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Le cose che non tornano su Giulio Regeni

Su cosa fa acqua la versione egiziana sulla morte del dottorando italiano al Cairo

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Da una settimana al Cairo, in Egitto, vanno avanti le indagini sulla morte del 28enne italiano Giulio Regeni. Regeni, che era un dottorando dell’Università di Cambridge, era scomparso il 25 gennaio poco prima di incontrarsi con un amico ed è stato trovato morto a lato di una strada nella periferia della città il 3 febbraio, con apparenti segni di tortura sul corpo. Finora le indagini non hanno portato a molto, ma sono emersi dei dettagli che hanno messo in dubbio la ricostruzione fornita dalle autorità egiziane, che per giorni hanno sostenuto che Regeni fosse morto a causa di un incidente oppure durante una rapina. Le novità hanno spinto molti, soprattutto in Italia, a sostenere l’ipotesi del coinvolgimento di un qualche apparato di sicurezza egiziano nella morte di Regeni, che potrebbe essere stato individuato come una minaccia per il regime a causa delle sue attività accademiche.

I contatti con i sindacati

Per via del suo dottorato, Regeni aveva contatti con i sindacati egiziani – che tra le altre cose ebbero un ruolo importante nella rivoluzione del 2011 che portò alla destituzione dell’allora presidente egiziano Hosni Mubarak – e con attivisti anti-governativi. Per esempio Regeni era in contatto con Hoda Kamel e Fatma Ramadan, due donne egiziane del “Centro per i diritti economici e sociali” di Khaled Ali, un politico di sinistra che nel 2012 si candidò alle elezioni presidenziali (quelle che elessero Mohamed Morsi, l’esponente dei fratelli Musulmani destituito da un colpo di stato militare l’anno successivo). Le due donne, ha scritto il Corriere, avevano fatto incontrare Regeni con dei venditori ambulanti di Heliopolis, molti dei quali iscritti al sindacato. Ramadan ha detto al Corriere: «Un poliziotto in borghese aveva detto a uno di loro [uno degli ambulanti, ndr] di non parlare con Giulio, di non fidarsi». Di certo c’è che Regeni aveva frequentato alcune riunioni di un sindacato dissidente al regime.

Sempre il Corriere ha intervistato un impiegato di un’agenzia di comunicazioni che abita sotto l’appartamento del Cairo dove stava Regeni: l’uomo ha raccontato che due o tre giorni prima che Regeni sparisse, delle persone erano andate a casa del ragazzo a cercare alcuni documenti. Non è stato possibile trovare altre conferme riguardo a questa testimonianza.

I primi risultati dell’autopsia eseguita in Italia

I primi risultati dell’autopsia eseguita in Italia hanno concluso che Regeni è morto quasi certamente per un colpo violento sul capo provocato da qualcuno che gli stava di fronte. Sembra anche probabile che Regeni sia morto solo tre o quattro giorni prima che il suo corpo fosse ritrovato – si stanno aspettando i risultati di ulteriori esami a riguardo – e che prima di morire sia stato torturato per diversi giorni. Il Corriere ha scritto: «Sono state rilevate diverse fratture, in aggiunta alla rottura indotta della colonna cervicale, causa primaria della morte. Non sarebbero emersi segni di abusi o di violenze sessuali subìti dal giovane. E nemmeno di bruciature [delle bruciature di sigarette si era parlato nei giorni appena successivi al ritrovamento del corpo di Regeni, ndr]».

Il funzionario egiziano condannato per tortura e omicidio

Mada Masr, sito egiziano indipendente in lingua inglese, ha scritto che uno dei funzionari egiziani coinvolti nelle indagini sulla morte di Regeni, il maggior generale Khaled Shalaby, era stato condannato nel 2003 a un anno di carcere con le accuse di sequestro di persona, tortura e omicidio di un uomo egiziano, oltre che di falsificazione di documenti ufficiali. Shalaby è attualmente il direttore generale della polizia investigativa di Giza (a cui sono state affidate le indagini) ed è il funzionario che ha sostenuto che Regeni fosse morto nell’ambito di un incidente stradale. Shalaby, ha aggiunto Mada Masr, aveva anche detto che sul corpo di Regeni non erano state rilevate ferite da arma da taglio: le sue affermazioni sono state però smentite dai risultati dell’autopsia sul corpo di Regeni eseguita in Italia.

Il cellulare e i dubbi sul ministero degli Interni egiziano

C’è poi la questione del cellulare di Regeni, che le autorità egiziane hanno detto di non avere trovato: Felice Casson – ex magistrato, esponente del Partito Democratico e segretario del Copasir, il comitato parlamentare che controlla i servizi segreti – ha detto a Repubblica che nessuno in Italia crede all’ipotesi della rapina, che secondo gli egiziani spiegherebbe invece anche il furto del cellulare. Un altro dubbio riguarda i tempi della reazione del governo egiziano alla scomparsa di Regeni. Il governo egiziano ha detto di avere ricevuto la notifica della scomparsa di Regeni il 28 gennaio, ma sembra che le cose siano andate diversamente. Già il 25 gennaio l’ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari, era stato avvisato della scomparsa di Regeni e aveva contattato i responsabili dell’intelligence italiana sul posto, che a loro volta avevano sentito i servizi egiziani, senza risultati. Il 26 era stato avvisato il ministero degli Esteri egiziano, e anche quello dell’Interno. Il 27 Massari aveva contattato nuovamente i due ministeri, senza però ottenere la disponibilità a un colloquio.

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