Riforma Senato

Il referendum costituzionale in 5 punti

Una guida agile, per chi va di fretta: cosa cambia la riforma della Costituzione e di che cosa si discute in vista del referendum

Riforma Senato
(ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI)

Il referendum costituzionale con cui verrà deciso se approvare o respingere la legge Boschi, cioè la riforma della Costituzione voluta dal governo Renzi, si terrà il prossimo ottobre. Si tratta di un testo lungo e complesso che modificherà in maniera sostanziale il funzionamento dello stato. L’Italia cesserà di essere un paese dove vige il “bicameralismo perfetto”, cioè la parità di ruolo e competenze tra le due camere, saranno modificati i rapporti tra stato e regioni e saranno introdotte tutta un’altra serie di modifiche come quelle sull’elezione del presidente della Repubblica e sull’istituto del referendum. Per via della sua importanza per il paese e per l’impatto che avrà sul futuro del governo e della politica italiana – Renzi ha detto che si ritirerà dalla politica se dovesse essere sconfitto – il referendum ha suscitato un forte dibattito politico su tutti gli aspetti toccati dalla riforma.

Riforma del Senato
La parte più importante della riforma riguarda il Senato, che tra le altre cose non dovrà più dare la fiducia al governo e non si occuperà più di gran parte delle leggi, che saranno di competenza esclusiva della Camera. Chi critica la riforma dice che questo cambiamento rischia di dare troppo potere al governo (molti parlano addirittura di “svolta autoritaria”), visto che soltanto la Camera potrà determinare la caduta di un governo.
In molti però, come i 56 costituzionalisti che hanno scritto una lettera aperta a favore del “no” al referendum, respingono le critiche di “autoritarismo”, limitandosi a notare che i veri problemi che la riforma potrebbe causare nascono più che altro dall’unione della riforma del Senato con la nuova legge elettorale, il cosiddetto “italicum“. La nuova legge elettorale prevede un significativo premio di maggioranza alla Camera che viene assegnato al secondo turno delle elezioni (è probabilmente l’unico caso al mondo di una legge elettorale che prevede un secondo turno tra forze politiche differenti invece che tra candidati). In questo modo la legge potrebbe finire con l’assegnare il premio a una forza politica con una bassissima rappresentanza nel paese, che controllando la Camera potrebbe legiferare in completa autonomia.

Le competenze del Senato
Sulla maggior parte delle leggi sarà soltanto la Camera a dover decidere, eliminando così la cosiddetta “navetta”, cioè il passaggio della stessa legge tra Camera e Senato che oggi capita avvenga anche più di una volta, visto che le due camere devono approvare leggi che abbiano esattamente lo stesso testo. La “navetta” è un prodotto del “bicameralismo perfetto”, un’istituzione che possiede solo l’Italia in tutta Europa. Secondo alcuni questo cambiamento – a lungo auspicato da costituzionalisti e politici di ogni schieramento – è reso dalla riforma in maniera confusa. Alcuni hanno notato come l’attuale articolo 70 della Costituzione, che stabilisce la competenza legislativa di Camera e Senato, è composto da nove parole: “la potestà legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Quello nuovo previsto dalla riforma invece è lungo 363 parole. Questa complicazione rischia di produrre conflitti di competenze tra le camere e ritardi nell’approvazione delle leggi. Chi difende la riforma sostiene che anche gli eventuali conflitti che potrebbero sorgere, soprattutto nei primi anni, non possono essere paragonata alla lentezza legislativa che comporta per sua natura il bicameralismo perfetto.

La scelta dei senatori
Il nuovo senato avrà 100 membri, di cui 74 saranno consiglieri regionali, 21 saranno sindaci e 5 saranno nominati dal presidente della Repubblica (gli ultimi avranno un mandato della durata di 7 anni). Il metodo con cui saranno eletti i 74 consiglieri regionali e i 21 sindaci non è ancora stato deciso: servirà una legge che determini esattamente come avverrà la loro elezione. Su questo punto ci sono stati aspri scontri politici, anche per la formulazione vaga della riforma: dice che i senatori saranno eletti «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi». In altre parole la legge ordinaria potrebbe stabilire che in occasione delle elezioni regionali sarà necessario indicare sulla scheda la propria preferenza per il consigliere regionale che l’assemblea dovrà eleggere come suo rappresentante al Senato. Altre polemiche su questo punto sono dovute al fatto che la riforma continua a prevedere l’immunità parlamentare per i senatori (quindi, dicono i critici, i consigli regionali invieranno al Senato i loro “colleghi” che rischiano di essere processati: ma questo non succederà se saranno gli elettori a scegliere chi mandare in Senato). Chi difende la riforma ricorda la Costituzione prevede che il Senato abbia competenze legate alle regioni, e che riduce notevolmente il numero dei parlamentari, una cosa che gli elettori chiedono da tempo.

Titolo V
La riforma prevede una forte riduzione delle competenze delle regioni e, in teoria, una maggiore chiarezza sui ruoli di stato e autonomie locali. L’attuale Titolo V, la parte della Costituzione che regola questi rapporti, riformata nel 2001, è da molti considerata poco chiara e causa di moltissimi contenziosi. Secondo i critici, però, la riforma rischia di non semplificare la situazione e portare ad altrettanti contenziosi in futuro. Per esempio è previsto che lo stato possa occuparsi di materie di esclusiva competenze regionale quando è in gioco l’interesse nazionale: stabilire come e quando l’interesse nazionale sia in gioco potrebbe essere in futuro una forte fonte di contenziosi. A proposito di questo, come di altri rischi, Renzi ha ammesso che ci sono alcuni punti che andranno chiariti, ma sostiene che si tratta comunque di un passo avanti rispetto al passato: anche perché dal 2001 a oggi le autonomie delle regioni su molte questioni non hanno prodotto grandi passi avanti dal punto di vista legislativo ma lentezze ulteriori, disparità nell’erogazione dei servizi e problemi di bilancio.

Riduzione dei costi
Uno degli slogan usati dal governo per promuovere il sì al referendum è che con la riforma si “taglieranno le poltrone” e si “risparmieranno soldi” (sono slogan che sono stati accolti a volte anche con una certa ironia). La ragione di queste affermazioni è che con la riforma si aboliranno definitivamente le province (che spariranno dal testo della Costituzione), si abolirà il CNEL e i senatori saranno ridotti di numero (passeranno da 320 a 100) e non percepiranno uno stipendio. Non sono state fornite stime esatte sull’ammontare di questi risparmi, ma si calcola che possano essere nell’ordine di poche centinaia di milioni di euro, su un bilancio pubblico di circa 800 miliardi di euro. In diverse occasioni Renzi ha detto che i “tagli alle poltrone” non produrranno risparmi significativi, ma che gli effetti economici della riforma si vedranno soprattutto grazie alla semplificazione dell’iter legislativo grazie alla fine del bicameralismo perfetto.

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