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  • mercoledì 5 aprile 2017

L’attacco chimico in Siria, spiegato

Cosa sappiamo del bombardamento che martedì ha ucciso decine di persone nella provincia di Idlib, e perché è credibile pensare che sia stato compiuto dall'aviazione di Assad

Un uomo siriano viene soccorso dopo un bombardamento nella provincia di Idlib (MOHAMED AL-BAKOUR/AFP/Getty Images)

Martedì mattina nella provincia siriana di Idlib è stato compiuto un bombardamento chimico che ha ucciso almeno 74 persone, la maggior parte delle quali civili. La notizia è stata raccontata e ripresa dalla stampa di tutto il mondo: anche in quei paesi dove la guerra in Siria ha smesso di essere una notizia da tempo, per stanchezza e per generale mancanza di interesse. L’attacco di ieri, infatti, è stato il peggiore da anni: è stato raccontato dai video e dalle foto fatti dalle persone colpite dal bombardamento, dai testimoni e dai medici che hanno soccorso i feriti.

Diverse organizzazioni internazionali e singoli governi, tra cui Unione Europea e Stati Uniti, hanno accusato il regime del presidente siriano Bashar al Assad di essere il responsabile dell’attacco, e non sarebbe la prima volta. Si è mosso anche il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che però è immobilizzato dal veto della Russia, alleata di Assad. Ma nessuno, e questo è un punto importante, ha chiesto ad Assad di andarsene, perché negli ultimi anni le cose in Siria sono cambiate parecchio e oggi il regime siriano può fare praticamente quello che vuole senza temere serie rappresaglie.

Cosa sappiamo dell’attacco
Il bombardamento chimico è cominciato poco dopo le 6 di mattina ora locale e ha colpito la città di Khan Shaykhun, a una settantina di chilometri a sud di Idlib. I testimoni hanno raccontato di avere capito subito che non si trattava di un bombardamento con armi convenzionali, e nemmeno di un attacco con il cloro, di cui Assad ha fatto largo uso negli ultimi anni. I sintomi – difficoltà respiratorie, schiuma alla bocca, vomito, pupille ridotte a un puntino – erano compatibili con quelli già riscontrati nei casi di attacchi compiuti con il gas sarin, un tipo di gas nervino che agisce rapidamente ed è molto più letale del cloro. Non si sa ancora con certezza che tipo di sostanze siano state usate: Medici Senza Frontiere dice che molto probabilmente le vittime sono state esposte a due sostanze chimiche diverse. Qualche ora dopo un altro attacco, questa volta con armi convenzionali, ha colpito l’ospedale che aveva accolto la maggior parte dei feriti fino a quel momento. In molti hanno parlato di un attacco “double tap”, che significa bombardare i soccorritori che si stanno prendendo cura delle persone rimaste ferite in un primo bombardamento: è una tattica che serve a massimizzare i danni e i morti e che in passato è stata usata diverse volte dal regime di Assad.

ospedaleUna foto scattata in un ospedale di Khan Sheikhun, colpito dai bombardamenti (OMAR HAJ KADOUR/AFP/Getty Images)

Il governo russo ha detto che l’attacco è arrivato via terra ed è stato compiuto dagli stessi ribelli; poi ha confermato che l’aviazione siriana ha colpito la città di Khan Sheikhoun, ma ha detto che gli attacchi sono stati diretti contro un deposito di sostanze chimiche e non contro la popolazione civile. Secondo la versione russa, le sostanze chimiche colpite si sarebbe disperse e avrebbero provocato i morti e i feriti. La ricostruzione russa non sembra stare in piedi e non corrisponde però alle testimonianze delle persone presenti nel luogo dell’attacco e nemmeno alle conclusioni di diverse organizzazioni internazionali e dei governi occidentali, che hanno parlato di un attacco aereo compiuto dal regime di Assad.

Perché la versione russa sull’attacco chimico non torna

Qui ci sono almeno due precisazioni da fare.

Primo: l’area colpita è l’ultima provincia della Siria ancora sotto il completo controllo dei ribelli che si oppongono ad Assad. L’espressione “ribelli” è molto generica e oggi difficilmente definibile, perché si riferisce a una miriade di gruppi diversi – jihadisti, islamisti e moderati – che per ragioni di opportunità hanno deciso di unire le forze per combattere il regime siriano. Nella provincia di Idlib la fazione preponderante si chiama Tahrir al Sham, che è una coalizione di forze jihadiste la cui componente principale è Jabhat Fate al Sham, l’ex divisione siriana di al Qaida (la scorsa estate Jabhat Fate al Sham si staccò formalmente da al Qaida, per essere meglio accettata dagli altri ribelli siriani non particolarmente entusiasti di essere associati a un’organizzazione jihadista e terroristica di quella fama: qui la storia in breve). Nella provincia di Idlib vivono però anche centinaia di migliaia di civili, molti dei quali provenienti da altre zone della Siria e già costretti a lasciare le loro case dopo avere subìto le conseguenze degli assedi militari delle forze alleate ad Assad. Il regime siriano e i suoi alleati sono le uniche forze coinvolte militarmente in Siria che hanno mostrato l’interesse e la volontà a bombardare i ribelli e di usare le morti dei civili come un’arma strategica finalizzata a distruggere il morale della popolazione.

Secondo: le bombe su Khan Shaykhun sono state presumibilmente sganciate da aerei militari, nonostante la smentita russa, e questo riduce il numero dei possibili responsabili dell’attacco. I ribelli siriani non dispongono dell’aviazione: non sono in grado di compiere un attacco di questo tipo. Ed è completamente inverosimile pensare che le bombe siano state sganciate dalla coalizione internazionale che combatte in Siria e che è guidata dagli Stati Uniti, perché il suo obiettivo è lo Stato Islamico, e lo storico dei bombardamenti compiuti fin qui lo conferma. Altrettanto inverosimile è pensare che l’attacco sia stato compiuto unilateralmente dagli Stati Uniti o da qualche suo alleato, nonostante la presenza di gruppi jihadisti nella zona: l’impiego di armi chimiche sui civili lo esclude. Considerando tutte queste cose, le testimonianze dei presenti e i precedenti in Siria, si può dire con un ragionevole livello di certezza che il responsabile dell’attacco sia stato Assad.

Ma perché un attacco chimico?
In molti si sono chiesti che bisogno ci fosse per il regime di Assad di fare un bombardamento chimico contro la popolazione civile, visto che negli ultimi mesi le cose in Siria gli stavano andando molto bene mentre ora rischia di inimicarsi diversi governi occidentali. La risposta probabilmente è più semplice di quanto si pensi: lo ha fatto perché gli serviva per mandare un messaggio politico, e perché poteva farlo.

Come ha spiegato Daniele Raineri oggi sul Foglio, l’area dove è avvenuto l’attacco non è così lontana dalla zona dove alcuni gruppi armati avevano appena tentato e fallito un’offensiva per spingersi verso sud e conquistare la città di Hama, un’operazione nella quale l’esercito di Assad aveva comunque perso molti uomini e mezzi militari. Il bombardamento chimico potrebbe essere una rappresaglia per quell’offensiva, e allo stesso tempo un modo per mandare un monito ai ribelli: ogni attacco verrà punito duramente, anche con reazioni sproporzionate. Non sarebbe un fatto nuovo: come si era già visto nelle ultime settimane della battaglia di Aleppo, finita con la vittoria del regime e la sconfitta dei ribelli, le forze di Assad e i loro alleati avevano usato una violenza mai vista fino a quel momento. Diversi analisti avevano interpretato quel livello di violenza – bombardamenti frequenti sui civili e sugli ospedali e massacri compiuti dalle milizie sciite sul terreno di battaglia – come una scelta strategica: la violenza era usata non solo per piegare la resistenza del nemico, ma anche per mandare un messaggio forte a tutti i suoi oppositori: se non vi arrendete, vi massacriamo. L’impressione è che questo schema sia stato ripetuto nell’attacco chimico di ieri a Khan Shaykhun.

Inoltre, Assad ha usato le armi chimiche perché poteva farlo, perché sapeva che non ci sarebbe stata una reazione militare della comunità internazionale, per diverse ragioni. L’ultima volta che gli Stati Uniti minacciarono seriamente di intervenire in Siria contro Assad fu nel 2013, quando fu superata la nota “linea rossa” stabilita dall’allora presidente americano Barack Obama. Obama, spinto anche da molte pressioni provenienti dalla sua amministrazione e dall’opinione pubblica, aveva minacciato dei bombardamenti contro il regime siriano nel caso Assad avesse usato le armi chimiche contro i civili. Nell’agosto 2013 il regime impiegò del gas sarin per bombardare alcuni quartieri di Damasco, uccidendo 1.400 persone, ma gli Stati Uniti – anche sulla spinta di molte proteste internazionali, e un “digiuno per la pace” promosso dal Papa – non diedero seguito alle minacce. Fu invece trovato un accordo con Assad, con la Russia nel ruolo di mediatore, per smantellare l’arsenale chimico siriano ed evitare il ripetersi di attacchi di quel tipo. Come si è visto ieri, l’accordo non è stato rispettato. Non solo: oggi non esistono più le condizioni per ripetere una mossa diplomatica di quella portata, tantomeno per minacciare militarmente Assad, perché le cose sono cambiate.

Dal novembre 2015, infatti, la Russia è coinvolta militarmente in Siria: ha mandato soldati e mezzi militari per assicurarsi la sopravvivenza del regime di Assad ed è improbabile che decida oggi di scaricare un suo così prezioso alleato. Lo stesso regime di Assad, considerato da molti moribondo prima dell’intervento russo, si è rafforzato parecchio: in particolare negli ultimi mesi, e soprattutto dopo la vittoria ad Aleppo, è riuscito a ridurre sensibilmente la minaccia proveniente dai ribelli siriani, consolidando il suo potere in quelle aree della Siria ancora sotto il suo controllo e spostando la bilancia dei rapporti di forza a suo favore.

Anche i paesi occidentali hanno abbandonato la retorica più aggressiva anti-Assad: nessuno di loro vuole mischiarsi troppo nella complicatissima guerra siriana, tantomeno arrivare a un confronto diretto con la Russia. Gli Stati Uniti hanno una nuova amministrazione e il presidente Donald Trump si è mostrato molto più conciliante con Assad e la Russia rispetto a Obama. Mercoledì Trump ha fatto però un discorso del tutto inaspettato, nel quale ha detto: «Quell’attacco contro i bambini ha avuto un grande impatto su di me. Un grande impatto. È stato orribile. Non c’è molto di peggio», e ha aggiunto: «È altamente possibile, anzi sta già succedendo, che il mio atteggiamento verso la Siria e verso Assad cambi molto. Quello che è successo ieri è inaccettabile per me». Trump ha detto che l’attacco chimico, che secondo lui è stato compiuto dal regime di Assad, ha superato molte “linee rosse”. Non è chiaro se e cosa cambierà nella politica estera statunitense in Siria. La dichiarazione di Trump è arrivata ore dopo un’iniziale reazione dell’amministrazione statunitense “in linea” con quello che Trump aveva detto di voler fare in Siria, cioè accettare la presenza di Assad a capo del regime siriano e cooperare con la Russia. Tra le altre cose, Trump aveva anche scaricato le responsabilità sull’amministrazione Obama, colpevole di avere adottato una strategia debole e non avere dato seguito alle minacce sulla “linea rossa”. Alcuni, comunque, hanno fatto notare come allora proprio Trump “invitò” Obama a non attaccare in Siria.

Anche diversi paesi europei hanno cambiato la loro posizione sulla guerra in Siria, seguendo di pari passo gli Stati Uniti, che già con Obama avevano abbandonato l’idea di un “regime change” in Siria e si erano concentrati sulla guerra contro lo Stato Islamico: l’attenzione europea si è diretta sempre più alla crisi delle istituzioni comuni, a Brexit, alla crisi dei profughi. I governi europei riconoscono ormai l’esistenza di Assad come un dato di fatto, una parte della realtà siriana che non è più possibile cambiare. Francia, Regno Unito e Stati Uniti proveranno a far passare una risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per condannare l’attacco chimico, ma qualsiasi mossa contro il regime siriano sarà fermata dal veto della Russia. Assad ha le spalle coperte ed è difficile pensare che ci saranno conseguenze gravi per quanto è successo ieri a Khan Shaykhun.

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