Se ti è piaciuta quella, guarda quest’altra

“Ho finito Lost/House of Cards/Girls, cosa guardo adesso?”: provate con queste serie non troppo famose, che ne ricordano altre che già conoscete

È successo a tutti, almeno una volta, di trovarsi in mezzo a una conversazione che inizia con le parole “ho appena finito di vedere” seguite dal nome di una serie tv che è molto piaciuta e dalla descrizione del dispiacere provato nel non poterne più vedere altri episodi. Nel migliore dei casi queste conversazioni proseguono con qualcuno che, dopo aver sentito questo lamento, capisce che è in realtà una richiesta di aiuto, la manifestazione di un chiaro bisogno: trovare una nuova serie tv alla quale appassionarsi. Che siate stati consigliati o consiglianti, abbiamo provato a trovare qualche serie che, per vari motivi, potrebbe piacere a qualcuno a cui ne sono piaciute altre. Non sono uguali in tutto e per tutto e non sono belle uguali, perché sono serie diverse. Grazie a qualche sito che, tra le altre cose, offre consigli di questo tipo – ma soprattutto grazie a tante chiacchiere fatte negli anni – ci abbiamo provato. Poi i gusti sono gusti; e ancora peggio sono i gusti quando si tratta di mettere in relazione due diverse serie tv. La sezione commenti esiste per questo.

Se vi è piaciuta Making a Murderer, provate L’ombra della verità

Le serie-documentario che raccontano storie vere pazzesche, spesso piene di dubbi e mezzi misteri, vanno particolarmente forte da qualche anno. Ce ne sono molte e in genere quasi nessuna sembra essere riuscita a farsi apprezzare quanto Making a Murderer, la serie Netflix che racconta la storia di Steven Avery, un uomo del Wisconsin condannato nel 1985 per stupro e scagionato 18 anni dopo per la prova del DNA. Se già avete provato anche con S-Town (che non è una serie tv, ma sta comunque in questo campionato) e The Keepers  (sulla storia dell’omicidio irrisolto di una suora di Baltimora, nel 1969)ci sono buone possibilità che non conosciate – e che vi possa piacere – L’ombra della verità (Shadow of Truth, in inglese): una serie-documentario israeliana che «indaga sul brutale assassinio di una tredicenne israeliana nel 2006 e sulla conseguente condanna di un immigrato ucraino». È su Netflix ed è fatta da quattro episodi: la si finisce in meno di tre ore.

Se vi è piaciuta House of Cards, provate Billions

Un tempo se ne parlava di più, di House of Cards. La quinta stagione – su Netflix da fine maggio – sembra essere piaciuta meno e se ne è quindi parlato di meno. Qualcuno ha dato la colpa a Donald Trump e ha tirato in ballo quella vecchia storia della “realtà che supera la fantasia”, o della fantasia che per superare la realtà finisce per esagerare. Ma è comunque una serie importante, costosa, con grandi attori (“da cinema”, si diceva ai tempi della prima stagione) e una sceneggiatura intrigante. Non parla di politica, ma anche in Billions ci sono una sceneggiatura sopra la media e alcuni attori “da cinema”: su tutti Paul Giamatti, che interpreta un procuratore generale che indaga su un manager, interpretato da Damian Lewis. La trasmette Sky Atlantic.

Se vi è piaciuta Breaking Bad, provate Weeds

Ok, ok, non c’è più stato niente di vagamente simile a Breaking Bad, dopo Breaking Bad. Chi sperava in Better Call Saul si è ritrovato con una cosa molto diversa (che a qualcuno è piaciuta comunque molto). Sostituirla con qualcosa di altrettanto coinvolgente ed emozionante non è facile (pure Breaking Bad ne aveva avuti di episodi un po’ lenti, anche se ora glieli perdoniamo), ma c’è una serie che forse vi siete persi e che ha delle premesse simili, sviluppate in modo completamente diverso. Weeds è andata in onda su Showtime tra il 2005 e il 2012 – quindi prima di Breaking Bad – e racconta di una donna che comincia a vendere marijuana per mantenere i suoi due figli, dopo che il marito muore per un attacco di cuore. Anche in questo caso, le cose degenerano, e la protagonista – cioè Mary-Louise Parker – finisce in mezzo a un business molto più grande di quello da cui era partita. L’ha creata Jenji Kohan, cioè quella di Orange is The New Black (che è simile, per come mischia comedy e drama) e GLOW.

Se vi è piaciuta Desperate Housewives, provate Big Little Lies

Diciamolo subito: è praticamente impossibile trovare qualcuno che vi dica che Desperate Housewives sia una serie migliore di Big Little Lies. La prima era una serie interessante nell’approccio e con alcune buone attrici (Eva Longoria, a doverne scegliere solo una); della seconda si è parlato come di una delle migliori serie dell’anno, e tra le attrici ci sono Nicole Kidman, Reese Witherspoon, Laura Dern, Shailene Woodley e Zoë Kravitz. In entrambe ci sono però donne protagoniste, alcune di loro casalinghe, e in entrambe c’è un omicidio. In più, tutti e sette gli episodi di Big Little Lies sono diretti da Jean-Marc Vallée, il regista di Dallas Buyers Club e Wild. La prima e per ora unica stagione della serie, tratta da un omonimo romanzo di Liane Moriarty, è andata in onda su Sky Atlantic. Potrebbe arrivare anche una seconda stagione, ma per ora non se ne sa molto.

Se vi è piaciuta The Newsroom, provate Studio 60

La prima non è poi così famosa in Italia, ma non ditelo al direttore o a gran parte della redazione del Post. La seconda è ancora meno nota ma è facile dire perché possa piacere a quelli a cui è piaciuta The Newsroom: è scritta, anche questa, da Aaron Sorkin e parla della troupe che scrive e gira un programma comico simile al Saturday Night Live. È una grande descrizione di come funziona la televisione americana, con i dialoghi brillanti e fitti (come ogni cosa scritta da Aaron Sorkin). Molte persone che la televisione americana l’hanno fatta e la fanno, a dire il vero, hanno detto che non è per niente realistica: soprattutto perché nella serie è evidentemente esagerata la rilevanza di una trasmissione di varietà nell’attualità statunitense. Dura una sola stagione e fu trasmessa tra il 2006 e il 2007: sono 22 episodi e per vederli tutti ci vogliono circa 17 ore.


Se vi è piaciuta Bojack Horseman, provate Rick and Morty

La prima ha per protagonista un cavallo alcolizzato e depresso, che in passato era stato protagonista di una popolare sitcom ma che all’inizio della serie è in una crisi di mezza età, dovuta anche al fatto che nessuno sembri interessarsi a lui. È stata apprezzata per come parla di depressione ma è, allo stesso tempo, una serie animata (sarebbe stato difficile, altrimenti, visto che il protagonista è un cavallo) che fa ridere, certe volte in modo particolarmente cinico. Se vi piacciono le cose d’animazione fatte per far ridere gli adulti, un’interessante alternativa è Rick and Morty: una specie parodia di Ritorno al Futuro. La terza stagione è ancora inedita in Italia.

Se vi è piaciuta Silicon Valley, provate Halt and Catch Fire

Quando uscì la prima stagione di Silicon Valley (che ora è alla quarta, trasmessa su Sky Atlantic) qualcuno la paragonò a The Big Bang Theory. Le serie sono in realtà molto diverse: per il tipo di comicità e per come sono nerd (o geek o la parola che preferite) i loro protagonisti. Oltre che per le battute, Silicon Valley si è però fatta notare per come la racconta bene, la Silicon Valley, la famosa zona nei pressi di San Francisco, in California, dove hanno sede moltissime startup e società di tecnologia. È quindi forse più simile ad Halt and Catch Fire, una serie di tre stagioni ambientata negli anni Ottanta e parla, più o meno, di come tutte quelle cose che usano e conoscono i protagonisti di Silicon Valley furono inventate e perfezionate negli anni Ottanta. Anche Halt and Catch Fire è piena di cose tecniche e, soprattutto, di difficoltà imprenditoriali di vario tipo.

Se vi è piaciuta Orange is the New Black, provate GLOW

La prima la conoscete: l’ha ideata Jenji Kohan, è arrivata alla quinta stagione ed è, forse insieme solo ad House of Cards, il miglior colpo fatto da Netflix quando ancora doveva diventare quello che è ora. Dopo aver visto GLOW – la recente serie Netflix sul wrestling femminile  – Sophie Gilbert dell’Atlantic ha scritto che Ruth, la protagonista interpretata da Alison Brie, assomiglia molto a Piper di Orange is the New Black perché entrambe sono, o almeno sembrano, «serie, presuntuose e interessate solo a loro stesse». Aisha Harris di Slate ha scritto che in entrambe le serie «una donna giovane, bianca e attraente è il cavallo di Troia usato per accompagnare poi lo spettatore in una serie di sotto-trame e personaggi di vario tipo». Daniel Fienberg di Hollywood Reporter ha scritto che si tratta in entrambe le serie di un cast quasi solo femminile e dell’esplorazione di uno spazio tipicamente associato agli uomini: la prigione o il ring. Se poi non vi fidate dei giornalisti, sappiate che Liz Flahive e Carly Mensch – le ideatrici di GLOW – hanno visto un documentario sul wrestling femminile e prima ancora di mettersi a scrivere la serie hanno chiamato Jenji Kohan per proporle di collaborare. Lei ha accettato ed è diventata produttrice esecutiva della serie.

Se vi è piaciuta The Knick, provate Taboo

Entrambe queste serie si potrebbero descrivere così: grande regista di Hollywood produce una storia piuttosto cupa e truculenta ambientata più di un secolo fa, con protagonista un noto – di nuovo – “attore di cinema”. In The Knick il produttore, e regista, è Steven Soderbergh e a fare a pezzi la gente (ma è un chirurgo: può e deve farlo) è Clive Owen, un medico arrogante e dipendente dall’oppio. In Taboo il produttore è Ridley Scott, il protagonista è Tom Hardy e la storia – ambientata un paio di secoli fa – è quella di un esploratore britannico che torna nel Regno Unito per vendicarsi della morte del padre.

Se vi è piaciuta The OA, provate Legion

Due premesse: la prima è che se vi è piaciuta The OA, troverete molti altri per niente d’accordo con voi. La seconda è che le storie non parlano per niente della stessa cosa: The OA, a voler essere concisi, è un thriller psicologico che parla di vita dopo la morte. Legion – uscita a inizio 2017 e trasmessa in Italia da Fox – ha per protagonista un uomo che scopre di essere un mutante, un X-Men. Entrambe le serie però hanno scelte di regia particolari, un approccio originale e un modo diverso dal solito di raccontare la loro storia. Ci sono poi dei momenti, nelle prime puntate di Legion, in cui vedendo cosa fanno al protagonista (interpretato da Dan Stevens) è difficile non pensare a The OA e alla sua protagonista, Brit Marling.

Se vi è piaciuta Game of Thrones, provate American Gods

Ok, ok. Game of Thrones è Game of Thrones e la sua forza sta nella vastità della storia che racconta (due continenti, sette regni, tante religioni, secoli di storia, draghi, non-morti, magie, profezie, giganti, viaggi nel tempo), nella profondità dei suoi protagonisti, nella complessità della sua ambientazione fantasy-medievale, eccetera. American Gods è però una serie che, per ambizione e anche secondo alcune recensioni, può permettersi di giocare nello stesso campionato di Game of Thrones che, come ha scritto Daniel D’Addario, unisce «la complessità psicologica delle migliori serie tv e la magnificenza della Hollywood di un tempo». Sia Game of Thrones che American Gods sono state letteratura, prima di essere tv. Ed entrambe erano considerate impossibili da rendere in tv, perché troppo piene di cose, troppo difficili. In entrambi i casi ci sono invece riusciti. E poi, anche in Game of Thrones si parla sempre di “The Old Gods and the New”. American Gods si può vedere su Amazon Prime Video.

Se vi è piaciuta The Man in the High Castle, provate The Handmaid’s Tale

Anche in questo caso, due serie tv tratte da libri: di Philip K. Dick e di Margaret Atwood. Le due stagioni della prima – che si immagina cosa sarebbe successo se i nazisti avessero vinto la Seconda guerra mondiale e occupato gli Stati Uniti insieme ai giapponesi – sono su Amazon Prime Video. Handmaid’s Tale racconta cosa succederebbe se un gruppo di estremisti religiosi cristiani prendesse il potere negli Stati Uniti contemporanei trasformandoli in una teocrazia in cui le donne sono completamente prive di diritti e vengono divise in categorie sulla base del loro rapporto di proprietà con gli uomini e della loro capacità di concepire. Di The Man in the High Castle si parlò così-così, di The Handmaid’s Tale, che arriverà a settembre su TIMVISION, si è invece parlato molto bene.

Se vi è piaciuta The Americans, provate Deutschland 83

The Americans – che è arrivata alla quinta stagione e finirà con la sesta – parla di una coppia di agenti segreti russi che si fingono cittadini statunitensi, negli anni Ottanta, durante la Guerra fredda. Deutschland 83, trasmessa in Italia da Sky Atlantic, è una miniserie tedesca del 2015 (ma nel 2018 arriverà una nuova stagione) che parla di un agente segreto della Germania Est che nel 1983 viene inviato in incognito in Germania Ovest per raccogliere informazioni su un presunto attacco nucleare progettato dalla NATO. Serve altro?

Se vi è piaciuta Love, provate Crashing

Il produttore esecutivo di Crashing è Judd Apatow, tra i più importanti autori di comedy degli ultimi dieci anni, che era stato tra le altre cose il creatore di Love, la serie di Netflix sull’improbabile amore tra un bruttino e goffo insegnante di sostegno e una ragazza molto bella e con una vita un po’ sbandata. Le premesse di Crashing sono diverse: c’è una storia d’amore che finisce, invece di cominciare, e un uomo – a sua volta molto impacciato socialmente – che rimane da solo dopo essere stato tradito dalla moglie. Deve quindi farsi una nuova vita, provando a fare sul serio con il suo lavoro da comico (che non gli riesce molto bene), e dormendo sui divani degli amici (se volete dormire sul divano di qualche statunitense, la frase da dirgli è “can i crash on your couch?”, da cui deriva il titolo della serie). Il protagonista è Pete Holmes, che è anche il creatore e autore della serie, e ci sono anche Lauren Lupkus (che forse avete visto in Orange is The New Black), T.J. Miller (Erlich Bachman di Silicon Valley) e la comica Sarah Silverman. È uscita quest’anno, c’è anche su Sky. Attenzione a non confonderlo con l’omonima serie inglese con Phoebe Waller-Bridge, la protagonista di Fleabag.

Se vi è piaciuta Lost, provate Leftovers

La cosa che probabilmente è andata più vicina a Lost, in quanto a misteri articolatissimi e teorie dei fan sui forum online per provare a risolverli, è stata Westworld. Ma quella la conoscete già. Quando nel 2014 cominciò su HBO (e su Sky Atlantic) The Leftovers, ci si aspettava moltissimo. La storia è che da un giorno all’altro il 2 per cento della popolazione mondiale scompare senza un apparente motivo. Da lì in avanti cominciano misteri su misteri, che fanno da contorno al racconto di come le persone affrontano e provano a spiegarsi un fenomeno simile. Il creatore è Damon Lindelof, cioè il co-creatore di Lost, e il protagonista è Justin Theroux. La terza e ultima stagione è finita a giugno, e i pochi affezionati rimasti a guardarla ne hanno parlato benissimo.

Se vi è piaciuta Black Mirror, provate Utopia

Anche Black Mirror è una serie difficilmente imitabile, se non altro per il fatto che ogni episodio racconta una storia diversa. Ma c’è un’altra serie – uscita nel 2013 – che un po’ la ricorda: Utopia. Perché è britannica, perché ci sono atmosfere cupe e complottiste, perché è crudele e piena di morti, perché è ambientata in un futuro che mette molta ansia. Racconta di una enorme cospirazione governativa con al centro un’arma di distruzione di massa, di cui ci sono indizi in un graphic novel: i protagonisti sono cinque appassionati del libro, che devono scappare da un’organizzazione segreta che vuole ucciderli. È una delle serie thriller più coinvolgenti degli ultimi anni, ha una storia intricata, uno stile originale e una gran colonna sonora. David Fincher doveva farne una versione americana per HBO, ma è saltato tutto.

Se vi è piaciuta Louie, provate Better Things

Non sono molte le comedy uscite negli ultimi dieci anni che sono state importanti come Louie, per come la serie creata, interpretata, diretta e montata da Louis CK ha mostrato nuovi modi di pensare gli episodi da mezz’ora, di accostare momenti drammatici a momenti divertentissimi, di sviluppare una storia orizzontale profonda in una serie comica, di fare cose che fino ad allora si erano viste soltanto al cinema o nei drama di un’ora, in termini di fotografia e sceneggiatura. Louie ha influenzato moltissimo le serie comiche che sono uscite dopo, e la seconda stagione di Master of None è l’esempio più lampante. Tra le cose nuove a cui ha collaborato Louis CK c’è Better Things, la serie creata e interpretata da Pamela Adlon, cioè proprio la Pamela di Louie, per FX: è uscita lo scorso autunno e il prossimo settembre comincerà la seconda stagione. La storia è simile, solo che al posto di un padre single di due bambine c’è una madre single di tre figlie.

Se vi è piaciuta Girls, provate Broad City

Anche Girls è finita, dopo sei stagioni e 62 episodi. C’è chi non ha resistito fino alla fine perché ha sviluppato troppa antipatia per le protagoniste, e chi invece andando avanti si è affezionato sempre di più. Ma c’è un’altra serie che ha per protagoniste delle giovani di New York, ma a cui è praticamente impossibile non volere molto bene: se non altro perché sembrano persone vere, che fanno lavori che detestano e che non sanno davvero in cosa sono brave e cosa vorrebbero fare. È ideata, scritta e interpretata da Ilana Glazer e Abby Jacobson, che iniziarono facendo delle puntate da pochi minuti e caricandole su YouTube (ci sono ancora), finché non arrivò l’attrice Amy Poehler a notarle e produrle. Ad agosto comincia la terza stagione.

Se vi è piaciuta True Detective, provate Fargo

È probabile, statisticamente, che siate tra quelli che sono rimasti delusi e un po’ smarriti dalla seconda stagione di True Detective, molto diversa e secondo quasi tutti molto meno bella della prima. Le serie thriller con protagonisti dei poliziotti alle prese con serial killer sono tantissime – da BroadchurchTop of the Lake The Killing – ma forse volete cambiare un po’ genere, rimanendo sempre sul terreno delle persone morte ammazzate, ma con in mezzo il black humor e le situazioni assurde. Provate Fargo, la serie ispirata (come ambientazione, non come trama) all’omonimo film dei fratelli Coen: sono tre stagioni, ciascuna su una storia diversa. C’è un grande dibattito, anche tra i redattori del Post, su quale sia quella migliore: nella prima c’è il personaggio di Billy Bob Thornton che da solo la rende da vedere, nella seconda ci sono molti più personaggi e più interessanti, nella terza – uscita poche settimane fa – c’è Ewan McGregor che fa due ruoli. Il consiglio è vederle in ordine, per non sbagliarsi.

Mostra commenti ( )