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  • domenica 8 gennaio 2017

Il primo genocidio del Novecento

La Germania sta trattando con la Namibia il riconoscimento e le compensazioni per il dimenticato sterminio degli Herero e dei Nama

Lo sterminio degli Herero e dei Nama, compiuto dai soldati tedeschi in Namibia tra il 1904 e il 1907 e considerato da alcuni storici il primo genocidio del Novecento, è stato un episodio per lo più dimenticato negli scorsi decenni. Da qualche mese è però tornato a essere discusso a livello internazionale, per via dei negoziati in corso tra il governo tedesco e quello della Namibia per definire un eventuale risarcimento economico, che ci si aspetta si concluderanno entro il prossimo giugno e potrebbero portare alle scuse ufficiali della Germania. I negoziati stanno però procedendo con difficoltà, per vie delle proteste delle tribù Herero e Nama, che da mesi sostengono di non essere stati sufficientemente coinvolti da Germania e Namibia: giovedì 5 gennaio i rappresentanti di queste tribù hanno fatto causa alla Germania in un tribunale di New York, chiedendo dei risarcimenti ai discendenti delle persone morte nello sterminio degli Herero e dei Nama.

Che cosa successe
La Namibia è un grosso stato del sud dell’Africa, subito a nord del Sudafrica e bagnato dall’oceano Atlantico per i suoi oltre 1.500 chilometri di costa. A partire dalla fine dell’Ottocento è stata una colonia della Germania – che allora era un impero – e venne chiamata dagli europei “Africa Tedesca del Sud-Ovest”. Con il dominio tedesco arrivarono anche i coloni bianchi. I soldati e i coloni tedeschi sequestrarono le terre e il bestiame delle popolazioni locali, e compirono violenze razziali, stupri e omicidi contro di loro, prendendo anche uomini e donne come schiavi. Molti abitanti del posto si indebitarono con gli europei, facendosi prestare soldi a interessi altissimi: nella maggior parte dei casi non riuscivano a ripagare il debito, e subirono conseguenti confische di terre e animali, che si aggiungevano a quelle arbitrarie dei soldati tedeschi.

La tribù locale degli Herero aveva firmato a partire dal 1885 una serie di trattati con i tedeschi, per garantirsi protezione. Gli accordi furono sistematicamente violati dai colonizzatori tedeschi, finché nel gennaio del 1904 gli Herero si ribellarono e a loro si unì la più piccola tribù dei Nama, che viveva poco più a sud: in un attacco a sorpresa uccisero più di cento civili tedeschi. La reazione tedesca fu durissima: il generale Lothar von Trotha, che già aveva soppresso le rivolte nell’Africa orientale e in Cina, fu nominato Comandante supremo della colonia, nella quale furono inviati 14mila soldati tedeschi. Il governatore dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest Theodor Leutwein pensò di risolvere la ribellione uccidendo i soldati Herero e Nama e negoziando una tregua, ma Trotha decise di usare la forza.

Nell’agosto del 1904 le sue truppe sconfissero gli Herero nella battaglia di Waterberg. I sopravvissuti, che si stima fossero tra i 3mila e i 5mila, uomini, donne, anziani e bambini, furono deportati fino al deserto del Kalahari: i soldati tedeschi uccisero quelli che non riuscivano a proseguire la marcia, e costrinsero gli altri a spingersi nel deserto. Una parte del gruppo riuscì a staccarsi e provò ad attraversare il deserto per raggiungere il protettorato britannico del Bechuanaland, l’attuale Botswana, per chiedere asilo politico. Solo un migliaio ci arrivò. Trotha fece avvelenare i pochi pozzi d’acqua dell’area, per impedire agli Herero di tornare indietro.

Dopo la battaglia di Waterberg e la deportazione, Trotha ordinò ai suoi uomini di sparare a tutti gli Herero, «con o senza fucile, con o senza bestiame», e di non fare prigionieri neanche donne e bambini: i soldati dovevano riportarli nei loro villaggi, oppure ucciderli. Poi Trotha cambiò gli ordini riguardo alle donne e ai bambini, che furono comunque in molti casi deportati in zone desertiche dove morirono di fame. Le stessi istruzioni furono date riguardo alla popolazione dei Nama.

Le violenze verso gli Herero e i Nama che erano sopravvissuti alla battaglia di Waterberg si intensificarono: molti furono resi schiavi e fatti lavorare in campi di concentramento, dove era comune morire di stenti o per le malattie. Il più conosciuto di questi campi fu quello di Shark Island, dove morirono tra le mille e le tremila persone. Moltissimi prigionieri vennero uccisi sommariamente durante la loro detenzione, molte donne vennero stuprate, e altri Herero e Nama furono usati come cavie per esperimenti di eugenetica. Centinaia di teschi umani furono spediti in Germania per scopi scientifici. Molti storici credono che le pratiche messe in atto in Namibia contribuirono a creare le basi per il genocidio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale.

Le stime sul numero totale delle persone uccise nello sterminio variano molto: le più alte, riportate da alcuni storici, parlano di 100mila morti, le più basse di 25mila. Gli Herero e i Nama continuarono a essere trattati come schiavi anche dopo la chiusura dei campi di concentramento, finché la Namibia passò sotto il controllo britannico nel 1915, e poi del Sudafrica nel 1919.

Il riconoscimento
Lo sterminio degli Herero e dei Nama è poco conosciuto in Europa, anche perché fino a poco tempo fa la Germania non aveva mai riconosciuto le proprie colpe. Il New York Times ha raccontato per esempio che nel cimitero militare di Waterberg c’è una tomba per ogni soldato tedesco morto nella battaglia, ma solo una placca metallica per ricordare i morti Herero. Sam Kambazembi, un capo Herero i cui bisnonni morirono nella battaglia, ha paragonato lo sterminio in Namibia alla Shoah, spiegando: «La sola differenza è che gli ebrei sono bianchi e noi siamo neri. I tedeschi pensavano di poter tenere la questione sotto il tappeto, e che il mondo non ne sapesse mai niente. Ma ora abbiamo attirato l’attenzione». Ma le motivazioni della poca notorietà dello sterminio sono anche politiche: venne messo a tacere anche nella stessa Namibia dal governo sudafricano, che controllò il paese fino all’indipendenza del 1990. Il potere poi passò all’Organizzazione del popolo dell’Africa del Sud-Ovest, partito dominato dal gruppo etnico principale della Namibia, gli Ovambo, che ha fatto poco per promuovere il riconoscimento dello sterminio degli Herero e dei Nama. L’economia della Namibia è stata sostenuta a lungo dagli aiuti stranieri, soprattutto provenienti dalla Germania.

Ancora oggi ci sono tensioni direttamente collegate allo sterminio: i discendenti dei coloni tedeschi in molti casi possiedono ancora le terre confiscate all’inizio del secolo scorso agli Herero, che oggi rappresentano il 10 per cento della popolazione di 2,3 milioni di abitanti della Namibia. Veraa Katuuo, un’attivista Herero che vive negli Stati Uniti, ha spiegato al Guardian che oggi la sua etnia vive in «riserve sovraffollate e sovrasfruttate, moderni campi di concentramento, mentre le nostre terre fertili sono occupate dai discendenti di chi ha compiuto il genocidio dei nostri antenati».

In Germania non esistono monumenti che ricordino i morti causati dal colonialismo tedesco, a parte una lapide in un cimitero di Berlino e un monumento a forma di elefante a Brema. Per decenni il governo tedesco si è rifiutato di usare la parola “genocidio” per descrivere lo sterminio degli Herero e dei Nama, fino al 2015, quando il ministro degli esteri socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier ha firmato una linea guida che prescrive di riferirsi all’episodio con le parole “crimine di guerra e genocidio”. Ciononostante Ruprecht Polenz, che sta conducendo i negoziati sul riconoscimento del genocidio con le autorità della Namibia, ha detto che i risarcimenti personali ai discendenti delle vittime sono «fuori questione», e che lo sterminio degli Herero e dei Nama non è paragonabile alla Shoah. Vekuii Rukoro, un rappresentante degli Herero, ha criticato le parole di Polenz definendole «un insulto all’intelligenza non solo degli abitanti della Namibia e dei discendenti delle vittime del genocidio, ma agli africani in generale e a tutta l’umanità».

Al posto dei risarcimenti diretti, la Germania ha proposto di creare una fondazione per finanziare scambi culturali con i giovani della Namibia e diversi progetti per costruire infrastrutture. Gli Herero si sono lamentati di essere stati esclusi dalle trattative, che hanno coinvolto il governo della Namibia e quello della Germania. Gli Herero non si fidano di come il governo della Namibia distribuirà le eventuali compensazioni ricevute dalla Germania, sulle quali però ci sono opinioni diverse. Il governo tedesco non vuole che vengano chiamati “risarcimenti”, né negoziare direttamente con gli Herero e i Nama, perché aprirebbe la strada a una lunga serie di rivendicazioni in giro per il mondo, ha spiegato Polenz.

Ken McCallion, uno degli avvocati che sta assistendo i rappresentanti degli Herero e nei Nama nella causa presentata a New York, ha spiegato che non ci sono abbastanza garanzie che i fondi dati dalla Germania alla Namibia finiscano ai discendenti delle persone morte nello sterminio, e ha detto che non ci può essere un accordo senza la partecipazione degli Herero e dei Nama. La causa è stata presentata a New York per via dell’Alien Tort Statute, una legge americana del 1789 spesso invocata nei casi di violazioni dei diritti umani. In base a una decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti del 2013, la legge non si applica ai crimini commessi fuori dagli Stati Uniti a meno che non li «coinvolgano e interessino». Secondo McCallion, è possibile che il tribunale di New York decida che la legge possa essere applicata in caso di genocidi in paesi stranieri.

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