I fatti sono veri, le notizie sono false

di Nassim Nicholas Taleb

Nassim Nicholas Taleb analizza le storture del giornalismo contemporaneo, attratto da tranelli e sensazionalismi

Nicholas Nassim Taleb durante la conferenza Digital Life Design, il 27 gennaio 2009 a Monaco di Baviera, in Germania (Sean Gallup/Getty Images for Burda Media)

Quella che segue è la traduzione di un post di Nassim Nicholas Taleb, saggista e filosofo libanese naturalizzato statunitense, originariamente pubblicato su Medium.

Come essere in disaccordo con se stessi

Nell’estate del 2009 partecipai a una conferenza di un’ora con David Cameron, che ai tempi era candidato – e poi diventò – primo ministro del Regno Unito. L’argomento della conversazione era come rendere le società solide e persino immuni ai “cigni neri” (eventi politici particolarmente traumatici e imprevedibili), quale struttura fosse necessaria per ottenere la decentralizzazione e la responsabilizzazione, come costruire un sistema simile, e cose di questo tipo. Furono 59 minuti interessanti attorno ai temi di Incerto [il titolo di una serie di libri di Taleb, che dà anche il nome al suo blog su Medium, ndt] e per me fu molto bello poter parlare di tutti i punti della questione per la prima volta. La stanza nell’elegante Royal Society for the Arts era piena di giornalisti. Dopo la conferenza andai a festeggiare in un ristorante cinese nel quartiere londinese di Soho con alcune persone, quando ricevetti una telefonata da un amico sconvolto. Tutti i giornali di Londra mi stavano definendo come un «negazionista del cambiamento climatico». Tutti i 59 minuti di conversazione erano stati riassunti dalla stampa e raccontati partendo da un commento laterale di venti secondi, interpretato in senso contrario. Una persona che non aveva partecipato alla conferenza avrebbe avuto l’impressione che quella fosse stata l’intera conversazione.

Emerse che durante la conversazione avevo illustrato la mia versione del principio di precauzione, che vale la pena ribadire qui. Secondo questo principio, non sono necessari modelli complessi come giustificazione per evitare una certa azione. Se non capiamo qualcosa e quella cosa ha un effetto sistemico, allora bisogna evitarla e basta. I modelli sono inclini all’errore, una cosa che avevo imparato bene nel mondo della finanza: nelle analisi la maggior parte dei rischi emergono una volta che il danno è fatto. È a quelli che inquinano l’ambiente – o che introducono nuove sostanze in quantità superiori al normale – che spetta la responsabilità di dimostrare l’assenza di rischi. Di fatto, maggiore è l’incertezza sui modelli più bisognerebbe essere conservativi. Ironicamente, quelli erano gli stessi giornali avevano lodato Il Cigno Nero, in cui proprio questo argomento era illustrato molto chiaramente. Riuscii a difendermi facendo molto baccano e, minacciando esplicitamente azioni legali, obbligai tutti i giornali a pubblicare la mia rettifica. Anche così, qualcuno al Guardian provò (senza successo) a smorzare la mia lettera facendola sembrare che fossi in disaccordo con quello che io stesso avevo detto, invece che una correzione della loro interpretazione sbagliata. In altre parole, ero in disaccordo con me stesso. Ma se alla fine io riuscii a chiarire la mia posizione grazie alla mia visibilità pubblica, altri non possono fare altrettanto. I giornali di Londra stavano fornendo attivamente un’interpretazione sbagliata al loro pubblico. Una persona che avesse letto il giornale avrebbe confuso il giornalista con un intermediario tra se stesso e il prodotto, cioè la notizia.

È evidente quindi che ci sia un problema di mediazione. Non c’è differenza tra un giornalista del Guardian e il proprietario di un ristorante di Milano che, quando gli viene richiesto un taxi, chiama suo cugino, che prima di arrivare sul posto fa un giro della città per gonfiare il tassametro. O il dottore che dà intenzionalmente una diagnosi sbagliata per vendere un farmaco su cui ha un particolare interesse. Il giornalismo non è compatibile con l’effetto Lindy. Le informazioni vengono trasmesse organicamente attraverso il passaparola, che ha un funzionamento a doppio senso. Nell’antica Roma le persone ottenevano le informazioni senza che ci fosse un filtro centralizzato. Nei mercati del Mediterraneo antico le persone parlavano: erano sia i destinatari che i diffusori delle notizie. I barbieri fornivano il servizio completo: erano anche chirurghi, esperti di risoluzione di dispute e giornalisti. Se da una parte toccava alle persone filtrare le proprie voci, dall’altra erano loro stessi parte della trasmissione. Lo stesso succedeva nei pub e i bar di Londra. Nel Mediterraneo orientale (gli attuali Grecia e Levante), le condoglianze erano motivo di incontri e trasmissione di informazioni, e rappresentavano gran parte della vita sociale. La diffusione delle notizie avveniva a questi incontri. Nella comunità greca ortodossa di Beirut – che allora era ancora significativa – c’erano giornate in cui la mia socievole nonna riceveva “giri” di visite per le condoglianze, in cui veniva a conoscenza di qualsiasi fatto fin nei dettagli più insignificanti. Se il figlio di qualche persona importante era stato bocciato a un esame, mia nonna lo sapeva. Veniva rilevata praticamente ogni vicenda della città. Le persone inaffidabili avevano un peso minore di quelle affidabili: non si possono imbrogliare le persone più di due volte.

L’epoca dell’affidamento su diffusori di resoconti unilaterali come televisioni e giornali – che possono essere controllati dalle élite – è durata da metà del Ventesimo secolo fino alle elezioni presidenziali americane del 2016. Da questo punto di vista, i social network – che permettono un flusso di informazioni a doppio senso – hanno riportato il meccanismo delle notizie al suo formato naturale. Come succedeva nei mercati e nei suk, dall’essere affidabili deriva un vantaggio a lungo termine. Inoltre, un problema di mediazione come quello presente attualmente nella stampa è sistemico, in quanto gli interessi delle stampa continueranno a divergere da quelli del suo pubblico, fino ad arrivare allo scoppio come nel caso del teorema della distorsione-fragilità. Personalmente sono stato meno frustrato dall’interpretazione sbagliata delle mie parole che dal fatto che nessun lettore avrebbe capito che il 99 per cento della mia conversazione con Cameron aveva riguardato temi diversi dal cambiamento climatico. Se nel primo caso si sarebbe potuto trattare di un equivoco, nel secondo parliamo di un difetto strutturale. E i difetti strutturali non si possono mai curare: si lascia crollare il sistema.

La divergenza è resa evidente dal fatto che i giornalisti si preoccupano molto di più dell’opinione di altri giornalisti rispetto a quello del pubblico. Confrontate la situazione con un sistema in salute, quello dei ristoranti, per esempio. I proprietari dei ristoranti si preoccupano dell’opinione dei loro clienti, non di quella dei proprietari degli altri ristoranti. Questo permette loro di mantenere l’equilibrio e evitare che il settore nel suo insieme devii dai suoi interessi. I rischi legati all’aver investito personalmente nella propria impresa, poi, creano diversità, e non una monocoltura. L’insicurezza economica peggiora la situazione. Quella dei giornalisti attualmente è una delle professioni meno sicure che esistano: la maggior parte di loro tira a campare e un ostracismo da parte dei loro amici sarebbe fatale. Per questo motivo diventano facilmente inclini alle manipolazioni da parte di lobbisti, come abbiamo visto con il dibattito sugli OGM, le guerre siriane, eccetera. Basta dire qualcosa di impopolare nel settore riguardo a Brexit, OGM o Putin e si diventa parte del passato. Nel giornalismo avviene l’opposto rispetto ai settori in cui viene penalizzata l’imitazione delle pratiche adottate dai concorrenti.

L’etica del dissenso

Approfondiamo ora l’applicazione della regola d’argento nei dibattiti intellettuali. Si può criticare quello che una persona ha detto oppure quello che intendeva dire. Il primo caso è più sensazionalistico, e quindi si presta più facilmente alla diffusione. La caratteristica di un ciarlatano – come il giornalista Sam Harris – è difendere la propria posizione o attaccare un critico focalizzandosi su alcune delle sue affermazioni specifiche («Guardate quello che ha detto») invece che attaccare la sua posizione esatta («Guardate quello che voleva dire», oppure, più in generale, «Guardate le cose che sostiene»), nel cui caso è necessario avere un’ampia comprensione dell’idea proposta. Lo stesso discorso vale per l’interpretazione dei testi religiosi, che spesso viene estrapolata dal loro contesto generale.

Nessuno può scrivere un brano che esponga una tesi perfettamente razionale senza che ci sia un passaggio che, preso fuori dal contesto, possa essere trasformato da un copywriter disonesto in modo da farlo sembrare totalmente assurdo e possa apparire in modo sensazionalistico. È il motivo per cui politici, ciarlatani e – cosa ancora più inquietante – giornalisti vanno alla ricerca di quei passaggi. «Datemi qualche riga scritta da qualsiasi persona e troverò abbastanza materiale da farla impiccare», come dice la citazione attribuita a Richelieu, Voltaire, Talleyrand – un feroce censore durante la fase del terrore della rivoluzione francese – e qualche altra persona. Come ha detto Donald Trump – ironicamente, durante un conferenza stampa che è stata raccontata dai giornalisti nello stesso modo selettivo che ho subìto io per la mia conferenza – «i fatti sono veri, sono le notizie a essere false». Spesso il grande Karl Popper iniziava un discorso con una rappresentazione accurata, spesso esauriente, delle posizioni contrastanti su un certo argomento, come se le stesse promuovendo come idee sue, prima di procedere a smontarle sistematicamente. Prendete anche l’invettiva di von Hayek Contra Keynes and Cambridge: nonostante metta in discussione le sue tesi non c’è una sola riga che interpreti in modo sbagliato Keynes o anche solo ricerchi il sensazionalismo (devo però dire che aiutava il fatto che le persone fossero troppo intimidite dall’intelligenza di Keynes e dalla sua personalità aggressiva da rischiare di scatenare le sue ire). Leggendo la Somma teologica di Tommaso d’Aquino, scritta ottocento anni fa, si notano passaggi con QuestioPraeteria, Objectiones, Sed Contra, eccetera, che descrivono con accuratezza giuridica le posizioni messe in discussione e cercano di trovarci un difetto prima di presentare un compromesso. Se notate una somiglianza con il Talmud [uno dei testi sacri dell’Ebraismo, ndt], non è una coincidenza: sembra che entrambi i metodi derivino dal ragionamento giuridico dell’antica Roma pagana. Fate caso agli straw man argument – o argomenti fantoccio – con cui una persona non solo estrapola un commento dal contesto ma ne fornisce anche un’interpretazione, o addirittura ne promuove una sbagliata. Come autore considero gli straw man argument come un furto. In un mercato aperto alcune tipologie di bugie fanno sì che gli altri operatori trattino chi le diffonde come se fosse invisibile. Non è per la bugia: è il sistema a richiedere un minimo di fiducia. Da un punto di vista storico gli estensori delle calunnie non sopravvivevano negli ambienti antichi.

Il principio di carità e la repulsione nei confronti delle sue violazioni sono compatibili con l’effetto Lindy. In Isaia 29:21 si legge: «Quanti con la parola rendono colpevoli gli altri, quanti alla porta tendono tranelli al giudice e rovinano il giusto per un nulla». I malvagi tendono tranelli. Già in Babilonia la calunnia era un crimine grave, e chi muoveva accuse false veniva punito come se fosse stato lui a commettere il crimine al centro della sua accusa. In filosofia, tuttavia, questo principio esiste – come principio – solo da sessant’anni. Come per altre cose, se il principio di carità è dovuto diventare un principio è perché una vecchia pratica ha dovuto essere abbandonata a causa della modernità.

Appendice: cittadini contro Gawker e cittadini contro il giornalismo

Uno dei modi in cui il giornalismo si autodistruggerà (per via della sua divergenza dal pubblico) è illustrato dalla vicenda di Gawker. Una pubblicazione voyeuristica ha scoperto che negli Stati Uniti esistono delle leggi che tutelano i privati cittadini. L’America ha delle leggi sugli illeciti civili e un meccanismo giuridico per i quali le persone che sono state danneggiate da delle società possono ricevere un risarcimento, un meccanismo che ha avuto successo grazie a Ralph Nader e che, insieme al primo emendamento della Costituzione, tutela i cittadini facendo rischiare alle società di perdere parte dei loro soldi. Alla fine Gawker, che prevaricava le sue vittime finanziariamente più deboli (spesso ventunenni riprese in scene di “revenge porn”), è stato prevaricato da una persona più ricca ed è fallito.

L’aspetto rivelatore è che i giornalisti si sono schierati dalla parte di Gawker, motivando la loro posizione con la “libertà d’informazione” – l’utilizzo più a sproposito possibile di questo concetto – invece che con i cittadini che, naturalmente, si erano schierati con la vittima. Nessuno è santo, nessuno vuole che le proprie scene di sesso o informazioni private vengano diffuse senza che ci sia una punizione di qualche tipo; a nessuno piace l’industrializzazione del voyeurismo.

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