Perché i progressisti americani lasciano Twitter

di Caitlin Gibson – The Washington Post

Per sfinimento, ma non tutti se lo possono permettere, spiega il Washington Post

Lo scrittore Ta-Nehisi Coates al New Yorker Festival del 2015, a New York (Anna Webber/Getty Images for The New Yorker)

Il primo gennaio Sherman Alexie si è collegato a Twitter per annunciare che abbandonava il social network. «Le cose negative» di Twitter, ha scritto lo scrittore nativo americano vincitore di diversi premi, «superano sempre di più quelle positive». Il giorno dopo anche Ta-Nehisi Coates, acclamato scrittore e giornalista che si occupa di politica e cultura, ha detto di aver chiuso con Twitter: Coates ha scritto che nel 2017 vuole dedicare le sue energie mentali a un libro, aggiungendo «ci vediamo nel 2018». Ventiquattro ore dopo è arrivato il turno della saggista e attivista femminista Lindy West, che ha detto addio a Twitter «almeno per un po’». Come Alexie, anche West pensa che «i costi stiano iniziando a superare i benefici», come ha scritto prima di disattivare il suo account.

Per i progressisti americani su Twitter, le ultime elezioni presidenziali e la transizione tra l’amministrazione Obama e quella di Trump sono state terribilmente sfibranti. Certo, gli utenti di Twitter lamentano le loro frustrazioni da quando il social network ultra-conciso è diventato popolare, quasi dieci anni fa. Da tempo poi per i personaggi famosi (Kanye West, Miley Cyrus, Alec Baldwin) abbandonare il sito in modo teatrale per poi tornare furtivamente online dopo una pausa di qualche mese – o qualche ora – è diventata un’abitudine. Il fatto però che tre importanti personalità – che avevano rafforzato la loro reputazione di intellettuali progressisti proprio su Twitter – abbiano lasciato il sito sta attirando l’attenzione sulle sempre più numerose lamentele nei confronti di un social network che, per alcuni, è diventato una parte centrale della vita e della comunicazione quotidiana.

L’anno scorso la comica del Saturday Night Live Leslie Jones aveva lasciato Twitter per breve tempo, dopo essere stata travolta da una serie di messaggi particolarmente razzisti e misogini. Per un certo periodo la scrittrice femminista Jessica Valenti aveva abbandonato il sito dopo aver ricevuto minacce di stupro e di morte contro sua figlia di 5 anni. La modella Chrissy Teigen aveva temporaneamente reso privato il suo account dopo essere stata assediata dai troll: «la mia mente e il mio corpo non possono più gestire tutto questo», aveva scritto nel suo tweet di commiato.

Altre persone, nel frattempo, hanno sollevato preoccupazioni per la capacità di Twitter di creare una sorta di dipendenza e far perdere tempo. Il comico Patton Oswalt e il giornalista televisivo Luke Russert hanno celebrato i benefici della disintossicazione da Twitter per concentrarsi sulla vita reale. L’innovativo blogger politico Andrew Sullivan ha citato Twitter come una causa primaria della “malattia della distrazione”, che lo aveva spinto a isolarsi (temporaneamente) da internet.

Negli Stati Uniti, per molte persone interessate ai media e alla politica il ritmo frenetico di Twitter è stato esacerbato da un’elezione particolarmente agitata, in cui lo stesso presidente eletto ha scagliato tweet come saette ed è riuscito a radunare un esercito di sostenitori desiderosi di scontrarsi su internet con qualsiasi commentatore che lo contestava. West e Coates sono stati spesso subissati da molestatori razzisti e misogini («dei neonazisti hanno scavato nella mia vita personale alla ricerca di punti deboli da sfruttare», aveva scritto West sul Guardian, «e degli uomini hanno avuto un accesso diretto e illimitato al mio cervello, così che potessero informarmi, per la millesima volta, che mi avrebbero stuprato volentieri se non fossi stata tanto grassa»). Alexie sembra aver evitato scambi accesi su Twitter, eppure la sua angoscia per le elezioni si è palesata sulla sua timeline come una vena pulsante sulla fronte («Chi vince la medaglia d’oro del peggiore? Quelli del movimento “Never Trump” che ora sostengono Trump o gli elettori di Jill Stein che continuano a pensare di essere degli angioletti?»). In un’intervista dello scorso mese con Vox, invece, Coates ha esortato i giovani giornalisti a stare lontano da Twitter ed evitare altre fastidiose abitudini: «meglio non coltivare abitudini che rubano tempo».

Per le persone che lavorano nel settore creativo e sono meno conosciute, tuttavia, il nobile esodo di alcune delle personalità più popolari della sinistra americana (molte delle persone citate sopra hanno centinaia di migliaia di iscritti su Twitter) evidenzia una certa frustrazione: non tutte le persone che hanno le stesse lamentele nei confronti di Twitter hanno la sensazione di poter permettersi di abbandonare il sito. «Sto ancora cercando di costruire la mia piattaforma. Sono ancora acerba. Ho bisogno di Twitter per la mia carriera», ha scritto la settimana scorsa Hanna Brooks Olsen, cofondatrice del blog Seattlish, «quindi purtroppo non posso andarmene».
Questo sentimento è condiviso anche da alcuni scrittori affermati. «Credo che la maggior parte delle persone che usa Twitter abbia una relazione di odio e amore con il sito», ha detto l’autrice Mara Wilson, che era diventata celebre come attrice da bambina e ha più di 320mila follower. «Ci sono volte in cui voglio prendermi una pausa, ma poi mi ricordo che ho qualcosa da promuovere che sto facendo io o un’altra persona. Anche se volessi andarmene non so se potrei farlo presto».

L’autrice femminista Roxane Gay ha raccontato di non aver mai pensato di lasciare Twitter definitivamente, ma crede che se ne avesse bisogno potrebbe farlo. «Sono una delle persone fortunate che possono decidere se rimanere o andarsene», ha detto, «e questo mi dà il privilegio di non stressarmi troppo per Twitter». Gay ha detto di apprezzare Twitter per il senso di vicinanza con i suoi lettori e altri artisti che ammira. È divertente, ha raccontato, tranne nei casi in cui non lo è. Come scrittrice che si occupa di questioni razziali, genere, sessualità e cultura pop, e riceve la sua buona dose di molestie. Come West e altre importanti donne su Twitter, poi, Gay dice di aver assistito alla progressiva conquista del social network da parte dei troll. «È un pozzo nero di omofobia, razzismo e crudeltà», ha raccontato, aggiungendo che i dirigenti di Twitter «pensano che vada bene così. Lo dico perché non hanno fatto niente per sistemare le cose». Questo è quello che l’ha spinta ad abbandonare Twitter, ha raccontato West al Guardian. Non sono stati i troll ma «le ripercussioni globali al rifiuto di Twitter di fermarli», ha scritto. Secondo West l’inazione dell’azienda ha permesso che il sito venga usato come strumento di propaganda e ha preparato il campo all’ascesa politica di Donald Trump e di un nuovo movimento di suprematisti bianchi.

Twitter ha creato degli strumenti per combattere gli abusi online. A novembre ha introdotto un tasto per permettere agli utenti di “silenziare” i commenti dei molestatori ricorrenti, iniziando anche a agire con maggiore severità nei confronti degli account che tenevano un «comportamento d’odio». Dopo i rinnovati reclami secondo cui queste misure non erano sufficienti, il CEO di Twitter Jack Dorsey si è detto d’accordo e ha assicurato i critici che la società era al lavoro per trovare delle contromisure. «Vi sentiamo e stiamo lavorando al problema», ha scritto Dorsey in un tweet la settimana scorsa, «ci vorrà tempo… e saremo più trasparenti».

Twitter si è rifiutata di spiegare meglio i tweet di Dorsey. West non è rimasta particolarmente colpita dalle sue rassicurazioni. «Ovviamente l’abbiamo già sentito dire a Twitter. Più volte», ha scritto in un’email al Washington Post, «e i miglioramenti sono stati pochi. Mentre erano al lavoro su questi piccoli aggiustamenti, però, i troll sono diventati più sofisticati, più incentivati, più coordinati e più aggressivi». Ciononostante, non esclude un suo possibile ritorno. «Potrei tornare alla fine, vedremo cosa faranno», ha scritto, «come ho detto, Twitter mi piace davvero».

© 2017 – The Washington Post

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