Occupy

Il circolo vizioso dell’indignazione

Thomas Friedman riflette sulle controindicazioni del nostro coinvolgimento morale con ogni cosa, in tempi di scomparsa delle distanze

Occupy
(Justin Sullivan/Getty Images)

Thomas Friedman, autorevole ed esperto inviato e columnist del New York Times, ha dedicato la sua rubrica di mercoledì a quella che ha chiamato “L’epoca della protesta”: o meglio, espressione che usa con maggiore frequenza nell’articolo, all’epoca dell’indignazione.
Il tema intorno a cui Friedman riflette è quello dell’aumento straordinario delle occasioni in cui oggi le persone si sentono sollecitate e coinvolte “moralmente”, e all’altrettanto intenso carico di indignazione e proteste che ne segue, quotidianamente. Il sintomo più recente di questa tendenza è l’inclinazione di molti mezzi di informazione a incentivarla e soddisfarla e a diventarne complici e sfruttatori (i lettori dei giornali italiani ne hanno una percezione particolarmente chiara), e Friedman cita l’esempio del Guardian che ha creato una pagina web “Protest” apposita per raccogliere gli articoli che generano simili sentimenti: “Così ogni mattina, col caffè, potete avere le news, lo sport, le previsioni del tempo, e la protesta”. Dov Seidman, uno studioso di questi fenomeni interpellato da Friedman, dice:

Il filosofo David Hume sosteneva che “il coinvolgimento morale diminuisce con la distanza”. Ne segue che sia vero anche il contrario: con la riduzione delle distanze, il coinvolgimento morale aumenta. Oggi che le distanze sono scomparse – siamo come tutti in un teatro affollato, e prendiamo ogni cosa sul personale – viviamo le aspirazioni, speranze, frustrazioni, dolori degli altri in modi immediati e viscerali.

Seidman fa l’esempio spettacolare della storia dell’uccisione del leone Cecil e della rapidità con cui l’indignazione mondiale è diventata mondiale e ha generato conseguenze concrete: e spiega che una maggiore sensibilità morale è una buona cosa, un segno di buona salute delle società e del loro ritorno all’impegno. Il problema è quando questa maggiore sensibilità si trasforma in indignazione, e allora “può ispirare ma anche reprimere un dibattito serio, o la stessa verità”. E i suoi eccessi scatenano simmetriche indignazioni, e così via: come accade, dice Seidman, con il successo della retorica contro gli eccessi del “politicamente corretto”.

Se l’indignazione, per quanto giustificata, genera immediatamente richieste di dimissioni o punizioni può costruire un circolo vizioso di indignazione che crea indignazione, invece di un circolo virtuoso di dialogo e di faticoso lavoro di comprensione delle cose e argomentazione valida. È come se vivessimo in una tempesta ininterrotta: purtroppo, però, le dispute etiche hanno bisogno invece di prospettiva, comprensione del contesto e capacità di fare distinzioni.

E per ottenerlo, servono leader (il tema della qualità dei leader e della loro capacità di sottrarsi alla demagogia e al ricatto del consenso è molto caro a Friedman) “che invitino le persone a fermarsi e riflettere, in modo che invece di reagire urlando in 140 caratteri possano incanalare la loro indignazione in conversazioni oneste e profonde”.

– Luca Sofri: Spaventati

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