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  • sabato 2 luglio 2016

Dentro Podemos si balla

Dopo l'enorme delusione delle elezioni del 26 giugno, il partito di Pablo Iglesias sta cercando di capire cosa non ha funzionato, tra polemiche e scontri interni

Pablo Iglesias al centro, Inigo Errejon alla sua sinistra e Alberto Garzon alla sua destra (JORGE GUERRERO/AFP/Getty Images)

Negli ultimi giorni in Spagna si stanno commentando molto gli inaspettati e sorprendenti risultati delle elezioni legislative che si sono tenute il 26 giugno. Le elezioni sono state vinte dal Partito Popolare (PP) del primo ministro conservatore Mariano Rajoy: nonostante i molti scandali di corruzione, il PP è stato l’unico grande partito a guadagnare seggi rispetto alle ultime elezioni, che si erano tenute a dicembre e che non avevano prodotto alcuna maggioranza. Il Partito Socialista (PSOE), l’altro grande partito tradizionale spagnolo, ha ottenuto il risultato peggiore della sua storia, ma ha comunque festeggiato per avere evitato il temuto sorpasso di Podemos, il partito di sinistra guidato da Pablo Iglesias. Il risultato ottenuto da Podemos – un disastro, viste le grandi aspettative pre-elettorali – è il dato politico più interessante uscito dalle elezioni di giugno. Non solo perché non si è verificato il sorpasso ai danni del PSOE, che avrebbe potuto rivoluzionare davvero il sistema politico spagnolo minando la supremazia storica dei due partiti tradizionali, ma anche perché ha riavviato una serie di scontri interni al partito che sono diventati molto evidenti e intensi negli ultimi giorni.

Ripasso di cosa è Podemos
Podemos è un partito di sinistra (alcuni lo definiscono “populista di sinistra”) nato nel 2014 da un’iniziativa precedente di un gruppo di accademici dell’Universidad Complutense di Madrid, la principale università pubblica della capitale spagnola. Podemos è considerato la più grande novità della politica spagnola degli ultimi anni. Fin dall’inizio si è posto obiettivi ambiziosi: cambiare il sistema politico spagnolo – i suoi leader criticano spesso la “casta” dei partiti e le élite economiche corrotte – e sostituirsi al PSOE come principale forza di sinistra del paese. L’evoluzione di Podemos è stata raccontata da “Política, manual de instrucciones”, un documentario girato dal regista spagnolo Fernando León de Aranoa e uscito poco prima delle elezioni del 26 giugno.

Negli ultimi mesi sembrava che le cose per Podemos andassero molto bene: alle elezioni di dicembre Podemos si era riconfermato come terzo partito in Spagna, anche se piuttosto distante dal PP e dal PSOE. Poche settimane fa Pablo Iglesias, il leader del partito, aveva però annunciato una svolta strategica notevole: l’alleanza con Izquierda Unida, una coalizione di forze di sinistra, tra cui il Partito Comunista spagnolo. L’alleanza aveva preso il nome di Unidos Podemos e nei piani dei suoi sostenitori avrebbe dovuto ottenere alle elezioni di giugno un numero di voti tale da sorpassare il PSOE. Le cose sono andate diversamente. Unidos Podemos ha perso più di un milione di voti rispetto a quelli presi da Podemos e Izquierda Unida a dicembre, quando i due partiti erano ancora separati. È riuscito comunque a mantenere lo stesso numero di seggi (71), ma tutti – anche gli stessi leader del partito – hanno definito i risultati “per niente buoni” e completamente inaspettati. Da allora, hanno raccontato i giornali spagnoli, è ricominciata nel partito una lotta tra due correnti che si erano già scontrate in passato e la cui diffidenza e animosità reciproca è riemersa negli ultimi giorni.

Le correnti di Podemos: chi sta con chi
Le due principali correnti di Podemos prendono il nome da due esponenti del partito molto in vista: Pablo Iglesias, segretario del partito e candidato primo ministro alle ultime elezioni, e Íñigo Errejón, suo vice e responsabile dell’ultima campagna elettorale. I sostenitori del primo vengono chiamati pablistas, gli altri errejonistas.

I due si conobbero più di dieci anni fa alla caffetteria di Scienze Politiche dell’Universidad Complutense di Madrid, una facoltà molto politicizzata e di sinistra dove le proteste e manifestazioni erano allora quasi quotidiane. Iglesias, 37 anni, fu il primo a emergere come figura pubblica, grazie a una serie di programmi televisivi di cui fu anche conduttore: il più celebre fu “Fort Apache”, trasmesso su Hispan Tv, il canale in lingua spagnola del governo iraniano. Errejón, 32 anni e una faccia da ventenne, viene considerato oggi il numero due del partito e fino ai primi tempi della creazione di Podemos ha condiviso con Iglesias esperienze ed idee politiche. Errejón dedicò anche la sua tesi universitaria a Iglesias. Nei ringraziamenti scrisse: «In Pablo Iglesias ho trovato un compagno dalla mente acuta e dalla volontà bolscevica, uno stimolo intellettuale continuo». El Confidencial ha descritto così i due leader di Podemos: «Pablo Iglesias è la faccia di Podemos, Íñigo Errejón il suo autore intellettuale».

PodemosPablo Iglesias, a destra, e Íñigo Errejón a Madrid, il 20 febbraio 2015 (JAVIER SORIANO/AFP/Getty Images)

Le prime differenze tra Iglesias e Errejón iniziarono a emergere sulla strategia da usare per rendere Podemos il primo partito di sinistra della Spagna: Iglesias era favorevole a un approccio dirompente e di rottura, mentre Errejón privilegiava una via più pragmatica che includesse proposte economiche meno radicali. Al congresso di Vistalegre, la riunione fondativa di Podemos che si tenne in un’arena coperta nel sud-est di Madrid, prevalse la linea di Errejón ma il partito cominciò a dividersi (per esempio si dimise Juan Carlos Monedero, uno dei più importanti fondatori del partito). Nei mesi successivi ci furono alcuni scontri interni tra pablistas ed errejonistas, nei quali a un certo punto si inserì anche una terza corrente, gli anticapitalistas, che di fatto si allineò a molte posizioni di Iglesias. L’esponente più in vista degli anticapitalistas è Teresa Rodríguez, leader di Podemos Andalusia (l’Andalusia è una comunità autonoma della Spagna). Anche lei è uno dei personaggi che hanno animato il dibattito di questi ultimi giorni all’interno di Podemos.

Le reciproche accuse tra pablistas ed errejonistas
Dopo la delusione elettorale del 26 giugno, Podemos si è trovato completamente spiazzato: in una conferenza stampa tenuta domenica sera, Pablo Echenique – il numero tre di Podemos, un pablistasha detto: «In questo momento non sappiamo quale parte del progetto di campagna elettorale possa avere influito sui risultati. Lo studieremo e lo analizzeremo». Lo stesso concetto è stato ribadito poco dopo da Iglesias, che rispondendo alla domanda di una giornalista ha aggiunto: «Pensiamo, indipendentemente dai risultati, che la confluencia sia stata la scelta corretta». La confluencia, cioè l’alleanza tra Podemos e Izuierda Unida, è stato uno degli argomenti più dibattuti sui giornali spagnoli dopo le elezioni di giugno. Ma soprattutto è stato quello su cui si sono più divisi i pablistas e gli errejonistas all’interno del partito.

Un pezzo della conferenza stampa di Pablo Echenique dopo la diffusione dei risultati del 26 giugno

In sintesi, i pablistas sostengono che l’alleanza con Izquierda Unida non vada messa in discussione e hanno accusato Errejón di avere organizzato una campagna troppo conservatrice e poco incisiva, che si è adeguata ai toni degli altri partiti politici senza puntare abbastanza sui punti di rottura. Gli errejonistas hanno rivendicato la loro precedente contrarietà alla confluencia, individuando la responsabilità del fallimento nell’alleanza con un partito tradizionale e schierato come Izquierda Unida (in un’intervista alla Televisión Española, Errejón ha detto chiaramente che il patto con Izquierda Unida non ha funzionato). Errejón, infatti, si era sempre mostrato scettico all’idea di dare una collocazione politica così chiara a Podemos, conseguenza inevitabile se ci si allea con dei partiti di sinistra-sinistra: Errejón avrebbe voluto continuare a puntare sulla trasversalità di Podemos, cioè sulla capacità di attrarre i voti dal più ampio elettorato di centrosinistra della Spagna.

In questo contesto di accuse reciproche, ha scritto El Español, si sono inseriti anche Juan Carlos Monedero, uno dei fondatori di Podemos uscito dalla direzione del partito nel 2015, e Teresa Rodríguez, esponente degli anticapitalistas e soprattutto avversaria interna di Errejón (lo stesso Monedero è considerato un avversario di Errejón). Entrambi se la sono presa con la campagna elettorale di Podemos – cioè con Errejón – valutata troppo conservatrice e poco critica nei confronti del PSOE. In effetti negli ultimi mesi c’era stato un ammorbidimento dei toni da parte di Iglesias, con un doppio obiettivo: presentare il leader di Podemos come un credibile potenziale primo ministro, e non rompere del tutto i rapporti con i Socialisti, nella speranza di chiedere loro di unirsi a un ipotetico governo guidato da Podemos. «Se avessimo fatto la stessa campagna elettorale delle elezioni di dicembre», ha detto Teresa Rodríguez, forse quello che dicevano i sondaggi «sarebbe diventato realtà».

Gli ultimi problemi per Podemos sono arrivati mercoledì, quando Eldiario.es ha pubblicato un messaggio inviato su Telegram da Echenique (come detto, pablista) e diretto a tutti i membri del Consejo Ciudadano, un importante organo di Podemos. Non è chiaro come il messaggio, che doveva rimanere interno e privato, sia arrivato alla stampa. La sua pubblicazione ha provocato però molti malumori, soprattutto tra gli avversari dei pablistas. Una parte del messaggio era riferita alle lotte interne al partito e diceva: «Nel caso in cui la via dell’amore e dei modi gentili si dimostri inutile, si comincerà ad agire in maniera decisa, concreta e seria contro chi non capisce (parlo in generale: non di questo organo) che le guerre interne ci dissanguano, ci bruciano e ci feriscono. Per crescere, l’amore non va solo offerto, ma vanno anche estirpate le erbacce della violenza radicata». Intanto Podemos ha detto che avvierà una “analisi collettiva della campagna e dei risultati” delle elezioni. Echenique comincerà e raccogliere le opinioni dei circoli del partito per capire cosa non abbia funzionato: tra i motivi indicati per spiegare la delusione elettorale ci sono il patto con Izquierda Unida, le conseguenze di “Brexit” e le relazioni che alcuni dei dirigenti di Podemos ebbero in passato con il governo del Venezuela (che è un’altra storia ancora, spiegata qui).

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