Se un troll vuole trovarti, ti trova

La storia infinita della video-installazione contro Trump di Shia LaBeouf e delle persone che la perseguitano organizzandosi online

Shia LaBeouf davanti alla sua videoinstallazione, poi annullata, al MOMI - Queens, New York, Stati Uniti (TIMOTHY A. CLARY/AFP/Getty Images)

Da più di due mesi l’attore statunitense Shia LaBeouf è alle prese con un gruppo di troll e sostenitori di Donald Trump molto agguerriti, che stanno facendo di tutto per impedirgli di portare avanti un progetto artistico nato proprio come protesta nei confronti del nuovo presidente degli Stati Uniti. LaBeouf ha dovuto cambiare più volte sede per la sua videoinstallazione, si è confrontato direttamente con chi prova a boicottarla e ha subìto un arresto per avere spintonato uno dei suoi contestatori a inizio febbraio. Nonostante tutti gli sforzi e i cambi di programma, i troll sono sempre riusciti a trovarlo e a impedirgli di portare avanti il suo progetto contro Trump, a conferma del fatto poco incoraggiante che se un troll vuole davvero trovarti, ti trova.

Shia LaBouf, conosciuto soprattutto per i film della recente serie Transformers, aveva iniziato il suo progetto artistico “He will not divide us” (“Non ci dividerà”) nel giorno dell’insediamento di Trump, il 20 gennaio scorso. Una videocamera fissa montata all’esterno del Museum of the Moving Image (MOMI) nel Queens, a New York, avrebbe dovuto riprendere i visitatori interessati a ripetere davanti alla telecamera la frase “He will not divide us”, come una specie di mantra. Il progetto sarebbe dovuto durare 4 anni, quanto un mandato presidenziale, con una trasmissione in diretta streaming delle immagini diffuse sul sito hewillnotdivide.us.

La videoinstallazione aveva attirato l’attenzione del canale /pol/ (“politically incorrect”) di 4chan, una piattaforma online di forum dove si possono lasciare messaggi in forma anonima e che talvolta viene utilizzata per organizzare attacchi contro qualcuno e altre iniziative discutibili o illegali. Su /pol/ si trova un po’ di tutto, ma il canale è molto frequentato da anarchici, suprematisti bianchi e fascisti più o meno dichiarati. Molti suoi utenti sono sostenitori di Trump e durante la campagna elettorale sono stati al centro di diverse iniziative, compresa quella che ha portato nuova fama al meme “Pepe the Frog”. A seconda dei casi, i frequentatori di /pol/ sono o si comportano come i troll: il loro scopo è portare caos e disordine online e non solo.

Dopo poche ore dall’avvio di “He will not divide us”, su 4chan erano comparsi i primi messaggi contro LaBeouf e proposte per boicottare la sua iniziativa. Nei giorni seguenti alcuni troll avevano iniziato a infiltrarsi tra i partecipanti, pronunciando davanti alla telecamera annunci di vario tipo a favore di Trump, al posto della specie di mantra pensato per la videoinstallazione. Durante uno di questi fuori programma, LaBeouf era tra il pubblico: ne era seguito un tafferuglio, che aveva portato poi all’arresto dello stesso LaBeouf per avere spintonato uno dei contestatori. Per motivi di sicurezza il 10 febbraio il MOMI aveva deciso di cancellare il progetto, sostenendo che non ci fossero le condizioni per garantire la sicurezza dei partecipanti.

Circa una settimana dopo la chiusura, LaBeouf aveva annunciato di avere riaperto il suo progetto, questa volta ad Albuquerque nel New Mexico, poco distante da un gommista e in un contesto molto diverso da quello del MOMI. LaBeouf era apparso agguerrito davanti alla telecamera: “Avete provato a farci chiudere a New York, ma siamo ancora qui. Pensate sia ancora fico fare i nazisti? Chiudete quella cazzo di bocca”. Sempre attraverso 4chan i contestatori si erano organizzati per fare una rappresaglia, che aveva portato al danneggiamento della videocamera con vernice spray. Cinque giorni dopo la riapertura, il progetto di LaBeouf era stato di nuovo chiuso.

Per evitare altre rappresaglie, nei giorni seguenti LaBeouf aveva deciso di spostare il progetto in un luogo segreto: al posto del mantra da recitare davanti all’obiettivo, la videocamera era semplicemente puntata verso una bandiera con la scritta “He will not divide us”. Pochi minuti dopo l’annuncio, su /pol/ alcuni contestatori avevano già avviato una nuova discussione per scoprire la posizione della videoinstallazione. Tra le proposte c’erano: l’analisi della posizione del Sole, l’uso di calcoli trigonometrici sulla base dell’ombra proiettata dalla bandiera e cose meno creative, ma più semplici da realizzare, come controllare sui social network gli spostamenti di LaBeouf. Una sua fotografia, per esempio, era stata scattata qualche giorno prima a Greenville, nel Tennessee. Il controllo del meteo nella zona sembrava essere coerente con quello mostrato nello streaming video, così come le rotte di alcuni aeroplani che si vedevano passare nel video.

Dopo avere ristretto le coordinate a un’area specifica di Greenville, uno dei partecipanti di /pol/ aveva guidato la sua automobile nella zona suonando di continuo il clacson, fino a quando questo non era diventato udibile nello streaming della bandiera. Di notte allora la bandiera era stata sostituita dai troll con una maglietta di Pepe the Frog e un cappellino con scritto “Make America Great Again”, lo slogan usato nella campagna elettorale da Donald Trump.

Non essendo più un luogo segreto, la settimana scorsa LaBeouf è stato costretto a spostare nuovamente il suo progetto: stavolta ha scelto di cambiare paese, facendo adottare il suo “He will not divide us” dalla Foundation for Art and Creative Technology di Liverpool, nel Regno Unito.

Su uno dei pennoni del palazzo che ospita la Fondazione era stata issata una nuova bandiera con la stessa scritta di Greenville. Meno di due giorni dopo la Fondazione ha però dovuto sospendere l’iniziativa per motivi di sicurezza, dopo un tentativo organizzato da alcune persone di rimuovere la bandiera. Anche in questo caso, l’azione era stata coordinata su 4chan.

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