuttosto complicata. I procuratori dell’Ufficio centrale scoprono i nomi di circa 30 persone viventi all’anno. I casi vengono successivamente consegnati ai pubblici ministeri regionali della Germania, che di solito trascorrono un altro anno a condurre ulteriori indagini di verifica su quei nomi. Dall’inizio del XXI secolo, questo lavoro enorme ha portato a solo sei processi. Oggi i sospettati più giovani hanno in media 90 anni e la maggior parte di loro era a quel tempo un funzionario di basso livello: si parla spesso di guardie, cuochi, medici, operatori telefonici. I processi, una volta avviati, hanno poi tempi molto lunghi quindi le probabilità di arrivare a una condanna sono davvero molto basse. In Germania è dunque da tempo che i sedici ministri regionali della Giustizia discutono dell’utilità dell’Ufficio: uno di loro ha dichiarato che il 2025 è una possibile scadenza per la chiusura delle indagini. Altri pensano invece che la fine dell’Ufficio centrale sia molto più vicina.

Le basi per arrivare dopo la fine della guerra alla condanna dei criminali nazisti furono poste nel 1943 quando gli alleati si impegnarono a perseguire i criminali di guerra nel paese dove quei crimini erano stati commessi. Le Nazioni Unite istituirono una Commissione di inchiesta con il compito di creare una lista dei criminali di guerra e di facilitare l’azione dei governi in tutto il mondo. La Commissione accusò Adolf Hitler di crimini di guerra, sostenne accuse contro migliaia di tedeschi e contribuì alla condanna di almeno 10 mila persone in circa 2 mila processi. Questi sforzi, già allora, non erano universalmente condivisi. Alcuni parlarono di uno “spreco di tempo spaventoso” (Sir Norman Birkett, giudice britannico nel processo di Norimberga) e in Germania, la stampa fece riferimento a un tentativo di umiliare il paese. Tra il 1945 e il 1949, i tribunali tedeschi della Germania dell’Ovest emisero 4.600 condanne per i crimini nazisti, ma il desiderio di un’amnistia e di voler dimenticare il passato ebbe presto la meglio. La Commissione delle Nazioni Unite venne chiusa, molti dei nazisti condannati nei processi che seguirono Norimberga furono liberati e riabilitati, trovando impiego nella polizia e nell’amministrazione statale.

Nel 1958 si svolse però un processo che ebbe un grande impatto: quello di Ulm, il primo celebrato in Germania contro alcuni uomini delle SS che sterminarono gli ebrei nella Lituania appena occupata. I dieci imputati, arrestati tra il 1956 e il 1957, si erano nascosti dopo la fine della guerra mescolandosi al resto della popolazione, tranne uno che era stato riammesso al servizio della polizia criminale e il più famoso di loro, Fischer-Schweder, che nel 1954 aveva chiesto di essere assunto a Ulm come comandante di un centro per rifugiati dalla DDR: le indagini aperte su di lui portarono alla scoperta della sua vera identità e di coloro che con lui avevano collaborato. A processo concluso, nel settembre del 1958, il procuratore generale di Stoccarda Erich Nellmann parlò della necessità di un cambiamento e di una ricerca sistematica e non più casuale dei responsabili dei crimini. Süddeutsche Zeitung, importante giornale tedesco, scrisse un editoriale intitolato “Noch sind die Mörder unter uns” (“Gli assassini sono ancora tra noi”), e nacque così l’ufficio di Ludwigsburg per l’accertamento dei crimini nazisti, il cui lavoro cominciò il primo dicembre del 1958. L’Ufficio aveva la funzione di raccogliere e di riunire tutte le informazioni necessarie per arrivare a un processo. Questo lavoro proseguì per diversi anni. Poi, a partire dal 2007, una serie di casi significativi lo fecero tornare al centro della discussione.

Nel 2007 un cittadino marocchino, Mounir el Motassadeq, venne riconosciuto colpevole da un tribunale di Amburgo di reati connessi agli attacchi terroristici dell’11 settembre del 2001 contro gli Usa. Per i giudici federali, Motassadeq era colpevole di «complicità in strage» e quella sentenza ebbe conseguenze molto importanti nel perseguire i nazisti e per arrivare alla svolta del 2011 nel sistema giuridico tedesco: prima, per arrivare all’effettiva condanna degli ex nazisti doveva essere provata la responsabilità individuale dell’imputato, dopo il 2011 divenne sufficiente la “partecipazione” in varie forme allo sterminio sistematico. John Demjanjuk, ex guardia al campo di sterminio di Sobibor in Polonia, nel 2011, a 91 anni, venne condannato per più di 28 mila omicidi. Lui morì nel 2012, ma un anno dopo la morte l’Ufficio centrale preparò la “lista di Auschwitz”, con i nomi di 30 persone che vi avevano lavorato e che potevano ora essere immediatamente perseguiti. Così nel 2016 si arrivò ad esempio al processo di Reinhold Hanning, una ex guardia delle SS nel campo di concentramento di Auschwitz, condannato a cinque anni di prigione per le sue responsabilità nell’uccisione di oltre 170mila persone. Hanning è morto a processo di appello ancora in corso nel giugno di quest’anno.

Nel 2016, Rommel ha inviato 30 nuovi casi ai procuratori regionali. Nello stesso anno, Oskar Gröning, un ex nazista di 94 anni soprannominato “il contabile di Auschwitz”, venne giudicato colpevole e condannato a quattro anni di carcere dal tribunale di Lüneburg davanti al quale era sotto processo per essersi reso «complice di almeno 300 mila crimini» commessi ad Auschwitz nel 1944. Oskar Groening divenne anche la prima persona nell’elenco di Auschwitz ad essere condannata in modo definitivo. Ma il suo nome era già presente sulla lista finale della Commissione delle Nazioni Unite: quando questa venne chiusa nessuna delle potenze alleate fornì all’Ufficio centrale tedesco una copia di quella documentazione. Poi, nel 2005, l’ex “contabile di Auschwitz” accettò di essere intervistato da un settimanale tedesco e parlò del proprio lavoro. All’epoca, l’Ufficio centrale passò l’articolo ai procuratori locali, ma né l’autorità giudiziaria né i tribunali decisero di procedere. Dopo la sentenza Motassadeq, tuttavia, la condanna di Gröning divenne possibile.

Durante la storia recente della Germania, l’esistenza e il lavoro dell’Ufficio centrale sono stati molto importanti per la rielaborazione collettiva del proprio passato, ma ancora oggi l’opinione pubblica sul suo operato è ambivalente. C’è chi considera con rispetto il lavoro dell’Ufficio, ma c’è chi si oppone a ulteriori indagini sui crimini di guerra tedeschi o mette in dubbio l’utilità di incarcerare un novantenne. La questione se i processi nazisti debbano continuare nonostante le probabilità sempre più scarse di successo supera però il lavoro stesso dell’ufficio: «Quanto deve fare la Germania per rendere giustizia ai propri crimini precedenti?» spiega ad esempio Devin Pendas, storico del Boston College: «E per quanto tempo deve portare avanti questi sforzi?». Negli ultimi tempi l’Ufficio è stato nuovamente accusato di svolgere un lavoro inutile e costoso che ha comportato spedizioni e ricerche negli archivi di diversi paesi come ​​Brasile, Perù, Cile, Argentina e Paraguay che hanno portato a risultati poco concreti (è stato ad esempio identificato un ex medico di un campo di concentramento scappato in Perù che però era già morto). Nel 2015, Die Welt ha scritto un articolo in cui accusava «i cacciatori di nazisti» di essere andati in vacanza in Sudamerica. «Il punto del nostro lavoro» ha però spiegato un procuratore dell’Ufficio al Guardian «non è sempre quello di portare qualcuno davanti a un giudice, ma anche quello di chiudere un archivio e di dire: ecco, ora lo sappiamo».

Il valore del lavoro dell’Ufficio, conclude il Guardian, ha forse trovato un nuovo senso con l’aumento dei movimenti populisti di destra, come Alternativa per la Germania (AfD), che potrebbe diventare il terzo più grande partito nel parlamento tedesco dopo le elezioni del prossimo settembre. All’inizio di quest’anno, un politico dell’AFD ha chiesto esplicitamente di farla finita con l’espiazione dei crimini nazisti. E nel 2015, con la crisi dei rifugiati, l’Ufficio centrale ha ricevuto e-mail e lettere da simpatizzanti nazisti e di estrema destra che protestavano contro il loro lavoro. Eppure, «il fatto stesso dell’esistenza dell’Ufficio centrale è una testimonianza della gravità e della portata di quei crimini: è un ricordo di quanto questo paese, ma anche altri, siano minacciati dall’insorgere del nazionalismo reazionario», scrive Linda Kinstler.

Mostra commenti ( )