Cos’è la carta

di Giacomo Papi – @giacomopapi

È la materia prima di cui sono fatti i libri e ha una storia infinita, innumerevoli varietà, editori che ci stanno attenti e altri che la ignorano

Un manoscritto medievale: le gocce di cera nascondono la nudità dei soldati (medievalbooks)

La carta è la materia di cui sono fatti i libri – oltre che i soldi, i quaderni e un sacco di altre cose – ma in pochi, sfogliando un libro, sono in grado di dire di che tipo di carta sia fatto. In altri campi non è così: le conoscenze tecniche elementari sono diffuse e gli esperti – o i sedicenti tali – proliferano. Quasi tutti sanno distinguere il denim dai tweed, la seta dal lino o il cachemire dall’acrilico, e negli ultimi anni si sono moltiplicati gli esperti di cibo e di vino. Nonostante la carta sia fondamentale per valutare i libri in quanto oggetti attraverso la vista, il tatto e l’olfatto, quasi nessuno sa dire perché un libro si sia ingiallito, quali siano gli editori che usano la carta migliore e se una copertina sia goffrata oppure marcata a feltro. Distinguiamo a stento la carta vetrata.

debord-jorn Una copia di “Mémoires. Structures portantes d’Asger Jorn” di Guy Debord e Asger Jorn, i fondatori dell’Internazionale situazionista. Fu stampata a Copenhagen nel 1959. Nel 2011 una copia è stata venduta all’asta a Parigi da Christie’s per 3mila euro. Jorn disse allo stampatore Permild che la copertina in carta vetrata era stata pensata per minacciare i libri vicini sullo scaffale o per pulire tavoli di mogano.

Chi produce e quanto pesa la carta in Italia

In Italia l’industria della carta ha una tradizione antica e dimensioni importanti: secondo i dati diffusi dal Gruppo Burgo – il maggiore gruppo cartario italiano, fondato a Verzuolo, Cuneo, nel 1905 – nel 2014 il fatturato della filiera della carta è stato di 31 miliardi di euro, di cui 9,5 da esportazioni, per 716 mila posti di lavoro. Per avere un parametro: secondo Mediobanca nel 2012 lavoravano nella moda 465.500 persone. Anche se la carta per libri non è il suo prodotto più forte, nel 2014 il settore carta di Burgo ha fatturato 1,5 miliardi di euro, come il Gruppo Diesel nella moda nel 2013. Il 75 per cento della carta italiana viene prodotta in Versilia, nella zona di Capannori, in provincia di Lucca, ma si tratta per lo più di carta igienico-sanitaria, su cui quindi è difficile stampare.

Il più antico e importante produttore italiano di carta di qualità è il Gruppo Fedrigoni di Verona, che nel settore della carta di lusso è anche uno dei più forti a livello europeo e mondiale. Nel 2014 Fedrigoni – che ha 2.700 dipendenti e 13 stabilimenti di cui 9 in Italia  – ha fatturato 873 milioni di euro, appena meno meno di Tod’s e D&G. La prima cartiera fu fondata da Giovanni Fedrigoni nel 1724 a Trambileno, vicino a Rovereto. Tre secoli più tardi, nel 2002, Fedrigoni ha acquisito dal Poligrafico di Stato le Cartiere Fabriano, le più antiche del mondo ancora in attività, fondate nelle Marche nel 1264, un anno prima che Dante Alighieri nascesse. Fedrigon-Fabriano, oggi, è uno dei maggiori produttori mondiali di cartoncini di lusso, scatole per profumi e carta adesiva (anche le figurine Panini), carta per libri illustrati e per libri normali pubblicati da editori attenti alla carta. Il prodotto più noto di Fabriano sono gli album da disegno, compresi i preziosi fogli per acquerelli e incisioni, quello meno conosciuto sono le banconote, di cui il gruppo è l’unico produttore italiano. «La carta per acquarelli o incisione e quella dei soldi sono molto simili, tutte cotone, senza tracce di legno. Questi tipi di carta e la carta moneta sono sorelle», dice Chiara Medioli, direttrice marketing e discendente del fondatore.

Come si fa la carta

La carta si ottiene dalle fibre disidratate di cellulosa – un polimero presente in natura da cui si estraggono molti altri materiali, tra cui il diacetato delle montature degli occhiali, il rayon o il cellophane – che vengono sciolte nell’acqua fino a formare una pasta che si può stendere in fogli. «È come stendere la sfoglia dopo avere mischiato acqua e farina. La carta ha molto in comune con la cucina», dice Medioli. «Ogni tipo di carta ha una ricetta, spesso segreta. Dipende dal tipo di cellulosa utilizzata, se è carta di cellulosa, derivata da fibre che si usano nel tessile come lino o cotone, oppure estratta dal legno, e dal tipo di legno, dai minerali nell’impasto e dai procedimenti chimici a cui è stata o non è stata sottoposta».

La cellulosa – (C6H10O5)n viene commerciata sotto forma di foglioni da sciogliere nell’acqua, eventualmente insieme a minerali, come il carbonato di calcio, il talco o il caolino, quello che si usa per fare la porcellana. Questi fogli di cellulosa possono essere bianchi o avorio a seconda del colore della carta che si vuole ottenere. La carta più preziosa deriva dalla cellulosa fibrosa, che viene estratta da piante come il cotone o la canapa, mentre quella del legno costa meno ma contiene lignina, la sostanza che fa invecchiare e ingiallire la carta. La presenza di lignina è la ragione per cui dopo un giorno all’aperto un quotidiano, che è fatto di carta poco costosa, diventa giallo. Per valutare la qualità della carta di un libro, la seconda cosa da fare dopo averla toccata, quindi, è vedere se invecchiando si ingiallisce sui bordi.

Breve storia della carta

L’invenzione – o la scoperta – della carta risale almeno al II secolo avanti Cristo. Il primo frammento di carta è stato ritrovato nel 1986, a Fàngmǎtān, vicino a Tianshui, nella provincia di Gansu, nel nord Est della Cina, sulla Via della seta. Apparteneva a una mappa della zona ed era ricavata dalla macerazione della corteccia di un gelso, l’albero i cui bachi fanno la seta. Nel 105 d.C., grazie a un certo Ts’ai Lun, un eunuco funzionario alla corte degli Han orientali, la produzione si perfeziona e la carta – ricavata oltre che dal gelso anche da canapa, stoffa, e reti da pesca – si diffonde in tutto l’Impero. Poi, nel 751, gli arabi conquistano Samarcanda e – secondo leggenda – prendono in ostaggio due cartai cinesi che svelano al mondo i segreti del mestiere. La carta arriva a Baghdad, da lì a Damasco, al Cairo, in Sicilia, a Istanbul e poi, dopo il Mille, in Marocco e Spagna. Nel 972 il geografo arabo Ibn Hawqal ne attesta la presenza a Palermo (allora Balarm). Nel 1264 nascono le cartiere di Fabriano, nelle Marche, intanto la carta si diffonde anche nel nord dell’Europa.

FangmatanIl frammento della mappa di Fangmatan, in Cina, il più antico finora ritrovato.

Per molto tempo la scrittura su carta si affianca a quella su pergamena, le pelli di animale conciate, che qualcuno ancora produce e digitalizza. Nella biblioteca dell’abbazia del Nome della rosa di Umberto Eco ci sono entrambe, anche un libro in greco in «carta di panno» fabbricata «a Silos, vicino a Burgos» nel nord della Spagna. Ai bordi dei manoscritti compaiono i primi appunti e i primi disegnini di scolari annoiati. Ma è con l’invenzione della stampa a caratteri mobili alla fine del Quattrocento che la produzione di carta si diffonde. A quel tempo la carta si ricavava soprattutto dai tessuti e dagli stracci – da cui carta straccia – ed era quindi di miglior qualità rispetto a quella diffusa oggi.

L’uso massivo del legno incomincia ad diffondersi con la Rivoluzione industriale, a partire dal Settecento, quando si forma un’opinione pubblica di lettori, nascono i giornali a grande tiratura e i primi bestseller, come il romanzo epistolare Pamela di Samuel Richardson. Per vendere i libri al maggior numero possibile di persone bisogna contenere i costi, lavorando sui materiali e sui processi di produzione. In questa fase la storia della carta si sovrappone a quella della tipografia e delle grandi invenzioni del periodo: Giambattista Bodoni, l’inventore del carattere tipografico utilizzato da Franco Maria Ricci, entrò in contatto con la cartiera Miliani di Fabriano; John Baskerville, l’inventore del carattere tipografico dei libri di Adelphi, per molto tempo fu ritenuto anche l’inventore della carta velina che fu portata in Francia – da dove si diffuse in tutta Europa – da Pierre Montgolfier, il padre dei fratelli della mongolfiera. L’opinione pubblica vuole leggere e scrivere, e le tipografie hanno bisogno di stampare, ma più la carta diventa importante e centrale, e più se ne produce e vende, più la qualità media peggiora. Già nell’Ottocento la carta è diventata un prodotto industriale.

Carta naturale e carte trattate

La carta si divide in due grandi categorie: naturale e trattata.
La carta naturale – o usomano, perché è quella dei quaderni, cioè per scrivere a mano – è quella che normalmente viene usata anche per gli interni dei libri. La qualità, ovviamente, varia moltissimo a seconda della quantità di legnina, e della lunghezza delle fibre che dipende dal tipo di albero da cui è estratta la cellulosa. Pini, abeti, cioè le conifere, hanno la fibra lunga, mentre aceri, faggi, eucalipti (latifoglie) hanno la fibra corta e quindi producono carte più opache. Esistono anche carte naturali – le più preziose – ricavate da cellulosa pura, senza lignina. A dispetto del suo nome, la carta naturale viene sottoposta a collatura, sulla superficie viene cioè stesa una patina di colla per non fare sbavare l’inchiostro. A meno di casi particolari e rari, l’interno dei libri in commercio è di carta usomano.

Le carte trattate possono essere:

  • patinate
  • marcate a feltro
  • goffrate o vergate
  • filigranate

In editoria le carte trattate vengono in genere utilizzate per le copertine.

Le carte patinate sono quelle che si usano per le riviste tanto che, per estensione, l’aggettivo “patinato” è diventato sinonimo di elegante e prezioso. Invece la patina è ottenuta aggiungendo alla cellulosa una quantità di carbonato di calcio, cioè sasso in polvere, che si aggira intorno al 30 per cento. Ne consegue che questo tipo di carta pesa di più, ma a parità di peso costa meno, perché il calcio è meno caro della cellulosa. Ed è quindi molto meno preziosa ed elegante degli altri tipi di carta trattata.

Le carte marcate a feltro sono quelle che si ottengono stendendo i fogli ancora bagnati su tappeti di feltro in modo da riprodurne il disegno e le irregolarità. È un tipo di carta che viene spesso utilizzata in editoria perché al tatto dà una sensazione di matericità e porosità che altre carte non danno. A Villar Pelice, vicino a Torino, c’è un museo del feltro e un’azienda che li produce.

La carta goffrata o vergata viene fatta passare a secco dentro dei rulli che imprimono un disegno più regolare di quello lasciato dal feltro. La differenza tra vergato e goffrato dipende dal tipo di disegno. Anche questo tipo di carta è usato in editoria, soprattutto sulle copertine.

Infine la carta può essere vergata con la filigrana: è il caso delle banconote, ma anche di carte speciali di libri preziosi o di album da disegno che lasciano intravedere un disegno all’interno. A differenza delle carte marcate a feltro o goffrate, nel caso della filigrana il disegno è nell’impasto e non impresso a posteriori sulla carta.

Il costo della carta

La carta si vende a peso, che è espresso in grammi per metro quadrato. Il cosiddetto PPB – Paper Printing and Binding, quindi carta, stampa e rilegatura – incide per circa l’8 per cento sui costi totali di un libro. Significa che la carta incide mediamente per circa un terzo di quella percentuale, ovvero dal 2 al 4 per cento. Il costo della carta però può variare moltissimo: si va dalle 700 euro a tonnellata della carta più scarsa, quella per fare fotocopie, ai 1500 euro di una carta preziosa. Naturalmente l’incidenza varia anche a seconda della quantità di copie stampate, del numero di pagine e delle dimensioni finali del libro, che però dipendono anche dal tipo di carta: se per esempio il testo è troppo corto perché il libro possa apparire un oggetto dignitoso, l’editore può decidere di renderlo più alto, aumentando la grammatura della carta – cioè lo spessore. Un altro procedimento consiste nel “gonfiare” la carta, aumentandone lo spessore a spese della densità: in questo caso si parla di «carta bouffant». È il caso di quei libri che pesano molto meno di quanto uno si aspetterebbe. La qualità della carta – insieme alla rilegatura che può essere cucita a mano o incollata – rimane l’indicatore principale, anche se invisibile, della raffinatezza dell’edizione.

La carta dei libri italiani

I libri d’arte e i cosiddetti «coffee table books», cioè i libri da arredamento, hanno spesso carte preziose, anche se le carte patinate possono ingannare.

Tra gli editori italiani di libri da leggere il più attento alla carta è Sellerio. I libri di Sellerio hanno un formato ridotto proprio perché altrimenti alcune collane costerebbero troppo per avere prezzi competitivi. Quasi ogni collana è associata a un particolare tipo di carta prodotta dalle Cartiere Miliani di Fabriano. In alcune collane non viene impiegata solo per la sovracoperta, ma anche per l’interno. La Memoria – la «collana blu» nata nel 1979 con la collaborazione di Leonardo Sciascia – ha la sovracoperta in carta Ingres e l’interno in carta naturale vergata delle Cartiere; il Divano ha la sovracoperta stampata al torchio su carta Roma fabbricata a mano e interamente di cotone, come le banconote, e l’illustrazione a colori incollata. L’interno è stampato in piano su carta naturale Grifo vergata o Palatina dai 70 ai 100 grammi, che è una grammatura molto alta.

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La carta Grifo, Palatina, Ingres e Roma (Fabriano).

Un’altra casa editrice che punta da sempre sulla carta è Adelphi. Non l’ha mai cambiata dal 1963, quando fu progettata. Le sovracoperte della Biblioteca Adelphi sono in carta Acquarello rigata marcata feltro su entrambi i lati, un’altra carta Fabriano. Le copertine della Piccola Biblioteca – quei piccoli libri color pastello, i tascabili – è in Imitlin, una carta goffrata inventata negli anni Quaranta sempre da Fedrigoni che “imita” tessuto. Ha raccontato Roberto Calasso che quando consegnò a Thomas Bernhard la sua autobiografia appena uscita, lo scrittore prese in mano il libro, «lo sfogliò, osservò attentamente la stampa, sembrava piacergli. Poi disse che la carta era buona. Non una parola di più».

In generale, la presenza di una sovracoperta su edizioni in brossura – cioè senza copertina rigida – è un indicatore. Tra gli editori più piccoli, anche Iperborea (ne abbiamo scritto qui) ha le sovracoperte in Imitlin, mentre l’interno è in una carta finlandese particolarmente morbida scelta per rendere i libri più facili da aprire. Un altro piccolo editore attento alla carta è Quodlibet.

Il Gruppo Mondadori, il maggiore editore italiano, compra la carta per tutto il gruppo dalla Holmen Paper, una grande cartiera svedese che produce anche legname. La carta dell’interno dei libri è una normale usomano di buona qualità, ma non ai livelli di Sellerio e Adelphi. Ci sono delle eccezioni per le collane più importanti, come i Meridiani e la Biblioteca della Pléiade di Einaudi che ricalca quella Gallimard, il cui interno è in carta Bible Avory, una carta di pura cellulosa leggerissima (40/45 grammi per metro quadrato) ma molto resistente che si usa anche per le bibbie e i messali perché devono potere essere sfogliati senza rompersi e senza pesare tonnellate.

Gli interni dei libri Einaudi – il cui bianco spinse i fondatori di Adelphi alla imitlin colorata della Piccola Biblioteca –  sono in normale carta usomano avoriata. Il colore avorio ha la funzione di diminuire la trasparenza delle pagine e, quindi, di migliorare la lettura. Le collane più importanti e costose, invece, sono definite anche dalla carta: l’interno dei Millenni e della NUE – Nuova Universale Einaudi – è in carta Fedrigoni Arcoprint, le copertine di cartone dei Coralli e Supercoralli sono rivestite ancora in imitlin, quelle dei Millenni e delle Grandi Opere in tela, le Letture sono in carta Simply Cotton.

Quanto inquina la carta

La natura vegetale della carta è rimasta stampata nelle parole con cui se ne parla: fogli deriva da foglie, papiro – da cui paper in inglese, papel in spagnolo, papier in francese e tedesco – è una canna di palude, libro deriva dal latino liber che è la parte più interna della corteccia, book è probabilmente legato a beech, che significa faggio. Soltanto il termine carta – che deriva dal greco χαράσσω, incidere – si sottrae all’etimologia vegetale. L’idea che la carta sia in qualche modo viva – o che comunque corrisponda alla morte di una cosa viva come un albero o una pianta, un po’ come il consumo di carne o l’indossare pellicce a quella di un animale – è diventata comune da quando Internet ha offerto un’alternativa. Messaggi del tipo «Non stampare questa email. Salva un albero» sono comparsi quasi subito.

Non esiste un materiale su cui la sensibilità ambientale sia così sviluppata, forse perché la carta si butta, forse perché appare delicata e nobile o forse perché chi la apprezza – cioè chi apprezza i libri e la scrittura – è più ecologista di chi, per dire, ama automobili o telefonini.

Dal 1994 esiste un’organizzazione no profit internazionale chiamata FSC – Forest Stewardship Council, riconosciuta da WWF e Greenpeace, che ha il compito di certificare ogni partita di cellulosa per assicurarsi che la carta che se ne produce non abbia devastato foreste, e che gli alberi siano stati abbattuti secondo parametri ecologicamente sostenibili. Così, se si chiede a un editore di un certo livello di che carta siano i libri che stampa, «certificata FSC» è la prima risposta. Esistono anche carte prodotte da partite di cellulosa ricavata dall’abbattimento incontrollato, per esempio, di boschi di betulle nell’est Europa, ma difficilmente finiscono nei libri. Soltanto il 15 per cento del legno ricavato dagli alberi tagliati in tutto il mondo ogni anno viene utilizzato per la carta, contro il 75 per cento che va in edilizia, mobili e riscaldamento. Ma non esistono simili parametri di controllo, per esempio, per i mobili Ikea. Alcuni libri anche di grandi editori – se gli autori sono o vogliono sembrare attenti all’ambiente – sono di carta riciclata. Il problema è che per non essere inquinante la carta riciclata dovrebbe essere grigia, perché sbiancare carta vecchia inquina di più che produrne di nuova. Quando è bianca, l’inquinamento c’è stato lo stesso.

L’odore della carta

Prima che su quello che c’è scritto dentro, la forza di un libro si basa su tre fattori: quello che si vede, quindi il formato, la grafica della copertina e in trascurabile proporzione il carattere di stampa; quello che si tocca, quindi la carta, se sia ruvida o liscia, sottile o spessa; e l’odore, che è l’elemento più inafferrabile e, forse per questo più romantico, per gli amanti dei libri. L’amore per l’odore della carta stampata è diventato il simbolo della nostalgia per un mondo che scompare al punto che è proclamato anche da un mondo – come quello della moda – che per i libri e la stampa non ha mai mostrato particolare trasporto. Nel 2012 Karl Lagerfeld e Wallpaper hanno lanciato Paper Passion Perfume, un profumo ispirato proprio a quello della carta, «for booklovers».

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In realtà chiunque lavori nella produzione della carta e della stampa ti spiega che l’odore di un libro dipende da troppe variabili per potere essere controllato e riprodotto. «Che mi risulti», dice Chiara Medioli di Fedrigoni-Fabriano, «nessun editore si è mai troppo occupato dell’odore dei suoi libri, che dipende dall’umidità, dall’età del libro, da dove è stato conservato, dal tipo d’inchiostro, dalla carta e da come tutti questi fattori interagiscono tra loro».

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