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  • sabato 26 agosto 2017

La Guardia costiera libica non esiste

di Luca Misculin – @lmisculin

La forza di sicurezza che dovrebbe pattugliare 600 chilometri di costa libica e fermare i migranti è un'accozzaglia di milizie e personaggi ambigui, ed è un problema

(TAHA JAWASHI/AFP/Getty Images)

L’8 febbraio di quest’anno nel porto della Valletta, la capitale di Malta, c’era una certa agitazione. Su una delle banchine c’erano decine di persone in divisa. Per terra, risaltava un tappeto rosso: era stato steso per accogliere alcuni politici molto importanti, fra cui il primo ministro maltese Joseph Muscat, il ministro della Difesa italiano Roberta Pinotti e l’Alto commissario agli Affari Esteri dell’Unione Europea Federica Mogherini.

Tra gli eventi in programma c’era la consegna dei diplomi di fine-corso a 78 agenti della Guardia costiera libica, addestrati per circa tre mesi nelle attività di pattugliamento e soccorso all’interno dell’operazione Sophia, la missione militare dell’Unione Europea per combattere il traffico di migranti nel Mediterraneo. Uno dei momenti più importanti della cerimonia è stato il discorso di Mogherini, che in quelle settimane – insieme al governo italiano – si stava dando molto da fare per legittimare il governo di unità nazionale libico, quello guidato dal primo ministro Fayez al Serraj, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale che però ancora oggi fatica ad estendere il suo potere al di fuori di Tripoli: «Oggi voltiamo pagina, e accogliamo l’inizio di una nuova era dei rapporti fra l’Unione Europea e la Libia», ha detto Mogherini, partendo dall’idea che solo rafforzando il governo di Serraj e aiutando la Marina militare e la Guardia costiera libica sia possibile interrompere il flusso di migranti dal Nord Africa, che dal 2016 ad oggi ha causato l’arrivo di quasi 300mila migranti e la morte di molte migliaia nel tentativo di traversata.

Sì, ma quando si parla di Guardia costiera libica, a cosa ci si riferisce?

I giornali italiani e internazionali hanno raccontato in diverse occasioni di incidenti e violazioni di diritti umani da parte degli agenti libici; hanno raccontato di speronamenti e colpi di armi da fuoco verso le navi delle ONG che soccorrono i migranti, ma anche di maltrattamenti subiti dai migranti colpiti con armi da fuocofruste e bastoni. L’aggressività della Guardia costiera libica – che è stata anche uno dei principali motivi per cui molte delle ONG coinvolte nei soccorsi hanno sospeso le loro attività – non è comunque un fenomeno così recente.

In un rapporto di inizio giugno commissionato dall’ONU e relativo alla transazione politica in Libia (PDF), si denuncia il fatto che la Guardia costiera libica «sia direttamente coinvolta in gravi violazioni dei diritti umani» dei migranti, insieme alle reti dei trafficanti e ai gestori dei centri di detenzione per migranti (dove i diritti umani vengono sistematicamente violati). Nei casi più gravi, le operazioni della Guardia costiera sembrano confondersi con quelle delle milizie armate, che secondo Nancy Porsia, giornalista esperta di Libia, fanno parte di un sistema che «permea tutta la struttura della società» libica.

Il ruolo di queste milizie è diventato così rilevante che alcuni analisti ipotizzano persino che non esista un solo corpo di Guardia costiera, ma due, tre, oppure tante quante sono le milizie che controllano le città costiere. Nessuna di loro, nemmeno quella più legata al governo di unità nazionale, controlla più di qualche decina di chilometri di costa. Quindi, quando si dice di addestrare la Guardia costiera libica, chi si sta addestrando esattamente?

Primo problema: quante sono le guardie costiere?
Buona parte delle navi e delle attrezzature di quella che era la Guardia costiera libica sono state distrutte durante la Guerra civile del 2011 che portò alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Da allora la Libia non si è più ripresa, in tutti i sensi: oggi il suo territorio è controllato da almeno due governi diversi – quello di Serraj, a ovest, e quello del generale Khalifa Haftar, ad est, appoggiato fra gli altri da Russia ed Egitto – e negli anni è stato infiltrato in più zone da vari gruppi jihadisti, fra cui lo Stato Islamico e gruppi legati ad al Qaida.

mappa libia economist Una mappa della situazione in Libia dell’Economist, aggiornata a maggio

Il problema più grave oggi è che manca un governo centrale che sia in grado di controllare il territorio libico: «A ricaduta, tutte le istituzioni risentono di questa decentralità del potere», ha spiegato al Post Gabriele Iacovino, capo degli analisti del Centro Studi Internazionali (CeSI) ed esperto di Libia. Iacovino ha aggiunto: «Per quanto riguarda poi le istituzioni che afferiscono all’ambito della difesa e della sicurezza, come anche la Guardia costiera, stiamo parlando di potentati locali: milizie più o meno organizzate che rispondono a poteri locali».

Per questo è difficile stimare oggi quante siano le forze di sicurezza libiche che si definiscono come “Guardia costiera”. Alcuni analisti stimano che fuori da Tripoli ce ne sia una per ogni città della costa. Mattia Toaldo, analista dell’European Council on Foreign Relations (ECFR) ed esperto di Libia, ne conta tre. Tutte queste analisi comunque concordano su una cosa: c’è un corpo centrale apparentemente controllato dal governo di Tripoli, quello di Serraj, a sua volta alleato ad una serie di milizie, fra cui quelle che controllano le vicine città di Zuwara o Sabratha, dove si sono concentrate molte delle partenze di migranti negli ultimi anni.

In una recente audizione alla Camera, Stefano Screpanti, generale della Guardia di Finanza, ha detto che le partenze dei barconi di migranti dalla Libia si concentrano tra Zuwara e Sabratha, due città costiere che distano fra loro circa 40 chilometri. Accanto a Sabratha c’è Zawiyah, un altro porto molto utilizzato dai trafficanti. Tutti questi territori si trovano a meno di due ore di auto da Tripoli, dove ha sede il governo di Serraj.

tratto libia

È per questo che, nonostante la confusione, il governo italiano e le autorità europee hanno scelto di collaborare con la Guardia costiera di Tripoli, di fatto legittimandola rispetto alle altre. Tutti gli agenti che hanno ricevuto l’addestramento nell’ambito dell’operazione Sophia sono stati infatti segnalati dal governo di Serraj.

L’Italia e la Guardia costiera di Tripoli
Fino a poco tempo fa, la Guardia costiera di Tripoli disponeva di pochissimi mezzi e competenze per fare il suo lavoro in maniera efficace. A marzo di quest’anno Rida Aysa – un uomo che si è identificato come il capo della Guardia costiera libica, ma che ai giornali italiani risulta comandare solo gli agenti che lavorano nei territori attorno a Tripoli – ha riferito a Politico alcune cose interessanti; per esempio ha detto che la “sua” Guardia costiera di fatto non esisteva: «non abbiamo risorse», ha raccontato, aggiungendo che tre navi di media grandezza e tre gommoni – cioè l’attrezzatura che aveva in dotazione in quel momento – non erano assolutamente sufficienti per fare il proprio lavoro.

Il governo di Serraj lo aveva fatto presente alle autorità italiane ed europee almeno un anno fa: da allora sono stati presi diversi provvedimenti per addestrare e fornire attrezzatura al corpo libico. Fra il 2016 e il 2017 si è tenuto il primo corso di addestramento, quello per gli 89 ufficiali e gestito dall’operazione europea Sophia. In aprile altri 39 militari fra Guardia costiera e Marina militare libica sono stati addestrati dalla Guardia di finanza italiana ad utilizzare dieci motovedette danneggiate durante la guerra civile, riparate in Italia e poi riportate in Libia nell’aprile 2017. Finora sembra ne siano state restituite quattro: non si sa se vengano effettivamente utilizzate né che fine abbiano fatto le altre sei. Il ministero degli Interni non ha risposto a una richiesta di chiarimento fatta dal Post.

In marzo si era parlato di un piano da almeno 800 milioni di euro per soddisfare le richieste del governo di Serraj. Per il momento siamo molto lontani da quelle cifre: a luglio la Commissione Europea ha stanziato 46 milioni di euro con l’obiettivo di «potenziare le attività della guardia di frontiera e della Guardia costiera libica», ma non è chiaro se questi soldi siano stati già spesi. Al momento sembra che l’Italia abbia scelto un’altra strada rispetto ai finanziamenti milionari, e cioè quella della stretta collaborazione con la Guardia costiera legata al governo di Tripoli. Fra fine luglio e inizio agosto è stata approvata una nuova missione in Libia, che prevede soprattutto un appoggio alla Guardia costiera (quella di Tripoli, sembra). Materialmente, si parla dell’invio di una nave e di alcuni uomini, che dovrebbero poter intervenire solo durante le operazioni di soccorso: di fatto, secondo alcuni praticando dei respingimenti di persone, considerati illegali dal diritto internazionale.

Allo stesso tempo l’Italia sta provando a far diventare sempre più indipendente la Guardia costiera di Tripoli: c’è l’idea di realizzare a Tripoli due centri operativi per il soccorso in mare e il contrasto all’immigrazione, e la volontà di lasciare sempre più spesso il coordinamento dei soccorsi alle autorità locali. Il 17 agosto, ha scritto Annalisa Camilli di Internazionale, «la centrale operativa della Guardia costiera di Roma ha ordinato alla nave Phoenix del Moas di coordinarsi con la Guardia costiera di Tripoli, prima di intervenire in soccorso di due imbarcazioni in difficoltà con 235 persone a bordo. È stata la prima volta dall’inizio dei soccorsi in mare nel 2013 che la Libia ha assunto il comando delle operazioni».

Fuori da Tripoli
C’è poi un altro problema con le varie Guardie costiere libiche: il loro coinvolgimento in attività violente e illegali. Eugenio Cusumano, docente di Relazioni internazionali all’università di Leida (Pesi Bassi) ed esperto di ONG e soccorsi in mare, ha detto: «In Libia è difficile capire chi è chi». Una persona che appartiene a una milizia può occuparsi alternativamente di combattere i propri nemici, pattugliare il mare ed esercitare funzioni di polizia; oppure svolgere varie attività per arricchirsi, anche illegali. Il caso più significativo è quello di Abd al-Rahman Milad, 31 anni, capo della Guardia costiera di Zawiyah, citato in un rapporto consegnato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e al centro di una lunga inchiesta di Nancy Porsia.

Nel 2011 al Milad – più noto col suo nome di guerra, al Bija – lasciò l’accademia navale per unirsi ai ribelli che volevano rovesciare il regime di Gheddafi. Durante la guerra, la tribù a cui appartiene riuscì ad impadronirsi dei pozzi di petrolio di Zawiyah e al Bija divenne capo della Guardia costiera locale e cominciò a collaborare con i trafficanti locali di esseri umani. Ancora oggi tutti i trafficanti di Zawiyah sono tenuti a cedere ad al Bija una percentuale delle loro entrate: quelli che non pagano, racconta Porsia, «vengono intercettati dalla sua “guardia costiera”, che ruba loro i motori e lascia le barche piene di migranti in mezzo al mare, oppure li riporta nel centro di detenzione Al Nasser di Zawiyah, sempre di proprietà della tribù di al Bija».

Non sappiamo esattamente quali siano i rapporti fra al Bija e la Guardia costiera di Tripoli: Porsia dice che il comando centrale di Tripoli «non è riuscito a portare Zawiyah sotto la propria autorità», ma parlando col Washington Post un portavoce della Marina militare di Tripoli – che a volte viene citato anche come portavoce della Guardia costiera – ha difeso il lavoro di al Bija, spiegando che i suoi uomini sono fra i più attivi nelle “missioni di soccorso e di interruzione del flusso clandestino” e che per questo lo stesso al Bija “ha molti nemici”.

Quello di al Bija è l’unico caso noto di sovrapposizione di ruoli fra Guardia costiera, trafficanti e milizie armate, ma alcune informazioni fanno pensare che non sia il solo. Un’inchiesta di Reuters pubblicata il 21 agosto ha raccontato dell’esistenza nella città di Sabratha di un gruppo armato composto da centinaia di persone, fra cui poliziotti e gente armata, che stanno cercando di impedire le partenze dei barconi dal porto locale, e che riportano in porto i gommoni di migranti trovati in mare. Secondo una fonte di Reuters, questo gruppo sta cercando di legittimarsi e ottenere dei finanziamenti dal governo di Tripoli (forse nel tentativo di creare un ulteriore corpo simile alle varie altre Guardie costiere). Fra le altre cose, le sue attività potrebbero essere fra le ragioni della diminuzione degli sbarchi dei migranti delle ultime settimane.

Cusumano ipotizza che finora – o meglio, fino alla diminuzione degli sbarchi – alcune Guardie costiere venissero “sistematicamente pagate” dai trafficanti per chiudere un occhio sui loro traffici.

«Vanno puniti»
Il gruppo di al Bija non è famoso solamente per le sue varie attività, ma anche per la violenza con cui la sua Guardia costiera tratta i migranti che “soccorre”. Uno dei suoi agenti ha detto al Washington Post che i migranti «vanno puniti, per farli calmare», perché altrimenti «possono ucciderci». Una fonte di Porsia ha riconosciuto lo stesso al Bija in un video pubblicato dal Times di Londra a febbraio di quest’anno, in cui si vede un agente della Guardia costiera di Zawiyah picchiare un migrante su un barcone appena “soccorso” con una grossa corda usata come frusta. Gli uomini di al Bija, comunque, non sono gli unici a praticare violenze del genere.

La stessa scena è presente nel documentario “Libya’s Migrant Hell”, andato in onda quest’anno sulla tv britannica Sky 1. Al Bija è l’uomo vestito con la tuta mimetica e il cappello, inginocchiato sul bordo del barcone

L’incidente più grave di cui viene accusata la “Guardia costiera libica” – o meglio di un gruppo che si definì come tale, senza però identificarsi in maniera più precisa – risale all’ottobre 2016, quando l’equipaggio di una nave libica attaccò dei migranti su un barcone, picchiandoli con dei bastoni: secondo l’ONG tedesca Sea-Watch, quattro migranti morirono affogati. Le ONG raccontano spesso di violenze simili durante i loro incontri con persone che si identificano come “Guardia costiera”. In un rapporto (PDF) pubblicato della missione ONU in Libia a dicembre si leggeva:

I migranti, così come i rappresentanti delle ONG che compiono operazioni di soccorso, hanno raccontato di incontri pericolosi e potenzialmente mortali con uomini armati che si ipotizza lavorino per la Guardia costiera libica. Dopo essere stati fermati, i migranti vengono spesso picchiati, derubati e portati nei centri di detenzione o in case o fattorie private, dove sono soggetti a lavori forzati, stupri e altre violenze di natura sessuale.

Schermata 2017-08-22 alle 15.33.25 Intervistato da France24 durante il corso tenuto nell’ambito dell’operazione Sophia, uno degli agenti ha detto: «La lezione sui diritti umani è stata molto interessante. Ci hanno spiegato delle cose che non sapevamo»

A inizio luglio Avvenire aveva scritto che la Guardia costiera che fa riferimento al governo di Tripoli era finita nell’indagine che la Corte Penale Internazionale sta conducendo dal 2011 sui crimini contro l’umanità compiuti in Libia dalla guerra civile in poi, ma la notizia non è stata confermata ufficialmente.

E le ONG?
L’aggressività e la violenza delle varie Guardie costiere si è concentrata di recente anche sulle ONG. A maggio, Sea-Watch ha raccontato che una sua nave è stata quasi speronata da un’imbarcazione di ufficiali libici, prima che potesse raggiungere un’imbarcazione di migranti. L’8 agosto, l’ONG spagnola Proactiva Open Arms ha raccontato di aver ricevuto alcuni spari di avvertimento da parte di una nave delle autorità libiche.

Ad oggi sono pochissime le navi delle ONG rimaste a compiere operazioni di soccorso al largo della Libia: fra le più importanti, ci sono solo MOAS e Sos Méditerranée. «Quando sei in mare aperto sei assolutamente vulnerabile», spiega Cusumano: in caso di un attacco armato di uno dei corpi di Guardia costiera libici, gli equipaggi delle ONG non possono fare molto, dato che a bordo non ospitano persone armate. Il 17 agosto il ministero degli Interni italiano, cioè dello stesso paese che ha addestrato agenti della Marina libica e della Guardia costiera, ha avvertito del “possibile rischio” di sicurezza a lavorare nelle acque che il governo di Tripoli ha rivendicato, dato che “le autorità libiche hanno manifestato minacce nei confronti di tutte le unità ONG”.

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