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  • lunedì 7 agosto 2017

Grandi storie di atleti italiani ai Mondiali

Ai Mondiali di atletica di quest'anno vinceremo pochissime medaglie o nessuna; ma una volta eravamo forti

(Michael Steele/Getty Images)

Anche quest’anno, come già accaduto nella scorsa edizione, c’è il rischio concreto che la Nazionale italiana non vinca nessuna medaglia ai Mondiali di atletica leggera, in corso in questi giorni a Londra. Uno degli atleti più forti della squadra, il maratoneta Daniele Meucci, è arrivato solo quinto: le ultime speranze di medaglia sono affidate a Gianmarco Tamberi e Alessia Trost, che gareggiano entrambi nel salto in alto. Da qualche tempo l’atletica leggera italiana fatica a produrre velocisti, saltatori o lanciatori di alto livello, ma fino a qualche anno fa le cose erano diverse: dal 1983 al 2013, cioè dalla prima edizione dei Mondiali fino alla penultima, l’Italia ha ottenuto 39 medaglie, alcune delle quali sono state accompagnate da prestazioni eccezionali. Ne abbiamo raccolte alcune, per consolarci della penuria degli ultimi tempi.

Nel 1999 Fabrizio Mori aveva 30 anni ed era arrivato quasi al termine di una discreta carriera, in una specialità – i 400 metri a ostacoli – dove la Nazionale italiana non aveva mai avuto una grande tradizione. Era stato tre volte campione nazionale, e fra 1996 e 1997 aveva raggiunto sia la finale dei Mondiali sia delle Olimpiadi di categoria. Ai Mondiali del 1999 arrivò in ottime condizioni: vinse la sua batteria e fu battuto per dieci centesimi in semifinale, dove inizialmente fu squalificato per essere uscito dalla sua corsia. La Nazionale fece ricorso e Mori riottenne l’accesso in finale.

Vincere una medaglia sembrava però molto complicato: quasi tutti gli atleti erano più quotati di lui, e già in qualificazione avevano realizzato tempi vicini ai 48 secondi (cioè buoni per una medaglia). Mori partì piuttosto lentamente, come suo solito, e rimontò tre avversari nell’ultimo rettilineo: finì la corsa al primo posto in 47 secondi e 72 centesimi, record stagionale di categoria e nuovo record italiano. Due anni dopo, ai Mondiali di Edmonton, corse ancora più veloce ma fu battuto da Félix Sánchez, leggendario ostacolista dominicano che avrebbe dominato la categoria fino a Londra 2012. Mori ad oggi è l’unico italiano ad aver vinto una medaglia ai 400 ostacoli ai Mondiali, e uno dei rari atleti bianchi ad aver vinto il titolo.

Andrew Howe aveva stupito un po’ tutti quando scelse di concentrare i suoi sforzi sul salto in lungo: ai Mondiali Juniores di Grosseto del 2004 aveva vinto l’oro nei 200 metri con un tempo molto promettente, di poco superiore ai 20 secondi, in una categoria dominata da giamaicani e statunitensi. Sembrava potesse diventare uno dei velocisti più forti al mondo, ma preferì lasciar perdere le gare di corsa (che praticò solo saltuariamente in meeting e campionati italiani). Nei primi anni la scelta pagò eccome. Nel 2006 vinse l’oro agli Europei saltando 8,20 metri. La gara della vita però la fece ai Mondiali di Osaka, nel 2007: dopo aver passato i primi turni fuori dalla zona medaglie, al quinto ultimo turno saltò 8 metri e 48 centimetri, una misura che ancora oggi permetterebbe di ottenere una medaglia alle Olimpiadi. Dopo il salto Howe esultò come se avesse vinto, ma all’ultimo salto fu superato dal panamense Irving Saladino, che fece registrare il record sudamericano. Fu il punto più alto della carriera di Howe, che negli ultimi anni si è perso fra infortuni e problemi vari.

In un’altra disciplina in cui la Nazionale non ha mai avuto una vera tradizione, il salto con l’asta, l’atletica italiana ha avuto un solo fenomeno: Giuseppe Gibilisco, che ai Mondiali del 2003 ad appena 24 anni fece registrare nella stessa gara per due volte il primato italiano. Nell’ultimo turno arrivò fino a 5 metri e 90 centimetri, 15 centimetri più in alto del precedente record, riuscendo a vincere l’oro. Gibilisco aveva lo stesso allenatore dei due atleti più forti nel salto con l’asta della storia, Sergey Bubka e Yelena Isinbayeva: in carriera ottenne anche un bronzo olimpico ad Atene 2004 e un oro ai Giochi del Mediterraneo del 2013, ormai a fine carriera.

Nel 1983, alla prima edizione dei Mondiali di atletica, l’Italia ottenne un’unica medaglia d’oro: la vinse Alberto Cova nei 10mila metri. Cova arrivò alla gara da campione europeo in carica, ma non era fra i favoriti: lo era invece il finlandese Martti Vainio, che correva in casa. La gara fu molto lenta, e verso la fine Cova sembrò molto stanco. Iniziò il rettilineo finale in quinta posizione: verso i cinquanta metri si staccò all’esterno e passò i quattro avversari davanti a lui, vincendo al fotofinish. Il telecronista italiano Paolo Rosi ne fu talmente sorpreso che si limitò ad urlare «Cova! Cova! Cova! Cova!». Cova riuscì anche a vincere la medaglia d’oro alle successive Olimpiadi di Los Angeles, nel 1984.

Fiona May è stata l’atleta italiana più famosa e rappresentativa degli anni Novanta: ha vinto tutto quello che c’era da vincere e più tardi ha girato spot, dato centinaia di interviste e partecipato a Ballando con le stelle. Al Mondiale del 2001 – il sesto della sua carriera – ci arrivò a 32 anni, un’età in cui molte delle atlete del salto in lungo sono già passate a fare le allenatrici. May fece una gara perfetta, saltando sempre più in là: 6.86 al primo salto, 6.97 al secondo – dopo il quale zittì il pubblico che stava già esultando – e 7.02 all’ultimo salto, che le fece vincere l’ultima medaglia d’oro della sua carriera in un importante torneo internazionale.

La Nazionale italiana ha sempre avuto una grande tradizione nella maratona, ma nessun atleta è mai riuscito a vincere quella dei Mondiali. Negli anni, comunque, diversi atleti sono riusciti a fare ottime prestazioni. Ieri Daniele Meucci è arrivato molto vicino al podio – ha finito in quinta posizione – ma altri prima di lui avevano fatto ancora meglio: Gelindo Bordin ottenne un bronzo nel 1987, l’anno prima di vincere l’oro alle Olimpiadi di Seul. Nel 1999 Vincenzo Modica arrivò secondo, a soli 30 secondi dallo spagnolo Abel Antón. Anche Stefano Baldini, campione olimpico del 2004, non ha mai vinto l’oro ma è arrivato per due volte terzo (nel 2001 e nel 2003).

I Damilano sono una famiglia di marciatori: Giorgio fu campione italiano nel 1979, Sandro è considerato uno dei migliori allenatori al mondo – è stato fra le altre cose responsabile del settore marcia della nazionale cinese e allenatore di Alex Schwazer – ma il più famoso dei tre fratelli è Maurizio Damilano, campione olimpico della 20 chilometri a Mosca 1980 e unico italiano ad aver vinto due Mondiali consecutivi, nel 1987 – a Roma, in casa – e nel 1991. L’ultimo tratto di gara dei Mondiali del 1987 fu particolarmente emozionante: Damilano arrivò in testa allo Stadio Olimpico di Roma e fu accompagnato per tutto il giro di pista da un tifo assordante.

Ai Mondiali di Roma del 1987 l’Italia ottenne una sola altra medaglia d’oro: quella di Francesco Panetta nei 3.000 siepi, che arrivava dall’argento agli Europei del 1986. Il 1987 fu l’anno migliore della sua carriera: dominò la gara dei 3.000 siepi, facendo anche il nuovo record italiano, e sei giorni prima era arrivato secondo nei 10.000 metri, in una specialità tradizionalmente dominata dagli atleti dell’Africa centrale.

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